L’Inferno di Dan Brown è il nostro Purgatorio

Qualche tempo fa, camminando per Londra finii per puro caso di fronte a un edificio familiare. Illuminato dal basso, nel buio della sera, ne riconobbi l’aspetto inquietante per cui mi era rimasto impresso. Eppure non ero mai stato lì prima di allora.

Era la chiesa di Christ Church Spitalfields, e l’avevo vista per la prima volta su una memorabile tavola a china di Eddie Campbell. La monumentale graphic novel era From Hell di Alan Moore. In From Hell si raccontava che Christchurch fosse stata voluta dall’architetto Nicholas Hawksmoor in quella precisa posizione, anche a costo di sventrare un isolato intero, anche a dispetto di una evidente sproporzione fra la chiesa, il suo svettante obelisco e gli edifici modesti dell’East End del diciottesimo secolo. E tutto questo affinché quell’obelisco fosse uno dei vertici di un simbolo satanico che univa altri obelischi di Londra.

christchurch

Christchurch in Spitalfields: creepy, isn’t it?

Feci un paio di foto. Dietro di me, in quel momento passarono un gruppo di ragazzi e sentii distintamente uno di loro dire “Come mai il tizio fotografa questa chiesa?” e un altro rispondergli: “Dev’essere il solito nerd patito di From Hell. Un fumetto famoso.”

Naturalmente non è storicamente accertato che Hawksmoor facesse davvero parte di una corrente definita satanismo teista. Così come non è mai esistito Sherlock holmes, e non è affatto detto che a Londra sia vissuto davvero il Jimmy Jazz della canzone dei Clash. Ma senza London Calling dei Clash o From Hell, Londra non avrebbe per me questa sorta di tridimensionalità mitologica.

Questa tridimensionalità mitologica è una gran cosa, ma talvolta anche no. A Barcellona ho rischiato di essere rapinato per cercare nel Barrio Raval il ristorante  frequentato regolarmente da Pepe Carvalho, e quindi da Manuel Vazquez Montalban. Sulla costa occidentale dell’Irlanda ho rischiato di essere mollato da una fidanzata perché mi ero intestardito a cercare un fantomatico fortino danese che, come tutti i fortini danesi, sono notoriamente rifugi del Piccolo Popolo. E vi assicuro che avevo ampiamente oltrepassato l’età della ragione.

Ma è così che funziona. Uno legge dei libri, ascolta delle canzoni e poi rivede ovunque cose. Cose che non esistono più, che sono esistite solo in via ipotetica, o che non sono esistite affatto.

Una volta pensavo che, come a me succedeva a Londra o a Barcellona, la stessa cosa succedesse in Toscana agli stranieri, specialmente americani e inglesi. Immaginavo che camminassero per Firenze e avvertissero aleggiare la presenza di Dante o di Leonardo, immaginassero i tempi di Machiavelli e di Lorenzo il Magnifico.

Non ne sono più tanto sicuro. Anzi, per niente.

Prendiamo per esempio Inferno di Dan Brown. Tanto per rimanere in Toscana, Galileo Galilei scrisse che al mondo non era mai stato inventato altro metodo di trasporto più veloce di questi piccoli sgorbietti d’inchiostro chiamati “alfabeto”. Alla sua epoca non esistevano il Concorde e lo Shuttle. Oggi, anche se c’è internet, possiamo tutto sommato dire lo stesso. Il virtuale annulla le distanze, ma non ci trasporta davvero altrove.

Certe volte invece, questi sgorbietti neri sulla carta ci trasportano davvero altrove. E soprattutto nel tempo. Racconta Umberto Eco che, quando presentò al suo editore Il nome della rosa, gli fu obiettato che le prime cento pagine potevano risultare ardue. Eco rispose che servivano a trasportare completamente il lettore dentro l’Abbazia e che, in definitiva se si accettava di trascorrere cinque o sei ore in treno per essere portati da Milano a Roma, si potevano pure impiegare alcune ore di lettura per andare dove nessuno treno e nessun aereo potevano portarci: nel Medioevo.

Tutta questa incredibile potenza magica, gli sgorbietti neri di Dan Brown però non ce l’hanno. Firenze è solo un luogo pittoresco in cui la modesta pensione si chiama “La Fiorentina”, in cui il custode del corridoio vasariano guarda in tv la replica (la replica?) di una partita della Fiorentina e dove il massimo dell’esotismo è rappresentato da persone che camminano per strada addentando lampredotti.

Per gran parte delle pagine ambientate a Firenze, il protagonista Langdon elargisce  informazioni che non esuberano mai dal tono neutro e dalla lunghezza media di una voce di Wikipedia. (“La cupola del Brunelleschi è alta centoquindici metri, il David cinque metri e venti”). Notazioni vieppiù pignole, soprattutto se consideriamo che vengono elargite mentre i due protagonisti sono inseguiti da killer sanguinari, multinazionali con scarsa propensione alla filantropia, carabinieri baffuti e una branca deviata della CIA.

firenze-panorama2

Le pagine fiorentine di Inferno hanno la caratteristica di non dare per scontato un patrimonio culturale di base dal parte del lettore. Lo ritengo è un atteggiamento ammirevole, da parte di un narratore. Non apprezzo chi strizza l’occhio sempre e solo al lettore più avvertito, presupponendo che per leggere quel testo uno debba per forza averne letti altri mille. In quel senso, un grande erudito come Umberto Eco spendeva cento pagine proprio perché presupponeva che il lettore non conoscesse nulla di come si viveva in una abbazia benedettina del medioevo. Poi, il lettore più avvertito poteva godersi il calco Conan-Doyliano della prima pagina o il parallelismo fra i Dolciniani e i Sessantottini.

