Sono i sanculotti del self-publishing i veri punk di oggi?

Quando assisto al dibattito sul self publishing, penso alla musica. Come mai? Ve lo racconto prendendola alla larga – ma non troppo, promesso.

Non di rado, durante le presentazioni di Cosa resta di noi, qualcuno tira in ballo la musica. La musica nel tuo romanzo è importante, mi dicono molti lettori. A ben vedere, interviene solo in due o tre punti però sì, sono punti davvero fondamentali. La reunion dei Blur a Glastonbury, l’incontro di San Valentino fra Edo e Anna giocato sulle gesta delle band anni ‘80. L’educazione sentimentale di Edo sembra poi riassumersi nel brano che ha chiuso la breve storia dei Joy Division e ha cambiato per sempre quella del rock: Love will tear us apart. Traduzione letterale: l’amore ci farà a pezzi.

Joy-Division-Love-Will-Tear-Us-Apart-600x576La statistica mi ha insegnato che fra il pubblico almeno uno che conosce i Joy Division c’è sempre. E spesso quell’uno conosce a memoria i loro dischi – due, ma assolutamente fondamentali. Molti di quelli che stanno sotto i quaranta o sopra i sessanta li ignorano. A loro racconto sempre un paio di cose.

Una è che a un certo punto, nella storia del rock, il messaggio fu forte e chiaro: “Non importa se hai messo le dita su una chitarra da tre mesi. Metti su un gruppo e sali su un palco.” Era un gesto extra-musicale, ovviamente, era il segnale dell’attacco alla Bastiglia di un rock ormai fossilizzato su una dimensione pseudo-sinfonica, tardo-lisergica, pretenziosa e astratta. I sanculotti del 1977 non si fecero pregare. Le chitarre erano scordate, la tecnica approssimativa, la linea melodica inesistente, le canzoni erano tre-minuti-tre di pura energia, distruttiva e liberatoria.

Io ho iniziato a suonare la chitarra sulla base di quel messaggio, anche se non sono mai andato su un palco con la cresta da mohicano. Perché quel segnale riguardava anche me, che ascoltavo Simon & Garfunkel e i Beatles. Il segnale diceva: “devi avere coraggio, ora”. Liberava le energie di una generazione orfana dei famosi “grandi ideali”. Diceva che il rock era di tutti quelli che avevano il coraggio di metterci il cuore, e la faccia. Che il momento storico non poteva aspettare i tempi di un diploma di armonia superiore.

Oggi lo capisco bene: per un musicista vero e propriamente detto, questo messaggio equivale alla barbarie del Terrore. Ma da quelle macerie nacque il futuro, così come dalle ghigliottine delle Rivoluzione Francese nacque un nuovo modo di concepire l’individuo e la collettività. Il paragone è estremo, ma rende l’idea.

Il futuro permesso dall’assalto punk iniziò con i Joy Division. E solo grazie al loro gelido nichilismo, fu possibile poi a un gruppo come gli U2 presentarsi con la candida bandiera di una nuova e sperduta innocenza (non a caso il primo singolo di Bono e compagni fu prodotto proprio da Martin Hannett, storico artefice del suono dei Joy Division). E anche se non avete mai conosciuto (o sopportato) il punk, sappiate però che senza il punk un disco come London Calling dei Clash non avrebbe mai visto la luce.  Un capolavoro in cui ascoltammo la mappa futura di quasi tutta la musica ibrida e meticcia dei trent’anni seguenti.

Fine della digressione musicale. Non cambiate pagina adesso.

 

Oggi, l’editoria tradizionale, l’establishment, i salotti della “buona società letteraria” (qualsiasi cosa si intenda per questa fumosa locuzione) vengono presi d’assalto dai sanculotti del self publishing. Così come per fare il punk non era rilevante conoscere l’esistenza, faccio un esempio, di un accordo chiamato Fa# 7/5+, gli autori auto-pubblicati (su carta o in Rete) rivendicano oggi il loro diritto a vedere il loro nome su una copertina senza apprendistati, accademie, cenacoli. Non intendono quindi passare al vaglio di comitati di lettura che giudichino le loro opere alla luce di alcuni criteri come la coerenza drammaturgica o la consapevolezza delle scelte stilistiche. Ammetto che al momento non capisco se sul patibolo debbano salirci determinati criteri di “pubblicabilità” di un testo, l’idea stessa che esista un criterio, oppure coloro che di quei criteri sono visti come arcigni custodi (quindi direttori editoriali, editor, agenti, scout).

Anche il punk fu una rivolta contro le major discografiche e contro la musica “mainstream”, ma non distrusse la figura del manager o del discografico. Anzi, i maligni hanno buon gioco a far notare che il successo dei Sex Pistols fu opera innanzitutto di uno scaltro e geniale produttore chiamato Malcolm McLaren.

