Il posto dei “cattivi”

062013-celebs-james-gandolfini-tony-soprano-hip-hop.jpg Sappiamo bene che uno dei problemi della fiction italiana sta nei “cattivi”. Se il “villain” è una sagoma di cartone bidimensionale, qualsiasi storia risulterà moscia, e  sarà il nostro “buono” in primis a essere molto meno figo. Lo dimostra la statura di attori come Adolfo Celi o Remo Girone,  due memorabili “cattivi” della tv del passato.

Ma i “cattivi” sono poi assai interessanti da raccontare anche come protagonisti. Senza ripartire da Caino, per carità, proviamo solo a eliminare i delinquenti, gli amorali, gli assassini e i borderline dalle fiction straniere degli ultimi vent’anni. Se ne vanno in un colpo solo The Sopranos, Dexter, House of Cards, Breaking Bad, Boardwalk Empire, Pablo Escobar. E lo so, mi sono sicuramente scordato parecchia roba.

Non per niente quando in Italia si fanno Romanzo Criminale e Gomorra, è il successo – anche all’estero. Al di là del loro livello qualitativo, quelle fiction funzionano non solo perché adottano il punto di vista dei “cattivi”, ma perché ci portano nel bosco di notte. Ci fanno cioè fare esperienza di un universo in cui l’etica non esiste. Non c’è una vera contrapposizione manichea fra il Bene e il Male, perché il Bene, semplicemente, non c’è. Anche chi rappresenta la legge non è quasi mai in partita, oppure non porta valori poi così estranei alla logica criminale. La partita vera è fra la totale mancanza di pietas, il delirio di onnipotenza individuale, l’ambizione sfrenata o la sete di vendetta e quella piccola, residua ma insopprimibile dimensione di essere umano (quindi di padre, di figlio, di marito, di fratello) che prima o poi tornerà a esigere il conto. Per essere davvero invincibile, il mostro dovrebbe infatti essere monolitico, cioè mostro ventiquattro ore su ventiquattro, ma questo per gli esseri umani non è possibile. Ed è lì che noi spettatori, puntata dopo puntata, lo attendiamo al varco. La vera partita è nel corto circuito in cui ogni personalità criminale finirà per rimanere ustionata – che venga punito o meno, che si redima o meno.

buscemiMafiosi e camorristi sono quindi personaggi interessanti da raccontare in maniera tridimensionale e spietata, senza cioè la scure del giudizio morale o la cornice floreale dell’apologo educativo. La finzione narrativa a questo serve, eppure per la fiction italiana tutto ciò rimane troppo spesso un tabù. Si teme infatti che un cattivo non banale risulti attraente e sia quindi diseducativo per il pubblico. In questo quadro risulta quindi ancora più bizzarro che il figlio del più potente capomafia degli ultimi trent’anni venga addirittura invitato a sedersi in un salotto della tv di Stato. Perché è il salotto in cui si sono avvicendati non solo presidenti del consiglio e ministri, ma anche luminari della chirurgia plastica, chef stellati, alti prelati, comici natalizi e missitalie. È come se David Letterman avesse invitato la signora Bin Laden a tessere le virtù familiari del marito (nel qual caso siamo comunque sicuri che un intrattenitore come Letterman sarebbe stato  capace di farle almeno qualche domanda scomoda).

È da sciocchi fare raffronti con il passato. La RAI di trent’anni fa inviava i suoi migliori giornalisti, come Biagi o Zavoli, a intervistare terroristi e capi della camorra. Non invitava certo Cutolo nello stesso salotto buono in cui il Mago Silvan sventolava le sue carte e Raffaella Carrà la sua indimenticabile zazzera, né tantomeno lo sovrapponeva alla stessa scenografia da cui parlavano Enrico Berlinguer o Aldo Moro. È banale ma è meglio ricordarlo: il tv il contesto definisce il messaggio.

Oggi a questa sbobba tossica chiamata “infotainment” è consentito tutto, persino di equiparare di fatto il punto di vista di chi ha dato la vita per un’Italia libera e quello di chi ha dilaniato esseri umani con il tritolo, da Palermo a Milano.

Ma perché allora al racconto di fiction (che, come detto, certe perverse equiparazioni alla fine nemmeno le adombra) viene invece ostinatamente limitata la possibilità di raccontare i “cattivi” in modo adulto, nella loro contraddittoria tridimensionalità umana? In questo modo, lo vediamo ogni giorno, si condanna la fiction a una morte lenta e ingloriosa. Trattare invece i “villains” come ospiti qualunque di un talk show, con il loro patetico libriccino in mano da promuovere, dà la spaventosa misura del caos in cui siamo piombati. Perché, senza sostituirsi a nessun giudice, un narratore almeno una cosa di sicuro la sa: personaggi come Brusca, Riina e Provenzano hanno sconvolto la storia del nostro Paese e la vita di noi tutti versando fiumi di sangue. In un Paese sano, il loro posto può essere solo in quella terra incognita fra umano e disumano, fra destino e volontà racchiusa dai confini, sacri e terribili, della tragedia.

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