Amici, nemici, semplici conoscenti

I 21 modi“Da dove vengono allora i libri che gli editori pubblicano? Da autori noti, anche se sono alla loro opera prima. Una casa editrice ti prende in considerazione solo se ti conosce già. (…) La letteratura, e l’attività culturale in genere, è una attività sociale. Non esiste l’autore solitario e ignoto. (…) Uno scrittore capisce che cosa fa se si misura con chi ha già fatto e ne ascolta i giudizi. Se qualcuno aveva qualcosa da dire si sarà messo alla prova su una rivista minore, avrà partecipato a qualche convegno, discussione, conferenza, riunione cenacolare, avrà degli amici con cui avrà discusso, polemizzato, fatto baruffa. E pian piano il suo nome avrà cominciato a circolare, e il redattore editoriale avrà iniziato a conoscerlo.”

Sono parole scritte da Umberto Eco venticinque anni fa, nell’introduzione a 21 modi di non pubblicare un libro di Fabio Mauri (edito da Il Mulino), esilarante pamphlet che non manco mai di leggere agli aspiranti scrittori. E che consiglierei oggi anche a tutti coloro che, all’indomani di ogni maledetto Premio Strega, saltano su sventolando l’organigramma segreto della Casta (lui è amico di quello che era il fidanzato di quell’altra…) e ululano contro gli Amici degli Amici della Domenica.

“La letteratura è un’attività sociale”. Io ci provo ogni volta, sottolineando che non solo è la mia esperienza personale, ma che lo dice anche Umberto Eco. Eppure mi rendo conto che il messaggio non passa. Ed è davvero singolare. Non capisco come mai tanti aspiranti scrittori smaniosi di scalare le classifiche di vendita (perché oggi solo di questo si parla, siamo onesti) rifiutino di fare quello che qualsiasi imprenditore o professionista fa per sviluppare la propria attività: farsi conoscere, intessere faticosamente relazioni, ottenere fiducia, acquisire informazioni sui competitor  e sulla natura della competizione.

È una sorta di schizofrenia generata dalla troppa letteratura dozzinale che  germoglia come erba infestante sulla figura stessa dell’autore. Perché per certi versi sopravvive un’immagine dello scrittore ancora ottocentesca, quella cioè di un genio assoluto, estraneo alla miope barbarie del mercato, che risponde solo alla propria ispirazione e il cui talento è destinato a essere riconosciuto in modo spontaneo. Già, ma quando, e da chi? Dai posteri, come è successo a tanti grandissimi autori che leggiamo ancora oggi? Ma diamine che no, non è affatto divertente e ci si perde un sacco di feste, buffet e inviti in ristoranti stellati. Lo scrittore che oggi tutti vorrebbero essere è schivo e solitario, crea solo a patto di abbracciare un certo un numero faggi ogni mattina, oppure fa l’anonimo tatuatore scrivendo a tempo perso nella dimora avita o in uno studio parigino, certo. Ma nonostante questo, poveretto, ogni tanto arcigni funzionari del Grande Editore lo vanno a prelevare di forza per condurlo davanti alle telecamere di Fabio Fazio o alle folle osannanti del Festival Letteratura di Mantova.

Ovvio che una raffigurazione così bizzarra generi reazioni scomposte e contraddittorie. Come nel caso dei commenti contro Nicola Lagioia, fresco vincitore del Premio Strega e ben conosciuto da anni per il suo lavoro come editor, curatore, traduttore. Il suo libro può piacere o meno, ma è davvero questo il punto? Da quando essere conosciuti e stimati nell’ambiente significa automaticamente far parte di una Casta? E davvero credete che invece i Mauro Corona e i Fabio Volo siano dei naif, dei dilettanti di genio, alieni piombati da un altrove per sparigliare le carte nel vecchio mausoleo dell’editoria? Davvero pensate che l’autore più iconoclasta e apocalittico non passi le sue giornate a triturare i genitali del proprio ufficio stampa per quella recensione che non esce mai?

Intessere relazioni non equivale a essere scrittori validi, ma non può essere una colpa imperdonabile. Lo diventa solo grazie a una visione infantilistica e arrogante dello scrittore e dell’editoria, quella di chi colpevolizza a prescindere l’“attività sociale” di cui parla Eco.

C’è, piuttosto, un modello familista (già ampiamente teorizzato) che impregna il nostro sistema di circolazione delle idee rendendolo lento, sclerotico e resistente alle novità, che elegge a supremi criteri la conoscenza pregressa, il senso di appartenenza e la diffidenza verso l’estraneo. Ma additarlo come un problema solo del Grande Editore o dell’autore affermato è inesatto, scorretto e decisamente troppo comodo. Siccome le parole sono importanti e di parole stiamo discutendo, faremmo meglio a lasciar perdere il termine Casta, concetto fumoso quanto e più delle scie chimiche, e a riflettere sul perché l’Italia, anche quella delle persone più colte e liberali, ha una continua tendenza a strutturarsi in Clan. Clan più o meno estesi, più o meno potenti, ma che hanno tutti caratteristiche formali simili, gerarchie precise, logiche di contrapposizione e di orgoglio ancora feudali che impediscono scambi e collaborazione in nome di superiori interessi comuni. Clan di cui tutti noi, troppo spesso, finiamo per sentirci orgogliosamente parte, magari anche in nome di buone cause, di stime o di affetti del tutto sinceri.

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Un pensiero su “Amici, nemici, semplici conoscenti

  1. Io non mi vedo affatto come un ottocentesco barbagianni che scrive in vestaglia e che viene prelevato ogni tanto dagli sgherri dell’editore. Eh no, no no no, non faccio sogni di scalare le classifiche senza muovere un dito. No no no. Per chi mi ha preso, Lei, badi come parli! Non sono mica megalomane. Non ho mai pubblicato neppure un elenco di codici per telecomando Melliconi in vita mia, ma sogno semplicemente che nel mentre me ne sto comodamente a casa, un hacker entri nel mio pc e veda il capolavoro che è il mio primo (benchè non ve ne sia un secondo, per cui più che primo trattasi di unico) romanzo, lo mandi a Rizzoli (ma intendo proprio il sig. Rizzoli, ammesso che sia vivo, e vegeti), il quale salta sulla sedia e gli scappa una bestemmia e si precipita a casa mia con un anticipo da 300.000 Dollari (persino Arturo Bandini ottiene anticipi per una mera lettera privata, perchè io no?) e mi implora di pubblicare il mio libro. Dopodichè folle osannanti si raduneranno…mi sa che devo andare devo togliere le patate dal forno. Buonasera!

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