Cominciò tutto alla fine di un’estate

Come spesso fanno quelli che vivono in una città turistica, io sono sempre andato in vacanza alla fine dell’estate. Mio padre, addirittura, prendeva le ferie a novembre. Non vi dico lo spasso.

Nell’estate del 1998 avevo aiutato i miei in un bar sul mare e verso la fine di agosto mi ero programmato una vacanza in Irlanda. Come tutti quelli che passano un’estate di lavoro a 30 gradi, fuggivo in un posto piovoso, sferzato dal vento e con una temperatura massima di 18.

L’estate però era anche il momento ideale per scrivere. Mezza giornata in casa editrice, pomeriggio al bar e verso sera, con il fresco, scrittura. Due ore prima di prendere l’aereo per Dublino spedii il file delle mie fatiche estive a Luigi Bernardi.

luigi

I modem facevano ancora quel rumore alla C3P8 di Guerre Stellari. Ci si collegava la sera, perché in genere con i primi abbonamenti era la fascia oraria meno costosa (ma i dinosauri si erano già estinti, giuro). Uno andava in vacanza e stop. Niente cellulare, niente posta elettronica per una settimana o due. Volete sapere una cosa? Si sopravviveva benissimo.

Al ritorno scaricai la posta di dieci giorni (operazione che poteva anche durare dai cinque ai sei minuti). C’erano due mail di Luigi Bernardi. DUE. Le aprii per prime. Una risaliva al giorno dopo la mia partenza. Diceva che nella seconda parte del mio romanzo la scrittura non era brillante come nella prima e che i personaggi andavano approfonditi. Ma, se avevo voglia di lavorarci, lo avrebbe pubblicato nella collana Vox di DeriveApprodi che stava progettando in quei mesi. “Potrei chiedere romanzi a scrittori già famosi e non me li negherebbero, ma ho voglia di fare una collana di nomi tutti nuovi. Ci stai?”

Ci stavo? Ero fuori di me dalla gioia. Luigi Bernardi voleva pubblicare “Direttissimi Altrove”.

Dopo sei giorni, mentre io continuavo a scolare pinte di Guinness e inzupparmi di pioggia per andare a vedere anche il più stronzissimo menhir sperduto nel nulla, mi aveva scritto di nuovo. La mail era di una sola riga e diceva: “Ti sei mica offeso?”

Offeso io? Ma porca miseria no, Luigi, è che me stavo intruppato dietro un gregge di pecore, alle prese con segnali stradali in gaelico, stavo tentando di scalare il Ben Bulben o cose del genere. E non c’era Facebook, altrimenti avresti potuto verificare di persona.

Avevo voglia di lavorarci? Non vedevo l’ora di lavorarci. Non vedevo l’ora di dirlo a tutti i miei amici. Luigi Bernardi aveva scelto un mio testo per la sua nuova collana. Allora non avevo sbagliato a continuare a scrivere, a crederci. Magari poteva essere l’inizio di qualcosa?

È stato l’inizio di tutto.

Luigi è sempre stato straordinariamente capace di nuovi inizi. Sapeva ricominciare da zero, anche dopo aver costruito tanto. Mi ha insegnato un sacro, sano terrore per le rendite di posizione. Era uno veramente hungry e foolish senza coltivare alcun mito della stravaganza. Era un eccentrico vero, e come tale non aveva bisogno di indossare camicie strane per sottolinearlo. Mi ha insegnato che chi racconta una buona storia deve sempre essere eccentrico, nel senso che non deve mai sedersi bello comodo, nel centro della soffice poltrona di quello che tutti pensano. Deve cercare un baricentro inedito, un nuovo equilibrio, inventarsi una sua posizione da cui raccontare, anche a costo di mettercisi in totale solitudine.

Luigi si è sempre lasciato il passato alle spalle e ha sempre guardato avanti. Se aveva dei rimpianti (come d’altronde ne abbiamo tutti), li nascondeva bene. Il rimpianto di chi, come me, avrebbe fatto un altro mestiere senza di lui è invece è così grande che nasconderlo, anche se volessi, sarebbe impossibile.

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