La morte vista al contrario

Alcuni di voi lo sanno già. Per gli altri: in Cosa resta di noi c’è una coppia che, nonostante il ricorso alla procreazione assistita, non riesce ad avere un figlio. Lui si chiama Edo, lei si chiama Guia. A un certo punto, più meno fra le pagine 128 e 130, Guia scrive di quello che le sta succedendo.

 

La morte vista al contrario. Succede che capisco questo, un giorno, un giorno qualunque che non ho mal di testa, bene, però ho come dei nodi nei capelli, male, e forse pioverà, ma non capisco: guardo sopra di me e vedo solo un cielo vuoto. Mi dico che è così, in fondo, dài. Cosa ho, cosa abbiamo tutti sopra la testa? Un vuoto. Un vuoto cosmico, non si sa neanche dove finisce. Oppure, siccome è in espansione, finisce sempre un po’ più in là di dove stava finendo un secondo fa.

Il cielo è un modo romantico di vedere il vuoto cosmico al contrario. Però sempre vuoto è, questo sia chiaro.

La morte vista al contrario invece non è un cazzo romantica, ecco.

La morte è una vita che finisce, e fin qui siamo d’accordo tutti? Bene.

La morte vista al contrario è una vita che non solo non inizia, ma non riesce nemmeno a essere concepita. Neanche la prima scintilla, neanche quel piccolo bam!, neanche il progetto di una possibile vita, tre o quattro cellule che si piacciono, si organizzano per passare un po’ di tempo insieme e poi magari vediamo come va.

La morte vista al contrario è una vera merda.
La morte ti lascia i ricordi.
La vita che non inizia, vedete, neanche quelli.
Non ti lascia un viso, non ti lascia un odore, un modo di sospirare o di leccarsi il moccio del naso, uno scontrino da ritrovare quando infili tutte e due le mani nelle tasche vuote. Non ti resta nulla, nulla da piangere o rimpiangere.

La morte vista al contrario non è una mancanza. Magari. La mancanza è come l’impronta di una testa sul cuscino, ha una forma precisa. Magari, magari. La vorrei una mancanza, sarei pronta a tutto, dall’entrare in clausura a fare la battona in un parcheggio di autoarticolati. Che estasi, che dolore sereno sarebbe dannarsi o consacrarsi per una grande mancanza. Mi manca una mancanza, pensate che assurdo.

Ma la mancanza di qualcosa che non c’è mai stato? Già a dirlo, cazzo, anche questo è un assurdo. È un numero infinito di fantasmi possibili. Ogni volta un sospiro diverso, un modo diverso di leccarsi il moccio.

La morte vista al contrario è tipo il vuoto cosmico, senza confini, in continua espansione, io non lo posso saturare mai e quando dico mai intendo che mi risucchia per sempre, tipo Major Tom che si perde nello spazio dentro la sua navicella. Quando dico mai intendo, be’, almeno finché non muoio. E la morte vista dal verso giusto non mi mette il terrore che dovrebbe. Perché io sono vuota, e in questo vuoto anche il terrore soffoca, si spegne da sé.

Io sono vuota, ma quando sparirò nel vuoto avrò la mia ricompensa, yeah. Questa è la mia vittoria. Dite a mio marito che lo amo tanto, lui lo sa. Sono un eroe, ora. Come Major Tom.

(Cosa resta di noi, Sellerio, 2015).

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