Le scarpe di Lippi / Marcello Lippi’s boots

Ho avuto occasione di leggere questo racconto diverse volte, in italiano o in inglese, dopo tornei e partite con la maglia dell’Osvaldo Soriano Football Club (vedi foto). Ne ricordo almeno quattro: a Losanna (2008) Haifa (2013), Oslo (2014), Malmoe (2015). Ho pensato che, dopo tanti chilometri, sia venuta l’ora di fargli trovare casa. Qui sul blog.

Read the english version (many thanks to Mark Chu)

haifa 1Una domenica mattina di sole di qualche anno fa, Marcello Lippi ha tagliato il nastro di un polveroso campetto della periferia della mia città, Viareggio.  Da come me lo ricordo io è sempre stato arido e sabbioso – fatta eccezione per le bandierine dei corner, regolarmente ingoiate da una vegetazione amazzonica. Di diverse giovani promesse avviatesi a battere un calcio d’angolo al dodicesimo di un secondo tempo qualsiasi si è persa qualsiasi notizia.

Quella domenica mattina il campo veniva intitolato a Ilario Niccoli detto il ‘Carrara’,  fondatore, presidente, allenatore e magazziniere della Stella Rossa, nella quale hanno militato futuri calciatori di successo come Marcello Lippi e ancor più numerosi brocchi come il sottoscritto.

Ilario Niccoli era un tipo magro e nervoso. Aveva la mano destra mutilata di tre dita e una parte del volto sfigurata, si dice per l’esplosione di una mina americana rimasta sepolta sulla spiaggia all’indomani della Seconda Guerra Mondiale.

La Stella Rossa è stata una squadra forte e temuta. Alla fine degli anni Settanta ha avuto un’infornata di Allievi (gli under 16) capace di segnare in un campionato centoventiquattro goal subendone due (io ero ovviamente nell’annata successiva). La leggenda voleva che il portiere di quella squadra entrasse in campo con qualche albo di Alan Ford da tenere accanto al palo, per superare i momenti di solitudine più duri.

Penso ancora oggi che Ilario Niccoli coltivasse un feeling speciale e una sorta di sconsolata simpatia per noi brocchi. Anche quando, come faceva con me, ti urlava smanaccando dalla panchina “sei lento come la fame!”, un’informazione decisamente sensibile che l’ala sinistra avversaria, a mio modesto parere, avrebbe dovuto apprendere il più tardi possibile.

Se non eri uno bravo, potevi giocare solo in difesa. Ciononostante essere un buon difensore non era così facile. Ilario Niccoli aveva una terapia d’urto semplice ed efficace: tutta un’estate di preparazione atletica nella nostra pineta cittadina. Alla guida del suo vecchio Ciao, Ilario ci guidava per ore o ore di corsa, scatti e skip. Perché quando il tuo avversario è molto più bravo di te, la tua unica possibilità è che non arrivi mai sul pallone. E questo succederà solo se sul pallone ci arrivi prima tu.

Quelli bravi, invece, Ilario Niccoli sotto sotto li odiava. Un po’ perché, si sa, chi ha il dono immeritato del talento non lo sfrutta mai abbastanza. Un po’ perché tendevano a cazzeggiare agli allenamenti, a darsi delle arie, e in genere andavano molto male a scuola (succedeva invece che brocchi come me studiassero greco e latino, ragion sufficiente perché non mi venisse mai passato il pallone).

Certo, essere brocco aveva anche i suoi svantaggi. Oggi sento parlare di scooter regalati dalle società giovanili ai ragazzini talentuosi. Trent’anni fa ai talentuosi andavano i buoni per comprare gli scarpini, ai brocchi qualche volta le scarpe usate.

Fu così che un giorno Ilario Niccoli, dovendo rifilarmi un paio di Puma non esattamente di primo piede, mi disse che erano state appena smesse da Marcello Lippi. Forse era vero, forse era una bugia per non umiliarmi.

Io, ovviamente, non misi in dubbio la parola del mister. Altro che un paio di banali scarpe nuove. Io pensavo a tutti i campi importanti che avevano calcato, mi chiedevo se quei tacchetti avessero massaggiato anche le caviglie di Giancarlo Antognoni o Paolo Rossi.

Con quelle realizzai l’unico goal della mia carriera di terzino con visto di espatrio fino alla metà campo. Uno di quei goal che facevano i difensori di una volta. Si entrava in area avversaria di soppiatto, come in un salotto buono senza le pattine e, con l’aria di chi passa di lì per caso, si tentava la legnata di prima, senza cincischiare, con la fretta di uno che è uscito di casa senza aver chiuso la porta.

Una sera di pioggia riportai borsa e divisa alla sede della Stella Rossa, nient’altro che uno stanzino fumoso ricavato nel retro di un bar del centro. Per quattro anni ero rientrato presto il sabato sera perché la domenica mattina si giocava, spesso in orari che dovrebbero essere espressamente vietati dalla dichiarazione dei diritti universali dell’uomo. Sentivo che il sabato sera preferivo marcare stretto le mie compagne di Liceo, creature assai più imprevedibili di qualsiasi trequartista.

Quanto a Ilario Niccoli, un giorno arrivò, seduto di sbieco sulla sella del suo Ciao, davanti a un passaggio a livello. Dietro di lui sedeva un giovane portiere di dodici anni.

Il passaggio a livello era chiuso, ma lui volle passare lo stesso. Ancora oggi mi chiedo perché. E, purtroppo, non credo di essere il solo.

Qualcuno ha detto che non ci vedeva più da un occhio e che era diventato sordo.

Di sicuro quel treno gli arrivò addosso velocissimo. Non lento come certi terzini brocchi a cui solo lui era capace di insegnare almeno come si sta dignitosamente in campo.

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Un pensiero su “Le scarpe di Lippi / Marcello Lippi’s boots

  1. si chiamava Bar Aquila ed ora non esiste più. sarebbe bellissimo un libro che ricordasse i personaggi che lo frequentavano (con Ilario e la squadra) e descrivesse com’era il “piazzone” di allora. in fondo i Lavorini abitano vicino e potrebbe anche essere un buon giallo.
    Dimenticavo… a proposito del tuo ultimo lavoro. ho cabina e ombrello al bagno Antaura!

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