Quando ascoltando “Thunder road” sognavo Viareggio come il New Jersey

A quarant’anni dall’uscita di Born to run mi va di riproporre un mio intervento apparso su Repubblica in occasione di un concerto di Bruce Springsteen a Firenze. Era il 2012 e nel video qui sotto vedete un saggio di cosa  successe quella sera allo Stadio Artemio Franchi.

Ogni volta che becco Thunder Road sull’autoradio, io la canto a squarciagola dall’inizio alla fine come se fossi sul palco del Madison Square Garden. So bene che a chi mi guarda da fuori sembro una specie di posseduto aggrappato a un volante, ma è più forte di me. Provo a spiegare perché scegliendo alcune parole. Poche.
Le prime tre sono: “Dusty beach road”.
Il “polveroso viale a mare” è nel New Jersey, dove fra le carcasse bruciate di vecchie Chevrolet aleggiano i fantasmi di tutti i ragazzi che Mary ha rifiutato. È la Mary che il giovane Springsteen di Thunder Road cerca di convincere a farsi un giro con lui grazie a geniali complimenti tipo: “Non sei una bellezza però, ehi, sei giusta.”
Io sono di Viareggio e in Versilia, almeno quanto a viali a mare, possiamo dire la nostra. E certe notti d’inverno, con il vento che solleva ondate di sabbia e senza un’anima in giro, l’atmosfera è più che spettrale. Per le carcasse di Chevrolet, il discorso è diverso. Quando ascoltai per la prima volta Thunder Road ci incrociavo al massimo qualche Panda smarmittata. Ma a diciotto anni questi sono dettagli di fronte alla possibilità di dare una dimensione epica a quella volta che la Mary di turno mi aveva dato il due di picche.
L’epica. Altra parola chiave. Quella del Boss è un’epica rock n’ roll, certo, ma pur sempre ingombrante, perché nell’epica le dimensioni contano. L’epica impone poi che tutto sia sempre una questione di vita o di morte. Solo dove l’oscurità avvolge sobborghi senza fine e le Interstate vanno via diritte per centinaia di miglia, si gioca ogni notte una finale senza rivincite. Ed è chiaro che per gli sconfitti non ci sarà altro destino che il nulla e il buio. Prendiamo invece Ligabue. Lui balla sul mondo dall’Atlantico all’Everest, poi però chiude con: C’è chi vince e c’è chi perde, noi balliamo casomai. Ma come casomai? Casomai è l’alzata di spalle che sbriciola qualsiasi epica, casomai è la parola che stabilisce oggi una insanabile differenza di orizzonti fra la via Emilia e la Route 66.
Per il resto, anche i concerti del Boss sono epici, senza per altro essere un luna park di laser e megaschermi. Sono epici perché, al di là delle tre ore in cui Springsteen suda e urla, sono ogni volta una storia, ogni volta diversa, densa e articolata.
La storia. Ultima parola chiave.
Ora che raccontare è anche il mio mestiere riconosco bene in Springsteen le zampate che solo i veri narratori sanno dare. E il suo modo di raccontare è maturato, come il Boss stesso dichiara, solo dopo la lettura dei romanzi della grande Flannery O’Connor. È dunque a romanzi come Il cielo è dei violenti  che dobbiamo l’asciutto e meraviglioso Darkness on the edge of town. O quella vera e propria antologia di racconti che è Nebraska, il disco cupo e solitario che precedette del muscolare successo di Born in the USA.
Per fare un esempio, prendo proprio Nebraska. Lì c’è la storia di uno che sta nei guai fino al collo dopo aver tentato la fortuna ai tavoli di Atlantic City, la Las Vegas della costa orientale. Dice alla sua donna di fidarsi, di farsi bella e le promette che presto fuggiranno assieme al caldo, là dove “la sabbia si fa d’oro”.
Ma dopo il secondo ritornello, mentre la chitarra e il mandolino si perdono in lontananza, si lascia sfuggire una raccomandazione dolcissima e terribilmente profetica.
“Mettiti le calze”, le sussurra, “la notte comincia a fare freddo”.

Da: La Repubblica.it
(26 maggio 2012) © RIPRODUZIONE RISERVATA

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