A lezione di realismo

Due-giorni-Una-notte-trailer-e-clip-in-italiano-del-film-dei-fratelli-DardenneL’ultimo film dei fratelli Dardenne è un’opera scarna, per niente spettacolare e piuttosto ripetitiva. Però andate a vederlo, perché è un film che lascia il segno. Fin dall’inizio sei lì con Sandrà che cerca di convincere i suoi colleghi di lavoro a votare per non farla licenziare, anche se questo significa perdere mille euro annuali di bonus (insomma, più o meno sono gli 80 euro al mese degli sgravi Irpef del governo Renzi). Sei con lei per tutto il film davanti a porte, portoni, portoncini, muri, stipiti. Nessuno dei suoi colleghi la fa entrare in casa, al massimo le danno udienza sul pianerottolo o in giardino. E tu sei lì tutte le volte che lei fa la stessa richiesta: votare per non farla licenziare, anche se per loro questo significa rinunciare a mille euro di bonus. Come un venditore della Folletto o un testimone di Geova, Sandra cerca di mettere il piede nella porta, si prende rifiuti cortesi e meno cortesi. E noi siamo sempre lì, scarpiniamo con lei, ci imbarazziamo con lei. Facciamo una fatica enorme. Con lei. Lei, Sandra, è Marion Cotillard. Una delle Muse di Quentin Tarantino, per dire. Ma i suoi capelli sono stopposi, i jeans scadenti e le sue occhiaie sembrano più frutto del suo lavoro da attrice che di quello della truccatrice. Insomma, è tutto imperfetto, ripetitivo, anonimo come spesso è la vita quotidiana. E come la vita quotidiana è duro, senza vie di fuga o facili consolazioni. Un registro realista degno di Ken Loach dei tempi migliori. Un registro che io stento a vedere in molti film italiani – e anche nelle storie di tanti scrittori italiani. Troppe volte i disoccupati dei film italiani hanno case e gusti che rispecchiano quelle del regista o dello scrittore, troppe volte la quarantenne depressa è comunque appena uscita dal parrucchiere, troppe volte dietro il precario squattrinato si allunga l’ombra del bobo (il bohémien-bourgeois, come dicono i francesi). Come mai? Non lo so, ma provo a dirne qualcuna. Forse venti anni di reality, venti canali di real-life show e venti ore al giorno di “vita in diretta” hanno spodestato del tutto i narratori da quel regno, togliendo loro il diritto, la voglia e la capacità di essere realisti? Il realismo – non la realtà – è un territorio dell’immaginario e, se e viene colonizzato da qualcuno, qualcun altro se ne deve andare. O forse sarà perché siamo schiavi delle maschere della commedia dell’arte, per cui in Italia i personaggi sono spesso tipizzazioni che soffrono il realismo. Chi è bello è molto bello, chi è brutto è decisamente brutto, non esistono persone sovrappeso ma solo persone grasse, e se c’è un avaro diventa il compendio di tutti gli avari del mondo. O ancora, altre volte noi italiani sembriamo schiavi di una smania quasi perversa per l’armonia e l’eleganza. Una dote che porta la mano di un regista, laddove costretto dalla storia, a trovare la sezione aurea anche nell’inquadratura di un sobborgo di orridi casermoni. Rendendoli, in qualche modo, sopportabili. Una dote, come no, ma che ci porta a scrivere in maniera lussureggiante di criminali capaci di esprimersi – a loro volta – in un italiano convenzionale più che corretto laddove la maggior parte degli italiani adulti ha ormai difficoltà insormontabili a farlo. O forse – infine – questa ossessiva vocazione calligrafica è l’ultimo rifugio, la rimozione conscia di chi, pur avendo ancora voglia di raccontare l’Italia, dentro di sé si ritrova incredulo, spaventato e inerme di fronte a come l’Italia è in effetti diventata.

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