Il libro-sveltina? Per me non è questo scandalo

Sono stati lanciati da pochi giorni i Distillati, collana di best seller (Giordano, Mazzantini, Grisham, Stieg Larsson fra i primi) proposti in versione sensibilmente ridotta (meno della metà delle pagine). La logica parrebbe quella degli “highlights” di una sintesi di Champions League, pensata per chi voglia gustarsi un libro famoso in un weekend senza perdersi niente dei momenti salienti e delle emozioni.
Vedremo quanti saranno i lettori amanti del libro-sveltina, ma intanto non pochi hanno gridato allo scandalo, paventando l’ennesimo passo verso il baratro della barbarie culturale, innalzando solenni o sdegnati lamenti funebri per la lettura.
Va detto che le versioni “abridged” (concise, ridotte) di un’opera letteraria non sono affatto una novità di questi nostri scellerati tempi. Sul Reader’s Digest, per esempio, l’idea che si potesse afferrare lo spirito e la forza di un grande libro tramite alcune pagine e tralasciandone altre, non è stata mai uno scandalo. Già nell’ultimo scorcio del millennio scorso, quando si trattava di letteratura sf, gialla o del fantastico destinata a collane economiche, i traduttori stessi avevano ampia licenza di tagliare, anche se gli autori si chiamavano Lovecraft, Matheson, Ballard. Insomma, se il problema è l’intangibilità del verbo autoriale, la sacralità del corpo-romanzo, i Distillati sono una novità soltanto da un punto di vista quantitativo. Qui, infatti, più che allo snellimento di un romanzo, siamo alla promessa di un testo quasi liofilizzato.

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Qualcuno ci aveva già pensato…

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Va anche detto che un libro potente o fortunato non è sempre necessariamente perfetto e asciutto. Se Frankenstein possiede ancora un innegabile ritmo,  molti di noi hanno apprezzato Dracula su versioni decisamente tagliate. E davvero nessuno di noi ha saltato le lunghe pagine di Tolkien dedicate alle canzoni di Tom Bombadil, in un momento in cui l’avventura è iniziata e il lettore digrigna i denti in un poi però se Sauron vi piomba sul collo alla terza strofa, io dico che ve lo siete meritato? Il tempo non è sempre e solo galantuomo, anche con i romanzi importanti. I posteri possono trovarli in alcune parti inutilmente faticosi perché pensati per un interlocutore profondamente diverso da loro.
Ma i Distillati sono libri giovani, andati in classifica appena pochi anni fa e l’esperienza promessa non è un assaggio propedeutico, ma è lo stesso piacere di lettura condensato in minor tempo. Come dire: andiamo subito al sodo, al netto di smancerie e preliminari.
Questo dovrebbe far riflettere in primo luogo gli autori dei romanzi, ai quali la versione all’inpiedi contro il muro delle loro opere suggerisce, in buona sostanza: “a conti fatti, potevi dire le stesse cose e suscitare le stesse emozioni con centocinquanta pagine di meno”. Da scrittore, vi assicuro che non suona come un complimento. Da lettore, davanti alle pagine di Fabio Volo o di E.L. James ho in effetti provato la stessa cosa. Ti capisco, avevi un’ideuzza striminzita e un bell’assegno che ballava sul tavolo come un’odalisca ma, amico, stai davvero menando il torrone. Non voglio sindacare i gusti di nessuno, ma per pagine e pagine in molti libri di successo non succede (il calambour è casuale, ma ormai ce lo lascio) assolutamente niente di nuovo. Non crediate che sia imperizia o pigrizia (almeno, non solo). Per i lettori di bestseller di oggi, distratti dalle notifiche su What’sApp e con una memoria RAM inversamente proporzionale a quella dei loro device, è fondamentale che un testo sia ripetitivo, che permetta loro di non perdersi mai nella vicenda con una navigazione continuamente assistita. Lo scrittore di successo ha capito che ogni tot pagine deve ribadire, rammentare, fare piccoli riepiloghi. Alcuni libri arrivano nella top ten proprio perché concepiti per essere letti in pillole, dieci pagine al giorno, nei momenti di stanchezza della giornata. Se solo provi un’immersione continuativa, non resisti più di una mezz’oretta. La leggera velocità di un singolo paragrafo si trasforma, paradossalmente, in una faticosa lentezza.
E quindi si riducono in pillole libri già pensati in pillole, in unità narrative brevi e talvolta persino autoconclusive, studiati per non affaticare un lettore debole in perenne debito di ossigeno. Libri che poi, a causa di un editing ormai sempre più compresso dalla catena di montaggio editoriale, sono ancora disseminati di scorie superflue (quante imperdibili sequenze di “Buongiorno”, “Buongiorno a lei”, “Si segga”, “Dove?”, “Lì”, “Grazie…” siamo costretti a leggere in tanti bestseller).
I lettori forti ed esigenti diranno che un romanzo veramente buono non dovrebbe essere affatto distillabile. Non importa se di cento pagine o di trecento, un’opera data alle stampe dovrebbe già essere un’essenza ottenuta con tutto l’amore e la pazienza di cui le cose buone e preziose hanno bisogno. È vero. Nel migliore dei mondi, però. E il nostro, ultimamente, neanche ci si avvicina,
Vedremo quindi se il lettore debole di oggi lo si conquisterà promettendogli di risparmiare tempo, dicendogli che la lettura di un best-seller non vale l’investimento di una quindicina di ore, al massimo due o tre (e, per quanto ho scritto sopra su alcuni libri da top ten, non mi pare né scandaloso né illogico).
Casomai, chiederei al nostro lettore debole questo: caro, anzi, carissimo lettore debole che prenoti le vacanze in sette minuti su internet, compri scarpe e cucine componibili da casa, prendi treni ad alta velocità o eviti lunghi spostamenti grazie a Skype, tu che scegli il ristorante senza doverne visitare dieci grazie a TripAdvisor, che paghi l’assicurazione con un semplice clic, il giorno che potrai sciropparti “Guerra e Pace” in tre ore, sedici minuti e ventisette secondi netti, si può sapere cosa mai avrai da fare di più bello e interessante in tutto questo tempo che hai risparmiato?

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