Cinque frasi che non si possono più sentire alla presentazione di un giallo (ma non solo)

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Rights: Copyright Leslie Jones. Credit: Courtesy of the Boston Public Library, Leslie Jones Collection.

1. La trama gialla è solo un pretesto per raccontare altro.

È come dire: “sto mangiando carciofini perché in realtà adoro le capesante” o anche “gioco a tennis onde evocare la mia grande passione per l’acquerello”. Perché ci sia sempre da tirare in ballo questo famigerato altro io, vi giuro, lo devo ancora capire. In un giallo classico qualcuno muore nelle prime pagine, si indaga per un certo numero di capitoli e nelle ultime pagine si scopre il colpevole. Rassegniamoci: non c’è niente di tremendamente sbagliato in tutto questo. Ce ne fossero, di storie del genere con un mistero intrigante, la giusta tensione e un finale sorprendente. E invece quelle buone sono poche, perché non sono facili da scrivere. Quindi, perché spendere energie anche in altro? E cosa mai sarebbe, questo altro? Ipotesi a): una visione del mondo. Poffarbacco, anche la più dozzinale delle barzellette, a suo modo, ne esprime una. C’è bisogno di ribadirlo ogni volta o addirittura di spiegarla, perché evidentemente questa sontuosa weltanschauung non la si desume dalla storia? Ipotesi b): un contesto. E anche qui: che siano i segreti della Casalpusterlengo più torbida o gli impensabili retroscena criminogeni del curling, qualsiasi storia d’amore o di guerra che sia descriverà sempre un contesto. Ma non mi risulta che nessuno abbia mai definito “Il Signore degli Anelli” come un pretesto per raccontare la Terra di Mezzo. Cosa voleva veramente dire: Io sono un intellettuale raffinato, i miei modelli spaziano da Flaubert a Musil, ma ho dovuto scrivere un giallo sennò col cazzo che mi pubblicavano.

2. In fondo anche la storia di Edipo è un noir.

Sì, va bene, e allora Caino che ammazza Abele è l’inizio del family crime. Da sempre, le storie che ci raccontiamo sono piene di persone che muoiono e, talvolta, di gente che disgraziatamente le uccide. Ma i grandi filoni della suspense e dell’indagine, per come li conosciamo oggi, sono figli della rivoluzione borghese e della società di massa. Sono filoni che non hanno bisogno di cercarsi antenati alti, molto illustri solo perché più remoti nel tempo. Chi pronuncia frasi del genere desidera, in realtà, solo nobilitare se stesso perché è ancora convinto che “scrivere solo un giallo” non renda il dovuto merito al proprio spessore letterario. E, poco mai sicuro, ne ha scritto uno mediocre. Cosa voleva veramente dire: trattandosi della variante speculare del punto 1, voleva dire esattamente come sopra.

3. Il mio investigatore è un cinquantenne solitario e disilluso…

Ve lo chiedo come favore personale: qualcuno scriva un giallo con un investigatore giovane, ottimista, erotomane e così figo che deve indagare imbustato da capo a piedi dentro un sacco di juta sennò pure la morta gli fa l’occhiolino. Sul serio. Già Philip Marlowe è un solitario anche troppo “pensato”, una figura letteraria che secondo alcuni studi proverrebbe addirittura dal ciclo arturiano. Montalbán l’ha riportato in Europa nei primi anni ’90, per smitizzarlo e modernizzarlo. La figura si è evoluta con il Fabio Montale di Izzo e con l’Alligatore di Carlotto. Nel 2014 abbiamo davvero bisogno di cavalieri solitari, senza macchia soprattutto perché mammà ancora gli fa il bucato? Possibili variazioni ad accumulo modulare: Il mio investigatore è un cinquantenne solitario e disilluso, divorziato e amante del free jazz. Il mio investigatore è un cinquantenne solitario e disilluso, divorziato, amante del free jazz, ironico, con una sua particolare idea della giustizia e le transaminasi fuori controllo. Il mio investigatore è un cinquantenne solitario e disilluso,  divorziato, amante del free jazz, ironico,  con una sua particolare idea della giustizia e le transaminasi fuori controllo, che ha letto tutto Heidegger e detesta ogni attività fisica… (prosegue, a piacere).

