Sono andato a vedere un film sui Beatles e ho capito (forse) una cosa sulle serie TV.

Tempo fa mi sono domandato perché le serie tv si contendono il mio tempo così tenacemente con i libri e con il cinema. Ecco le risposte che ho trovato:

A) perché tutti i miei amici seguono almeno una o due serie in contemporanea, e alle cene finirei per sentirmi escluso da gran parte della conversazione.

B) per aggiornamento professionale.

C) perché nelle mie serie preferite trovo uno spessore narrativo che in romanzi o al cinema trovo sempre più raramente.

Sono tutte vere, ma non sono completamente la verità.

Avete presente la sensazione di quando si ricorda un sogno a frammenti? Abbiamo nella memoria dei particolari vividi ma ci sfugge il quadro generale, il basso continuo di fondo, il tema portante. Poi ho visto Eight days a week, il documentario di Ron Howard sui primi, vertiginosi anni di carriera dei Beatles. E che c’entra? direte. A prima vista niente. E invece sì.

A un certo punto, Paul McCartney dice, ricordando quasi con incredulità: “Everyone liked us”. “Piacevamo a tutti”. E più avanti, Whoopi Goldberg dice: “I Beatles non erano né bianchi né neri.”

Ecco, in queste due affermazioni c’è la grande promessa di quella cosa che chiamiamo “pop”, di cui i Beatles sono stati giganteschi protagonisti. È una grande promessa ecumenica. È l’abbattimento dei muri fra etnie e ceti sociali, la salutare mescolanza di linguaggi e culture che può raggiungere e toccare il cuore di chiunque, il diplomato in violoncello e l’ingegnere stonato come un campanaccio, la cameriera afroamericana con la terza media e la studentessa bianca alto-borghese.

La grande promessa, va da sé, contiene anche i semi della dannazione. La band, la bibita, lo smartphone che piace a tutti è il feticcio di qualsiasi amministratore delegato, ma per qualsiasi artista è un’ossessione castrante e distruttiva. Lo dimostra la triste parabola di un altro gigante del pop come Michael Jackson. E poi il bisogno di piacere a tutti è spesso proprio di individui piuttosto sgradevoli, come i dittatori e i narcisisti patologici. Il documentario di Ron Howard racconta anche come i Beatles, per fortuna, smisero di piacere a tutti – tirando essi stessi un sospiro di sollievo.

Le serie televisive di questi ultimi quindici anni non hanno mai avuto questo problema. Il  prodotto televisivo medio, calibrato maniacalmente per dare un po’ di tutto a tutti, in realtà non piace più a nessuno. Sotto questo aspetto, la golden age delle serie tv che stiamo vivendo ripone l’aspetto più ecumenico del “pop” nella soffitta del diciannovesimo secolo. Rappresenta infatti la fine del concetto stesso di “mainstream”, una parola che contiene anche figurativamente un’idea sorpassata: c’è una maggioranza i cui  gusti sono irreggimentabili come un corso d’acqua perché, obbedendo alla legge di gravità, confluiscono inevitabilmente verso il basso e scorrono placidamente nel centro esatto della valle.

Dall’altra però, ibridando e sperimentando, molte serie abbattono qualsiasi divisione fra pubblico esigente e pubblico meno istruito,  fra patiti di detection e di horror, fra narrazione popolare e opera d’autore. Lo fanno per due motivi. Primo: perché non vogliono raggiungere “tutto il pubblico” o solo “il pubblico più raffinato”, ma scommettono sulla creazione di un pubblico nuovo, inedito e trasversale. Secondo: il pubblico te lo giochi nella prima puntata – anzi, ormai nei primi venti minuti. E allora devi partire chiaro e lineare, su presupposti semplici e primari. Il tempo della complessità arriverà poi. Arriverà quando lo spettatore ha deciso che quella storia lo intriga e lo riguarda, quando ne ha appreso l’alfabeto di base e quindi saprà decifrare situazioni sempre più dense di implicazioni.

La promessa del pop ha sempre contenuto la minaccia totalitaria di creare una sola band “per tutti”,  il fenomeno planetario, il gusto unico, il timballo onnicomprensivo e indigesto alla Lady Gaga. La golden age delle serie tv si regge su una promessa speculare, ma potenzialmente più democratica: da qualche parte, fra mille canali e piattaforme, chiunque può trovare la storia che lo intriga, lo riguarda o lo tocca da vicino.

 

P.S.: naturalmente le grandi serie tv di cui si parla sono ormai tutte a sviluppo “orizzontale”: ogni puntata è paragonabile a un lungo capitolo di un unico romanzo, ogni stagione può equivalere al volume di una grande saga. Negli anni Sessanta e Settanta sulla RAI si chiamavano “sceneggiati”, proprio a sottolineare che erano romanzi adattati per la televisione. Alcuni, di sapore mystery, avevano titoli seducenti come Il segno del comando, Ritratto di donna velata o Ho incontrato un’ombra. Avevano dei cliffhanger di puntata perfetti. Penso sempre che noi figli del boom siamo stati fortunati, a crescere con quella televisione là.

Annunci