Due bei romanzi che ci saremmo persi (se non fosse stato per le serie tv)

Vi avverto: sto per prenderla alla larga.
Talvolta mi sembra che fra gli scrittori italiani del Novecento si avverta ancora una distinzione netta fra chi ebbe – a diverso titolo – familiarità con la letteratura americana (Vittorini, Pavese, Fenoglio) e chi no. È una questione di timbro, di ritmo.
Oggi mi viene da dire che fra qualche anno questo discrimine di stile narrativo si avvertirà fra chi si è confrontato con il linguaggio delle grandi serie tv americane (ma anche inglesi, danesi, israeliane) e chi no.
Oggi alcune serie tv si permettono livelli di complessità e di ampiezza che il romanzo sembra aver dimenticato o aver paura di intraprendere. Eppure sono, a ben vedere, le ragioni stesse per cui il romanzo si è affermato: spessore psicologico, ricchezza di personaggi, complessità di intreccio. Oggi serie tv come True detective e The Newsroom svolgono, per esempio, diverse linee narrative temporalmente sfalsate e parallele, senza alcun timore, senza virate di colore o senza quegli improvvisi swoooosh!, signori, torniamo nel passato! Non ne hanno bisogno, confidano che il loro pubblico capisca. E il pubblico capisce. E se The Newsroom di Sorkin rimane una serie piuttosto ostica al grande pubblico, True Detective di Pizzolatto ha fatto ottimi ascolti nonostante sia lenta, cupa e desolata, nonostante la mancanza di eroi e a dispetto di digressioni nichiliste che non fanno ridere come certe buffonerie cool di Quentin Tarantino o di Elmore Leonard.
Nell’editoria che insegue il mass market invece non si deve rischiare più niente, sperimentare è proibito, qualsiasi pretesa autoriale è subordinata a una riconoscibilità immediata del prodotto che neanche le etichette dei film di Sorrisi e Canzoni (che hai scritto? un chick-lit, un thriller storico, un sentimentale, un family crime?). Tutto questo mentre serie come Breaking Bad, Orphan Black (produzione BBC America, ottima) o Masters of Sex sono difficilmente definibili secondo rigide classificazioni di genere.
Le serie tv sembrano insomma parlare a un pubblico incredibilmente più curioso, attento e raffinato. I contorni di questi nuovi divoratori di narrazioni sono sfuggenti, è difficile sostenere che siano sempre e solo le persone più istruite. Anche serie più programmaticamente facili come Doctor House, Castle, E.R., Dexter, Grey’s Anatomy o anche Desperate Housewives rivelano – magari non in ogni puntata – una sapienza narrativa che non troverete nell’agghiacciante sciatteria delle Cinquanta sfumature, nei dialoghi scolastici de La verità sul caso Québert, tanto per citare due casi editoriali recenti. E così oggi l’editoria langue sterilizzata da una soffocante dittatura di un concetto di mainstream (tradotto: per vendere tanto devi ricicciare solo quello che ha già funzionato) che non aveva mai conosciuto prima. I diversi modi di guardare le serie tv (cavo, on demand, streaming) offrono invece ampi spazi anche alla rive gauche della narrazione. Perché il mainstream, il grande pubblico e il gusto medio avevano ragione di essere quando c’era solo la tv e i canali si contavano sulle dita di una mano sola.
Succede allora che il pubblico di alcune serie tv riporti in libreria romanzi che, non essendo stati annunciati dai cannoneggiamenti di qualche potente agenzia newyorkese, erano passati sostanzialmente sotto silenzio.
Ne ho scovati due, di cui parlo nel mio scaffale di letture su Il Tirreno di lunedì scorso. Lo trovate qui, as usual.

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