4. A un certo punto i personaggi decidono da soli cosa fare.

Certo, e la prima passata di editing l’ha fatta il coniglio bianco alto un metro e ottanta con cui divido la mia casina in cima alla pianta dei fagioli magici. Che i personaggi di un libro debbano avere per uno scrittore una concretezza reale è indispensabile. Ma frasi del genere mi hanno sempre insospettito. Sono le classiche baggianate pseudo-romanticistiche che finiscono per confondere le idee soprattutto di chi vorrebbe provare a scrivere. Fanno pensare che a un certo punto la scrittura debba andare avanti da sola, senza alcuno sforzo. Se questo non succede (e di media non succede), le persone si scoraggiano e abbandonano pensando di non avere quel particolare “potere” quasi medianico. Quando i personaggi agiscono in modo naturale è perché la storia è impostata bene tramite alcuni, anche semplici, accorgimenti di architettura narrativa. Quando i personaggi ci appaiono tridimensionali è perché sono ispirati a persone, luoghi o sensazioni che lo scrittore ha conosciuto in profondità. Cosa voleva veramente dire/1: a un certo punto ho perso letteralmente il controllo della storia e sono andato avanti un po’ così. Cosa voleva veramente dire/2: sapevo esattamente fin dall’inizio dove andare a parare, ma fa più molto più figo dire così. Cosa voleva veramente dire/3: se davvero volete sapere come si fa, scordatevi che ve lo dica gratis. Potete sempre iscrivervi a un mio corso di scrittura.

5. Poi magari parleremo della differenza fra “giallo” e “noir”.

Basta, vi prego, pietà. L’Italia è il luogo dove dentro il calderone del “giallo” sono finite storie che nei paesi anglosassoni sono imparentate fra loro, ma alla lontana. Ormai è inutile tornare indietro a sbrogliare la matassa. Il confronto è a mio parere anche improprio perché il giallo è in effetti un “genere” con delle caratteristiche ricorrenti, mentre il “noir” è più spesso un retrogusto amaro, uno stato d’animo, un timbro di stile che influenza e avvolge alcune narrazioni in maniera anche imprevedibile. Dobbiamo discettare ancora su una distinzione soporifera per la maggior parte dei lettori italiani? Secondo me, anche no. Ma nel caso qualcuno pronunci la frase letale nel bel mezzo di una presentazione, non vi voglio lasciare senza una… possibile risposta sintetica: nel giallo c’è un morto solo, all’inizio; nel noir va di lusso se c’è rimasto uno vivo, alla fine.

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6 pensieri su “Cinque frasi che non si possono più sentire alla presentazione di un giallo (ma non solo)

  1. La distinzione tra giallo e noir è davvero spinosa ed è una domanda senza risposta univoca che mi pongo di frequente. Non credo che il numero dei morti sia risolutivo, nel romanzo giallo che ho in mente di solito muore prima la vittima principale ed, in seguito, almeno uno dei sospettati. Se qualcuno potesse fornirmi il proprio criterio discriminante tra i due generi glie ne sarei grato, sempre se una distinzione è possibile e non si tratti di due diversi approcci narrativi al medesimo tema.
    Grazie per i’articolo che ho molto apprezzato.

  2. Sottoscrivo in particolare la 4. Non sopporto gli scrittori, professionisti o dilettanti che siano (ma i professionisti, in genere,evitano di sparare certe cavolate) quando sostengono che i loro personaggi hanno preso vita e si sono impadroniti della storia, a dispetto di quel coglione dell’autore…

  3. Va bene. Mi iscrivo al corso perché voglio sapere cosa volevi dire veramente!!!! E voglio anche conoscere il coniglio che ti fa l’editing perché è veramente bravissimo!!!!!! Una bella risata ci voleva….BRAVO GP!!!!!!! Wanda

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