Sette anni fa, la nostra notte più lunga

Da “Il Tirreno” del 29 giugno 2013

Noi dell’obitorio e la notte più lunga

di GIAMPAOLO SIMI

Intorno alle 23 e 50 del 29 giugno 2009, nei seminterrati dell’Ospedale Versilia si verifica un breve blackout. Nel ventre nascosto del gigante gli interminabili corridoi di servizio sono di cemento grezzo. Unici ornamenti sono i grandi tubi, i fasci di cavi e le condutture. Sotto la luce dei neon si muovono carrelli robotizzati che sembrano vagare alla cieca. Non è proprio il luogo ideale per venir sorpresi dal buio specialmente se, come Paola, sei in servizio all’obitorio solo da qualche giorno. «Mi sono sempre detta: non è dei morti che devi aver paura» ricorda ancora oggi, «ma in quel momento sentii un brivido». In quel momento Paola, come tutti, non poteva sapere, tantomeno immaginare. Dovevano passare alcuni minuti perché arrivassero le prime, confuse notizie su un treno esploso alla stazione di Viareggio. Perché arrivassero le prime vittime, invece, ci vollero addirittura alcune ore. Possiamo definire con delicatezza l’obitorio “la zona del commiato”, ma l’atmosfera resta quella sospesa, essenziale e scarna di un qualsiasi posto di confine, un passaggio obbligato dove nessuno è destinato a fermarsi più di tanto.

Ma il 29 giugno 2009, man mano che arrivavano i colleghi di Anna, l’attesa rese l’atmosfera addirittura surreale. Erano in tutto cinque gli infermieri dell’obitorio che hanno dovuto gestire quelle ore tremende in questi seminterrati. Insieme a Paola, c’erano Anna, Fabio, Michele, Giorgia. Il 29 giugno 2009 qualcuno di loro era in ferie, qualcuno venne buttato già dal letto dall’esplosione, qualcuno vide passare la notizia mentre sonnecchiava alla tv. Michele ricorda: «Oggi dico che è stato quasi meglio non capire esattamente quello che ci stava per arrivare addosso. Cosa avremmo potuto fare per prepararci al più grande disastro capitato nella nostra zona dopo la Seconda Guerra Mondiale? Quale struttura poteva essere stata pensata per resistere a un evento del genere?» Giorgia ci provò, a consigliare i colleghi: «Se ce la fate, riposatevi un’ora adesso, perché sarà una nottata lunga». Nessuno ce la fece. Paola ricorda bene: «Mi misi a giocare al solitario al computer, qui, in questo ufficio. Che cosa assurda. Ma non trovai altro modo per combattere la tensione». Anche oggi, che è una mattina assolata di prima estate, in queste stanze al seminterrato la luce esterna entra con discrezione e fai presto a dimenticarti se è giorno o notte. E la notte più lunga dell’obitorio dell’Ospedale Versilia durò perlomeno una settimana. Una settimana in cui questo luogo appartato e silenzioso divenne uno degli epicentri della tragedia, affollato dai parenti delle vittime, dai periti, dalle équipe di medicina legale e dalle forze dell’ordine. I ricordi sono frammenti ancora appuntiti, ma dopo quattro anni riescono finalmente a uscire. Ancora Paola: «La prima vittima che portai qui fu Hamza. Mi chiamarono dal Pronto Soccorso. A quel punto c’è stato un nuovo black-out, ma nella mia mente, e c’è tutt’ora. Ricordo l’episodio, ricordo che era lui, il ragazzo marocchino, ma ho rimosso qualsiasi dettaglio». Alle prime ore del mattino, i colleghi decidono di dare qualche ora di stacco a Paola, la nuova arrivata che aveva sopportato il turno di notte. «Andai a casa e per rilassarmi mi misi a strappare le erbacce dai pomodori» racconta ancora lei. «Dopo dieci minuti mi dissi: “ma che stai facendo?” e tornai al lavoro».

