Giù le mani dagli anni ’80

Okay, quelle falde ossigenate e vaporose oggi ci fanno molto sorridere. Ma attendo con calma il giorno in cui i millennials si rivedranno ostentare in modo social le loro cotenne odierne a metà fra la pelliccia di un castoro infoiato e una spazzola da scarpe. E sì, attendo con calma il giorno che lo dovranno spiegare ai loro figli. Ah, ah.

E poi l’ovatta, certo. Se si è amministrato oculatamente, chi la produceva negli anni ’80 sarà sopravvissuto a qualsiasi bolla speculativa. Buon per lui e chiudiamola lì.

I coccodrilli improvvisati e le prose d’occasione in morte di George Michael hanno reso evidente un’emergenza ormai ineludibile. Bisogna strappare gli anni ’80 dalle grinfie di registi con il film in uscita e di gente che, a suon di menare il torrone dell’autofiction, identifica la propria autobiografia con quello che stava realmente succedendo nel mondo trent’anni fa. Neanche la fatica di rinfrescarsi la memoria una mezz’oretta su Wikipedia o Youtube, santo cielo.

Gli anni ’80 sono iniziati con i Duran e sono finiti con lo scioglimento degli Wham!? Ma per favore. Per pietà. Gli anni ’80 furono anni complessi, molto strani. Così strani che cominciarono prima degli anni ’80. Joe Strummer si dichiarò molto divertito dal fatto che London Calling fosse stato incluso da molti critici fra i dischi più importanti del decennio, dal momento che era uscito nel 1979. Lo stesso si potrebbe dire di Heroes di David Bowie, fondamentale nello stabilire canoni e atmosfere degli ’80, ma uscito addirittura nel 1977. Dai Talking Heads agli Ultravox, dai Japan ai Roxy Music, potremmo dire che entro il 1982 molti gruppi fondamentali per l’estetica (sonora e visiva) del decennio avevano già impresso la loro firma nella storia del pop e del rock. Senza contare una band come i  Joy Division, la cui breve parabola cambiò per sempre il suono degli anni a venire pur interrompendosi all’alba di un giorno di maggio del 1980.

Gli anni ’80 furono anni di sperimentazioni e novità tutt’altro che vacue. L’ambiguità sessuale entrò con gioioso orgoglio nell’immaginario mainstream – avete presente Boy George o l’androgina Annie Lennox?, ecco. Una come Madonna (che al tempo detestavo, lo ammetto) comunicò a tutte le ragazzine del pianeta che non servivano tacchi, minigonne e abiti di marca per essere desiderabili, e che essere desiderabili non doveva significare sentirsi succubi del desiderio altrui. Le Spice Girls insomma, avrebbero trovato la carreggiata già bella sgombra. La video arte irruppe nel pop, con risultati non facilmente superati in seguito. Ci furono esempi di osmosi interessante: la musica “nera” guadagnò sempre più spazio nel pop dopo aver dominato la discomusic, mentre il pop “bianco” si riprese il centro della pista da ballo. E quanto al suono “di plastica” o artificiale dei sintetizzatori elettronici, be’, chi utilizza certe espressioni non si rende neanche conto di quanto sia artificiale il pop che ascolta oggi.

Posto che anche il suono di un pianoforte o di un violino è frutto di calcoli scientifici, di tecnologia e di procedimenti meccanici (quelli del costruttore e quelli di chi suona), negli anni ’80 il suono elettronico era dichiarato e ostentato come tale. L’irrompere dell’elettronica e dell’informatica produsse una generazione di suoni che prima non esistevano. Era poi possibile generare loop, cioè sequenze ritmiche e/o melodiche fisse ripetibili all’infinito, ma i sequencer non furono usati per risparmiarsi la fatica di suonare. Erano una scelta estetica ben precisa che sovrapponeva la ripetitività della macchina alla mutevolezza continua dell’esecuzione umana. La riproducibilità estrema dell’espressione artistica e il confine fra umano e non-umano (Blade Runner  è del 1982) erano temi del momento.

In seguito la musica elaborata in forma di dati servì sempre più spesso a riprodurre, modificare e riutilizzare musica già suonata, a imitare perfettamente strumenti “veri”, a supportare cantanti di piano bar con orchestrazioni complete o a far diventare intonato chi non lo è – proprio come oggi Photoshop provvede a togliere rughe e giro vita dalle nostre immagini. Ma questo non ha niente a che fare con la musica degli anni ’80.

Quindi, di grazia, di cosa stiamo parlando? Anni di plastica, di ovatta e di lacca? Gli anni ’80 di cui in Italia si è riparlato in morte di George Michael sono un incubo generato dal sonno della memoria. Sembra di assistere a Sapore di Sale in stile Walking Dead. Sono una sedimentazione mentale, quella sì, del tutto artificiosa, superficiale e di un provincialismo desolante. Se guardavate solo Drive In e Superclassifica Show, il problema non erano gli anni ’80, eravate voi.

P.S.: i video sono  lì solo a ricordare che, fra le altre cose, negli anni ’80 c’era pieno di gente che sapeva scrivere canzoni.

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