Ma la differenza fra il grande impegno di Eco (che costituiva anche una notevole angoscia per il suo editore) e le pagine di Dan Brown proviene da due atteggiamenti completamente diversi. Eco tenta di farci vivere in quell’Abbazia, di farci prendere persino certi ritmi alieni alla nostra contemporaneità. Dan Brown non  vuole che i suoi lettori facciano alcuna fatica. Li imbarca in uno di quei trenini che trasportano, per l’appunto, giapponesi e pensionati americani sovrappeso e ammannisce loro qualche bignamino di storia dell’arte, strappandoli all’abbiocco con inseguimenti, interventi di forze speciali, droni e vivaci sparatorie fra l’Oltrarno e Palazzo Vecchio.

La Firenze di Dan Brown è una scenografia con didascalie. I fiorentini e gli italiani non esistono. Dan Brown è stato sì a Firenze, si è documentato e ha collezionato un numero anche piuttosto limitato di errori, ma non è quello il punto. Il punto è dove sia indirizzato il suo interesse. Il suo interesse non è immergersi nella Firenze di oggi, di cui non gli potrebbe fregare di meno, e neanche nella Firenze di Dante, altrimenti avrebbe scritto un romanzo storico. Il suo unico interesse è precisamente focalizzato solo su quello che Firenze simboleggia e rappresenta per lui, per la cultura da cui lui proviene, per la storia che sta raccontando e per il lettore medio a cui la sta raccontando. Su questo Dan Brown ha le idee chiarissime: Firenze rappresenta il momento in cui la civiltà occidentale è uscita dai secoli bui del Medioevo per aprirsi al Rinascimento. Da Dante a Botticelli e a Lorenzo il Magnifico si sviluppa la parabola virtuosa di chi ha abbandonato il periodo buio di pestilenze e di carestie, un periodo dominato dalla paura del futuro e dal senso di colpa, per riprendere in mano il proprio destino. Quanto questa lettura sia a dir poco convenzionale Dan Brown potrebbe capirlo solo leggendo Il nome della rosa. Siamo sicuri che l’abbia senz’altro letto e anche capito. Il punto è che, semplicemente, non gli importa. Non gli importa che i secoli bui siano stati anch’essi secoli di innovazione, di sapienza e di progresso, secoli che hanno tramandato fino a noi tutto il patrimonio dell’antichità greca e romana, tanto per dire. Gli importa anche meno che i principi e i papi del Rinascimento possedessero un cinismo, una sete di potere e una ferocia tali da renderne problematico l’inserimento in una qualsiasi bolgia dell’Inferno dantesco.

Se Robert Langdon studia i simboli, il suo autore Dan Brown li usa per come li trova già confezionati nell’immaginario collettivo. Medioevale continua a essere sinonimo di arretrato, oscuro e tormentato.

Il Rinascimento è l’ideale unione di armonia e funzionalità, bellezza e pragmatismo, ricchezza spirituale e ricchezza economica. I suoi artefici, ricorda Brown, sono sia i pittori, gli scultori e gli architetti sia i banchieri toscani e i potentissimi Medici che li finanziarono. E che, ricorda, generarono quattro papi, due regine di Francia e i più grande istituto finanziario d’Europa. Ancora oggi le banche usano il sistema contabile dei Medici, la partita doppia con crediti e debiti.

In quella Toscana ideale, che ha la staticità iconografica tipica del mito, Dan Brown racconta e cristallizza fuori dal tempo e dalla realtà un ideale tutto suo, tutto contemporaneo e tutto americano. La reincarnazione moderna del Rinascimento sono gli Stati Uniti e il loro spirito di innovazione, la loro energia, la loro ambizione, tutto quello che di rinascimentale c’è nell’esergo di Steve Jobs stay hungry, stay foolish.

Da tutto questo è chiaro che Dan Brown non cerca di capire un contesto diverso dal proprio. I pochi personaggi italiani sono stereotipi di un modo di vivere che l’autore ritiene, ancorché per certi aspetti folkloristicamente piacevole, del tutto sorpassato e inadatto ad affrontare le sfide del futuro.

Tutto quello che a Firenze è successo prima della Commedia di Dante è come se non fosse mai esistito. Quello che è avvenuto dopo il XVI secolo non riveste alcun interesse. Gli highlights dell’Italia sono là, tutto il resto non vale nulla. È un’ammirazione selettiva e chirurgica che non sfocia mai nell’amore totale e spassionato verso questa città ma, anzi, ci consegna una sentenza spietata.

Dopo il Rinascimento Firenze, ma in generale tutta l’Italia, non è stata mai più così influente. Non è mai più stata il motore di un cambiamento estetico o culturale. Non è più stata così hungry e foolish.

È un punto di vista. Opinabile, certo, ma di cui si dovrà pur tener conto, perché ci dice qualcosa su come ci vedono gli altri. Sta a noi rifletterci seriamente, se non vogliamo che il prossimo best-seller americano convinca il mondo intero che il Brunelleschi veniva così chiamato per la smodata quantità di un noto vino pregiato che era capace di ingurgitare.

(Stralcio di un intervento tenuto in occasione del convegno “Tuscan Territories: Rural-Urban Dynamics” presso Monash University Prato Centre, Italy, 19-20 June 2014 – a cura di University College of Cork)

Annunci