 

I problemi erano molto pratici: convincere le famiglie musulmane a non lavare le salme dei propri cari, come prescrive il Corano, prima dell’autorizzazione del magistrato. E dato che le autopsie sarebbero durate giorni, dovette arrivare in container frigo per ospitare tutti i cadaveri.

 

Uno dei primi problemi che il personale dell’obitorio si trova di fronte con il passare delle ore è terribilmente pratico: le autopsie dureranno per giorni e non ci sono celle frigorifere a sufficienza per conservare le salme. La soluzione è offerta da una ditta di autotrasporti campana: a distanza di poche ore dal disastro, un grande container refrigerato scende nei sotterranei dell’ospedale. «E cosa ti va a succedere?» racconta Michele, «Si rompe il motore del refrigeratore. Panico. Il personale di questa ditta che prima venne ad azionare in piena notte il motore di emergenza, poi tornò dopo poche ore con un nuovo motore elettrico. Alla fine sono cose come queste che mi porto dentro da quei giorni». Fabio ha passato una vita al pronto soccorso, ne ha viste di cotte e di crude. Però il 29 giugno è stato diverso. «Il problema più grave fu quello delle autopsie. Molte vittime erano del tutto irriconoscibili. Non distinguevi un uomo da una donna. Dico sempre che in quel momento i periti di medicina legale facevano delle autopsie a un numero, non a una persona. E dare il nome giusto a quel numero, far sì che i parenti avessero il proprio caro da piangere, fu la parte importante del nostro lavoro». Quella dei parenti delle vittime fu una vera e propria onda d’urto emotiva. Giorgia è indicata da tutti come il punto di riferimento di questa piccola squadra che per dieci giorni ha lavorato ininterrottamente nel luogo dove le speranze finivano, dove nessun giornalista poteva andare in cerca di eroi e salvatori. Dal canto suo, lei ricorda bene gli sforzi fatti per convincere le famiglie di fede musulmana a non lavare i propri cari secondo quanto prescritto dal Corano finché il magistrato non avesse dato l’autorizzazione. Ricorda la difficoltà di imporsi perché un parente non vedesse quello che era rimasto del proprio caro. E poco importa, conclude, se quella persona non potrà mai essere riconoscente per lo strazio che gli è stato risparmiato. «Di fronte a gente che ha perso figli, fratelli e genitori in quel modo non hai un protocollo da seguire» racconta ancora Giorgia. «Sapevamo che sarebbero arrivati gli psicologi dell’Azienda sanitaria, ma nell’immediato avevamo un solo rimedio: parlare con loro e farli parlare». «Verissimo», puntualizza Michele, «ma da parte mia devo dire che in certe situazioni il dolore degli altri può travolgerti. In quei giorni c’era chi abbracciava i parenti delle vittime, io invece ho tirato giù una saracinesca. Sembrerà disumano, ma io devo fare il mio lavoro e devo essere lucidissimo».

Possibile che dopo quattro anni questa saracinesca non dia alcun segno di cedimento, non sia corrosa da un po’ di ruggine? Chiedo loro se la notte si svegliano mai di soprassalto, se hanno incubi. La parte maschile nega compatta, salda e impermeabile. Paola invece ammette che per molto tempo ha dormito rannicchiata, come circondata dalla fragilità di quei corpi carbonizzati. «Se ti muovi, li rompi, se ti muovi, li rompi… mi ripetevo nel sogno. E allora, un bel giorno mi sono lasciata convincere a fare una lunga chiacchierata con lo psicologo». È la frase che mi convince a chiudere il taccuino. Usciamo tutti insieme dal piccolo ufficio per una pausa sigaretta. Fabio prepara pipa e tabacco, Paola mi indica i muri della sala d’aspetto: decorazioni, edere, vedute da finestre a “trompe-l’oeil”. «Ti piacciono? Le ho fatte io» mi dice. «Dopo il 29 giugno?» le chiedo. «Certo, dopo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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