Oggi, il self publishing mette in discussione la necessità stessa di una figura come l’editore. La Rete sarebbe il mezzo per eliminare l’opaco diaframma fra autore ingiustamente inedito e lettore avido di nuove voci narrative. Ma mettere le proprie opere on line (anche gratuitamente) di per sé non serve praticamente a nulla. Aprire un sito o una pagina Facebook per promuovere i propri romanzi è okay, ma… prego, la fila finisce  dietro l’angolo. Per avere visibilità bisogna conoscere un mestiere che non ha a che fare con lo scrivere, bisogna accedere a una piattaforma importante. Ecco che i sanculotti, nemici di un establishment editoriale sempre meno influente, finiscono dritti dritti nelle braccia (o nelle fauci) del Signor Amazon o di Big G.

Ecco, io non sono sicuro che il nuovo establishment digitale darà a questi sanculotti la libertà promessa e i diritti negati, il successo a cui ambiscono e i soldi che ne deriverebbero. Il rischio è che trasformi il 99% di loro in carne da cannone, secondo la logica prevalente della Rete: internet è quel posto dove tutti possiamo essere autori di contenuti, ma dove i soldi li fa il padrone del contenitore.

Se poi il limite all’energia punk fu dato dal nichilismo che ne costituiva la cifra essenziale, la cifra della rivolta odierna sembra invece l’affermazione individuale, il desiderio di essere quell’uno su mille (uno su mille milioni, in realtà). A me ricorda molto lo spirito con cui, in tempi di crisi, si tenta la fortuna con l’Enalotto. È perfettamente logico e lecito: se una roba come Cinquanta sfumature di grigio ha sbancato partendo dalla Rete, significa che un colpo di culo è alla portata di chiunque sia ancora in grado di articolare un periodo di un paio di righe senza fare scempio della sintassi.

Ma forse, mi dico, queste cose le scrivo perché il punk è successo quasi quarant’anni fa e io ne ho appena compiuti cinquanta. In due parole, per sopportare il peso del passato non ho che una scelta: affermare strenuamente che quel passato sia stato (ahimè) di gran lunga più eroico e vibrante del presente. Ricordare come quella rivolta sia stata spontanea, necessaria e salvifica, e vedere gli odierni sanculotti del self publishing come agenti inconsapevoli della Restaurazione.

Il dubbio che le mie idee derivino semplicemente dal fatto di non avere trent’anni oggi ce l’ho, lo confesso. E me lo tengo stretto, perché in questo dubbio alberga anche una bellissima speranza. La speranza che, nonostante tutto, questo calderone dove abbondano storie autoreferenziali, copertine dozzinali, titoli improbabili e narrazioni velleitarie sia un caos, per quando doloroso e distruttivo, necessario a far rinascere qualcosa di nuovo.

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3 pensieri su “Sono i sanculotti del self-publishing i veri punk di oggi?

  1. Caro Giampaolo, il paragone tra il punk e il self publishing è suggestivo, ma il rischio è di dare al self publishing un ruolo che non gli compete. Per come la vedo io, le varie pratiche di autoproduzione editoriale sono uno strumento, un’opzione in più che un autore (non necessariamente inedito) ha a disposizione. Non c’è un manifesto comune, non c’è un’urgenza di rottura o una critica di fondo all’editoria tradizionale (non come assunto di base, almeno). Anzi, ci sono molti autori che lavorano sia come self sia con editori e credo che questo sia un atteggiamento più giusto rispetto a una scelta di campo rigida che avrebbe solo il senso di una preclusione a priori. È solo un modo diverso di fare una cosa. Uno strumento, che come tutti gli strumenti da solo è muto e la musica la fa chi lo suona. Tra l’altro, per come lo conosco io, l’ambiente «indie» è tutto fuorché individualista e competitivo: gli autori spesso si conoscono, si supportano e si scambiano esperienze. Non lavorano da soli: hanno gruppi di lettura, collaboratori, editor, grafici, compagni di viaggio. Metterne in dubbio la qualità solo perché non c’è un marchio editoriale suona un po’ come un pregiudizio. Così come dare per scontato che in un album autoprodotto non possa esserci un Fa# 7/5+ o che nel cinema indipendente non ci siano registi tecnicamente preparati o che una serie nata sul web non abbia sceneggiatori e idee all’altezza di quello che vediamo in prima serata sulla Rai. In generale, bisognerebbe parlare più dei libri e meno di chi li scrive o di chi e come li pubblica e li distribuisce, perché alla fine ci sono libri buoni (come i tuoi) e libri non buoni. E comunque, Dio benedica i Clash.

    • Non ho affatto messo in dubbio che fra i self-publisher non possa esserci della qualità. Essendo stato una specie di “rompete le righe”, è naturale che per la stragrande maggioranza siano prodotti editoriali piuttosto improvvisati. Come del resto il punk liberò le energie di molta gente musicalmente mediocre (come me), che forse mai avrebbe sognato di mettere le mani su uno strumento. Fu giusto, liberatorio? In quel momento sì. Cambiò la nostra vita in meglio? Sì. Essere punk (o anche dark) significava infischiarsene del successo, rifiutare certe logiche. Oggi mi pare che tutti quanti invece pubblichiamo per il consenso, le tirature, il successo. E vedo quindi molti self publisher scontenti e infelici non appena capiscono che il loro libro non riesce a farsi leggere o a piacere come pensavano.

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