Il problema è che fanno schifo i lettori (calma: lo sostiene un algoritmo, mica io)

Ma ve lo ricordate il vostro amico che aveva appena finito di leggere Moby Dick? Se lo guardavate bene, sembrava avesse la faccia segnata dal vento e dal salmastro. E quello che vi parlò per primo de Il Profumo di Süskind? Non faceva che andare in giro annusando compulsivamente a destra e a sinistra. E quell’altro, invece, che per due settimane commentava persino i carciofini della pizza capricciosa con oscure locuzioni latine? Stava in fissa perché aveva appena finito di leggere Il nome della Rosa. Per non dire del reduce dalla lettura del passaggio nelle Miniere di Moria de Il Signore degli Anelli: aveva veramente gli occhi a fessura di quello che non vede la luce del sole da giorni.

Ve la ricordate la sensazione di non aver capito un passaggio, una descrizione o anche solo una parola? Era una gomitata, una piccola puntura, uno schiocco di dita di quelli che ti risvegliano e ti dicono: sono così tante le cose da scoprire e da capire che in vita tua non ti annoierai mai. Una sensazione che, se non è felicità, ditemi voi allora cos’è.

E poi – aspetta, aspetta – la magia che uno sperimenta all’inizio di un libro  come Arancia Meccanica, ce l’avete presente? Sono passate tre o quattro pagine e fra cinebrivido, mommo e planetario non hai ancora capito una mazza, ti dici “se continua così, co’ ‘sta cippa che lo porto in fondo” e di colpo, bam!, senza neppure accorgertene hai capito, il tuo cervello unisce i puntini e maneggia già quei termini come un drugo di lungo corso, hai davanti un mosaico scintillante di colori saturi e insani che senza quelle parole nuove non sarebbe mai apparso.

E ancora: il gusto carbonaro del passaparola. Ecco, ne vogliamo parlare? Quando un amico o il tuo libraio ti consiglia un romanzo con quel filo di complicità, come un segreto che solo tu puoi capire, è o non è una sensazione impagabile? Sì, magari quel libro è Pastorale Americana o il primo della serie di Montalbano e nel frattempo altri ottomila amici e seimilacinquecento librai stanno facendo lo stesso. Ma che importa? Se ce la stiamo spassando sotto le lenzuola con una persona che ci piace, che ci frega se probabilmente in quel momento tanti stanno facendo altrettanto?

Alcuni giorni fa è apparso su Il Post questo articolo.

bn-pq295_bestse_mv_20160831112412

Si tratta di uno studio su ventimila libri che hanno venduto molto negli ultimi anni. I due autori, Jodie Archer e Matthew L. Jockers, hanno analizzato l’uso delle parole, la sintassi e la struttura drammaturgica. Per alcuni aspetti non c’è niente di nuovo. La struttura in tre atti ce la portiamo dietro dalla tragedia greca, tanto per dire. E lo studio delle ricorrenze di alcuni vocaboli – o di alcuni tipi di vocaboli – a discapito di altri non sempre spiega qualcosa di inaspettato e fondamentale sulla poetica di un autore. Per esempio, le tre parole più usate da Simenon sono molto comuni: sono “sigari”, “nebbia” e “birra”. Ci si poteva arrivare anche a spanne, dài. E il segreto è altrove: quando Simenon scrive “nebbia”, mette la parola nell’unico punto esatto della frase in cui ci spinge a socchiudere gli occhi per aguzzare la vista.

L’algoritmo utilizzato dai due studiosi ha infine evidenziato come nei bestseller degli ultimi anni prevalgano le situazioni di vita quotidiana, modulate secondo un meccanismo di continua e veloce alternanza fra speranza e delusione, euforia e sconforto. Sesso, avventura e suspense sembrano entrare a dosi sempre più ridotte nella ricetta per il milione di copie.

Dunque non si legge più per essere sorpresi, turbati o scandalizzati, per avere paura dei palloncini arancioni, per rabbrividire al gelo della campagna di Russia o per sentire il fetore dell’East End londinese. Tutto ciò che porta il lettore lontano dalla propria esperienza quotidiana sembra riscuotere poco successo. Molti lettori preferiscono leggere di cose che in qualche modo già conoscono e, come su un ottovolante, accettano il brivido della caduta solo ben sapendo che fra tre secondi si risale.

Sembrerebbe quindi emergere questo scenario: nei grandi numeri del mass market, la lettura può sopravvivere solo se abdica anche a quel compito di evasione che gli scrittori di grande successo commerciale regalarono a tanti lettori non particolarmente istruiti, ma istintivamente convinti che leggere dovesse essere un’esperienza.

Il lettore disegnato da questo algoritmo somiglia invece a quei ragazzini bulli che per insicurezza sfottono e distruggono tutto quello che non capiscono. Oppure un individuo rassegnato ad annoiarsi pur di trovare conferme a quello che già pensa, disponibile solo a riconoscere reiteratamente se stesso, il proprio mondo, la propria visione della realtà e gli angusti confini entro cui sente svanire il terrore dell’ignoto e dell’imprevedibile.

La buona notizia è che, dalle crisi finanziarie ai sondaggi elettorali, molti algoritmi hanno dimostrato di essere tutt’altro che infallibili. Quella cattiva è che in tutta evidenza i grandi marchi editoriali (al pari di grandi istituti finanziari e multinazionali) basano comunque le loro future strategie decisionali su questo deprimente ritratto. Rischiando di trasformare tout court un’interpretazione – per quanto non priva di fondamento – in una profezia totalizzante e autoavverantesi.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...