Rasoio e sentimento

Prima constatazione: la maggior parte del pubblico dei lettori è oggi composto da donne. Seconda constatazione: le storie di indagine e di suspense continuano a trainare il mercato editoriale. Conseguenza logica: unite amore e suspense in una storia sola e avete fatto bingo. Il ragionamento non fa una grinza e già da qualche anno gli editori cercano storie che producano questa mirabile quadratura del cerchio. Purtroppo, sulla via dell’eldorado delle tirature sembra allungarsi ancora minacciosa l’ombra della terza regola di S.S. Van Dine per un buon romanzo poliziesco (qui le altre diciannove): Non ci dev’essere una storia d’amore troppo interessante. Lo scopo è di condurre un criminale davanti alla Giustizia, non due innamorati all’altare. Una regola che, seppure obsoleta in sé, sta però lì a ricordarci che navigare fra suspense e romance può essere arduo e pericoloso come passare fra Scilla e Cariddi. gone_girl_review_1.0Ne è una dimostrazione L’amore bugiardo (Gone girl) di Gillian Flynn portato al cinema da David Fincher. Romanzo scaltro se ce n’è mai stato uno, studiato a tavolino per intrigare il pubblico femminile e quello degli amanti della suspense, e non solo: anche la scelta dei due protagonisti cerca di tirar dentro sia l’America schietta del ragazzone provinciale del Missouri sia quella sofisticata della bella stronza newyorkese. Romanzo intelligente, ben costruito e anche scritto sopra la media di molta produzione mainstream. Il film è diretto con mano sicura, senza una sola sbavatura, da un signore che del resto ha all’attivo Seven, Fight Club e House of Cards. Eppure il bingo non è del tutto riuscito. Alcune debolezze imbarazzanti della trama rivelano che le due anime (il filo del rasoio e il filo emotivo dei sentimenti) vivono da separate in casa. Qual è il problema di queste storie? Ah, saperlo. Il principale potrebbe essere che detection e romance, action e love possono aver bisogno di registri molto diversi. I gadget di James Bond o i vezzi culturali di Hannibal Lecter non devono essere credibili rispetto alla nostra esperienza personale, anzi. Quanto più sono straordinari, meglio è. Pochissimi di noi (credo) hanno visto una vera giugulare schizzare fiotti di sangue, nessuno di noi (spero) ha mai sparato a qualcuno. È più facile giudicare quello che ci viene propinato dal punto di vista del puro spettacolo. Tarantino o Dario Argento piacciono se ci affascina il loro patrimonio di immagini, punto. Il vaglio dei sentimenti invece è assai più rigoroso. Quando vediamo due che si baciano per la prima volta, non dovrebbero solo risultare fighi (come probabilmente saranno, essendo due attori). Dovremmo riconoscere in loro qualcosa di noi che, invece, nella media tanto fighi non siamo. Se non succede (e ne L’amore bugiardo secondo me non succede) rimarremo lì, a leggere o a guardare, giusto per capire come va a finire. Che è già molto, si capisce. Ma non è quella magia, non è la quadratura del cerchio. Spero che l’esempio abbia reso l’idea. Perché L’amore bugiardo, alla fin della fiera, si rivela traballante come thriller senza farci immedesimare in una grande storia d’amore. Se le due anime all’inizio paiono convivere, con l’avanzare della vicenda si pestano i piedi e finiscono per farsi lo sgambetto. L’amore bugiardo ci dimostra come sia lunga la strada verso la terra promessa dove Hitchcock e Jane Austen camminano a braccetto.

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Lo William Irish del cartellone, sotto il titolo, è uno pseudonimo di Cornell Woolrich.

Forse qualche utile lezione si può prendere da romanzi del passato, come il già ampiamente citato qui I diabolici di Boileau e Narcejac. O dai noir decadenti e sentimentali di Cornell Woolrich (capostipite del thriller psicologico che seppe ispirare sia Hitchcock sia Truffaut). Si tratta di opere in cui il procedere inesorabile dell’azione – leggi i casini in cui si ficca il protagonista – è scandagliato con una credibilità che ne L’amore bugiardo si finisce per smarrire. Per venire a tempi più recenti, anche in Italia ci sono due buoni esempi di equilibrismo fra mélo e suspense. Penso a La doppia ora di Capotondi o all’ultimo Tornatore de La migliore offerta. Se invece usciamo dall’ambito strettamente erotico-sentimentale, c’è un film di qualche anno fa dove autenticità emotiva e la più classica delle detection sono sinfonicamente perfette. È Nella Valle di Elah di Paul Haggis, meraviglioso film poco acclamato perché smonta certo patriottismo americano con la forza dei sentimenti, mostrando le mutilazioni invisibili che la cosiddetta guerra al terrorismo infligge ai vincitori e ai vinti, ai Davide e ai Golia. Tanto per tornare, purtroppo, alla cronaca di questi giorni.

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