Writing with the Boss

Ho scoperto Bruce Springsteen una notte, sulla RAI. Anche se il giorno dopo avevo il compito di greco, tiravo tardi per vedere “Mister Fantasy” di Carlo Massarini. Erano gli albori del videoclip. In ogni puntata c’era qualcosa di nuovo e fantastico. Sarà stato il 1980 o giù di lì. Springsteen aveva già scritto dei capolavori, ma in Italia era sconosciuto al grande pubblico. Mandarono in onda una versione a dir poco epica di Thunder Road sottotitolata in italiano. Perché era rock’n roll puro, sì, ma c’era anche la storia, come in Guthrie e Dylan. In quel momento mi ritrovai davanti quello che uno psicologo definirebbe il mio eroe aspirazionale. A un certo punto Springsteen diceva alla sua Mary: “Non sei una bellezza, ma sei una giusta”. Ecco, io a quindici anni volevo essere capace di dire una frase del genere a una ragazza – per convincerla a fuggire insieme, ovvio. Non potevo sapere di aver davanti quello che oggi, a qualche decennio di distanza, considero un grande narratore e il mio intellettuale di riferimento. Lo dico perché ho appena finito di revisionare il mio nuovo romanzo. Ve lo ricordate Alta Fedeltà? In queste settimane, ogni volta che scrivevo o rileggevo una frase, mi immaginavo il boss, seduto accanto alll’ampli con la sua Telecaster che mi fissava e mi diceva: “ok, è buona” oppure “ci devi ancora lavorare”.

Recentemente ho rivisto The Promise, il documentario che racconta come nacque Darkness on the edge of town, il suo LP che più di tutti si avvicina al concetto di “perfezione”. Ogni canzone è un racconto, tutte insieme fanno un romanzo. Dopo il successo di  Born to Run, l’America aspettava in gloria il nuovo disco di Springsteen, ma lui si era intignato in una disputa legale con il suo manager. Voleva essere padrone della sua musica e l’ebbe vinta a caro prezzo. Uscì, dopo mesi di lavoro estenuante, con un album asciutto, tagliente e a tratti desolato. L’opposto di quello che ci si aspettava da lui. Aveva registrato settanta pezzi e fra questi, si riconosceva subito, c’era anche il singolo che avrebbe spaccato in ogni radio. Springsteen però lo tenne fuori. Non voleva una canzone che oscurasse tutte le altre. Darkness on the edge of town era un romanzo e andava letto tutto insieme, o niente. La canzone non era un capitolo di quel romanzo e la fece ascoltare a Patti Smith perché la completasse e la incidesse lei. La canzone era Because the night. Non è perché riempie gli stadi. Non è perché a sessant’anni suonati fa ancora tre ore di concerto e si magna in un boccone gente di cui potrebbe essere il papà. Springsteen è il mio intellettuale di riferimento perché incarna la mia idea di rigore e onestà intellettuale.
Certe volte mi affeziono a una frase a effetto per puro narcisismo, o solo perché mi è comunque costata tempo e fatica, o perché penso che possa essere usata come hit single, finisca sulle bacheche di Facebook e possa così accreditarmi come scrittore figo. In quei momenti, tac, mi appare lui che sgrana un accordino con la Telecaster e sussurra: “sei proprio sicuro che sia essenziale?”. E io ci penso su, perché lui ebbe il coraggio di scartare un grande hit single che non faceva parte del suo discorso narrativo. Dai giorni, anzi, dalle notti di Mister Fantasy sono passati molti anni. Oggi gli scrittori sono parte integrante del circuito dell’intrattenimento come le popstar e i personaggi televisivi. Ma ne rappresentano l’anello debole. Salvini teme più un twit di Fedez che un pezzo di Gramellini, e per mettere in guardia Landini è più efficace un tackle scivolato di Lorenzo Jovanotti che un affondo di Francesco Piccolo. Gli scrittori si ritrovano allora a frugare nell’armamentario polveroso che fu delle pop star più controverse e litigiose. Finiscono per accettare qualsiasi polemica o contraddizione pur di tenere la testa fuori, sopra il baccano di fondo che minaccia ogni giorno di sommergerli. Ecco perché Busi spara sul Premio Strega con la stessa cazzimma con cui quaranta anni fa Keith Richards sfasciava una camera d’albergo. Ecco perché anche Erri De Luca non compie un capolavoro di stile quando definisce gli iintellettuali italiani pavidi e conformisti – ma dài, sul serio? – proprio il giorno in cui scopre che non si muovono per dare solidarietà a lui. E non è che all’estero siano più seri di noi. Dieci giorni fa James Ellroy ha mostrato a tutti come si promuove un romanzo in uscita: si rilasciano interviste infarcite di dichiarazioni provocatorie e di frasi a effetto. I giornali hanno bisogno di un buon titolo come le radio hanno bisogno dell’hit single da tre minuti e mezzo. Di fronte a tutto questo, qualsiasi intervista di Springsteen, il boss, l’animale da stadio, il jersey devil o come lo volte chiamare, suona limpida come un distillato di pacatezza, rigore e sana autoironia. Anche quest’ultima una virtù che gli scrittori costretti a imitare le popstar di quarant’anni fa non possono più permettersi.

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Un pensiero su “Writing with the Boss

  1. Anche io lo scoprii una sera sulla Rai: credo fosse il ’96, Sanremo.
    Cantò e suonò “The Ghost of Tom Joad”, in sovrimpressione appariva la traduzione. Fu una folgorazione. E conobbi anche Steinbeck. Avevo 15 anni. Poi non ho più smesso. Nè col boss nè con Steinbeck.
    Bellissimo post.

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