I bei romanzi ci sono (ma non si vedono)

Come sapete se frequentate ogni tanto questo blog, durante l’estate ho composto, settimana dopo settimana, un mio scaffale di narrativa sulle pagine del “Il Tirreno”.  Qua trovate i consigli degli ultimi due lunedì. Alcune copertine le trovate qui, giusto per spezzare questo – insolitamente lungo – post.

Perché ora, dopo quasi due mesi di recensioni, voglio dire alcune cosette.

Scegliere un paio di romanzi alla settimana da consigliare non è facile. Ma il mio scaffale del lunedì mi ha dato anche una grande opportunità: scoprire quanti bei romanzi vengono scritti e pubblicati oggi in Italia. Proprio nel bel mezzo di quella che chiamiamo di volta in volta crisi del libro, crisi dell’editoria o crisi della lettura. Ora, il fatto stesso che usiamo come intercambiabili locuzioni che solo apparentemente possono essere prese per equivalenti, significa che neanche ci siamo messi d’accordo su quale sia il problema da affrontare – figuratevi se siamo in grado di risolverlo. Premesso che non mi ricordo un periodo in cui l’editoria italiana non sia stata in crisi, i libri buoni esistono e arrivano in libreria. Questa è una buona notizia, e non è neanche la sola. Perché poi non sono necessariamente astrusi o difficili da leggere e, udite udite, non li pubblicano solo i coraggiosi editori indipendenti desiderosi di schiantarsi contro il platano della qualità non riconosciuta, quelli che non hanno distribuzione e mi spiace glielo devo ordinare. Li pubblicano anche i tanto vituperati grandi marchi che è tutta una mafia, che guardano solo al fatturato e tutte quelle cose là.

20140803-131500-47700418.jpg Il problema è casomai che i grandi marchi li pubblicano con una specie di strano pudore, di pilatesca nonchalance. È finita l’era dei professori che ci imponevano le letture, delle terze pagine dove l’intellettuale ci diceva cosa era necessario leggere e cosa no. Ci siamo ribellati e abbiamo detto che vogliamo leggere un po’ quel che ci pare. Giusto. Ora non accettiamo più neanche un consiglio, non ci fidiamo più di nessuno. Siamo tronfi e supponenti proprio come i dotti, medici e sapienti che un tempo pretendevano di insegnarci come si legge.
Soprattutto i grandi editori, che pubblicano molti titoli di qualsiasi livello, tipo e genere, mettono nella stessa collana buonissimi libri e testi dozzinali con l’aria di chi non vuole far torto a nessuno.
Il grande editore di oggi (quasi sempre una galassia composta da una decina di marchi un giorno indipendenti) non ha (e non vuole avere) più l’autorità di indicare alcuni libri come necessari. Ne pubblica talmente tanti che difficilmente potrebbe dimostrare il loro essere tutti bellissimi e imprescindibili. Men che mai si azzarda a sostenere che, se i libri davvero importanti e necessari pongono una anche minima, difficoltà, il lettore la deve superare. Il lettore del mass market di oggi non va mai né ammaestrato, né turbato, né ammonito. I suoi gusti, i suoi capricci e la sua svogliatezza sono sovrani, come se fossero assiomi sacri e immutabili. Se a uno non piacciono i funghi o i frutti di mare, non lo puoi mica forzare. Eppure l’esperienza quotidiana ci dice il contrario: noi non siamo sistemi chiusi, il nostro gusto non viene dalla Luna ma si crea, viene influenzato e si evolve. Gli editori, in quanto operatori culturali, esisterebbero per quello. L’editore più scandalosamente pop della cultura italiana, il sacrilego Giangiacomo Feltrinelli che mise i flipper nelle sue librerie, rischiò di tutto per far uscire Il dottor Zivago dalla censura sovietica e farlo leggere all’Italia (e poi al mondo). E non perché qualche agente gliel’avesse presentato come “hot” alla Fiera di Francoforte, ma perché lo riteneva un libro necessario.
lemairtreOggi, quella cosa lì gli editori grandi non la fanno più, ecco. Lo si percepisce, da dentro e da fuori. Non la possono più fare perché i loro piani editoriali sono un mix di ansie contrapposte in cui i bei libri sono soverchiati e sepolti dalle solenni puttanate in un rapporto da uno a cinque. Pubblicano (con mal di pancia, talvolta) libri modesti, magari scritti per contratto in sei mesi, solo perché possono vendere bene. Pubblicano (con mal di pancia speculare) libri validi su cui non si investirà perché si teme che venderanno poco (e la profezia si autoavvera). Ciononostante vinceranno qualche premio e, quando si alzerà il solito retrogrado ossessivo a dire “ormai pubblicate solo puttanate”, serviranno perlomeno a smentirlo.
20140711-115259-42779024.jpgD’altronde, se in altri settori merceologici la qualità la paghi, con i libri no, quindi accontentare un pubblico di élite ma più esigente non ha alcun valore aggiunto, anzi. Meno stampi, meno ammortizzi, e il prezzo di copertina rimane quello. Promuovere un buon libro di uno sconosciuto che fa lo scrittore e basta costa molto di più di pubblicare gli sfizietti velleitari di una faccia già famosa.
E così anche la distinzione fra buoni libri e  cattivi libri (quella che a un certo punto, a suon di Stephen King e di Simenon, sbaragliò la distinzione fra letteratura alta e bassa) è già superata, è divenuta impopolare, snob, antieconomica.
L’unica distinzione valida rimane allora quella numerica: ci sono libri che vendono e libri che non vendono. Il perché non è neanche molto chiaro a nessuno. Ai vertici dei grandi gruppi ci sono manager o dirigenti che dichiarano: “il mercato esiste, punto e basta, starne fuori significa essere ininfluenti”. Sacrosanto. Ma a voler essere realisti fino in fondo bisognerà pure dire che quasi il 70% degli italiani sanno tecnicamente leggere ma si perdono irrimediabilmente in un periodo di tre righe, riconoscono la singola parola ma non comprendono il senso complessivo del discorso. Con ogni probabilità, avrebbero già abbandonato la lettura di questo post per andare su Youtube a guardare le imprese dell’uomo che mangia sessantadue capesante in un minuto e mezzo.
image.Qualsiasi progetto di conquista nel mass market, qualsiasi strategia che abbia un fondamento  anche nei famigerati numeri non possono che vedere l’editore del futuro assumersi la mission di una nuova alfabetizzazione, di una ricostruzione del gusto di leggere e di condividere storie e quindi emozioni, empatie, domande e senso di meraviglia. Perché anche vendere libri sempre più istantanei e passeggeri a un pubblico sempre più esiguo e distratto assomiglia molto a diventare, in altro modo, del tutto ininfluenti.

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Un pensiero su “I bei romanzi ci sono (ma non si vedono)

  1. Come dici giustamente, in Italia la lettura di romanzi non ha mai funzionato. La crisi dell’editoria in Italia è iniziata quando è stato stampato il primo libro….
    Grazie dello scaffale…provvederò a procurarmeli!
    Buone letture!

    MM

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