Ma a che servono le stroncature?

Direte: questo sta mettendo le mani avanti in vista della prossima uscita. No, non sono così furbo. E anch’io ho scritto recensioni, alcune (se proprio state morendo dalla curiosità) le trovate qua.

http://www.giudiziouniversale.it/category/firme/giampaolo-simi

Non sono tutte positive. Una critica persino un libro scritto a quattro mani da Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli, due mostri sacri del genere di narrativa di cui mi occupo. Carlo è anche fra coloro che anni fa mi ha incoraggiato concretamente a fare questo mestiere. Rileggendomi, sottoscrivo ancora quelle critiche una per una, ma oggi non lo rifarei. Perché?

Prima di tutto perché sono cambiati i tempi e siamo cambiati noi. Ci siamo incarogniti tutti quanti, e per me già il termine “stroncatura” fa oggi parte di quest’atmosfera torva da curva domenicale, da ingorgo al semaforo, da coda alle poste il giorno che pagano le pensioni. Sta là dove stanno le ruspe, i rottamatori e quelli che asfaltano gli avversari. La stroncatura può essere anche fatta con grazia e intelligenza, non ne dubito, ma allora perché non usare la grazia e l’intelligenza per parlare di libri che ci sono piaciuti? Perché impiegare del tempo a stroncare? A che serve? Ecco, la seconda, ma la più importante, ragione è che stento a capire a cosa servano nel contesto odierno le stroncature.

Photo leeroy – Montreal Web Agency – via http://www.lifeofpix.com/

Stroncare gli sconosciuti

Stroncare un libro o un autore semisconosciuto è audace quanto bombardare un convoglio della Croce Rossa. E rischia casomai di ottenere l’effetto contrario, perché ogni scrittore lo sa: qualsiasi stroncatura sarà sempre meglio del silenzio.

Stroncare i famosi

Anche solo criticare in modo civile un libro o un autore di successo espone invece a un ludibrio da stadio (“Ma quanto stai a rosica’!”). Il coro da stadio sale di volume se fai lo scrittore. Una volta mi sono permesso di scrivere in una discussione che trovavo lo stile di Stieg Larsson lento e noioso. Qualcuno mi ha risposto “Ti piacerebbe essere lui, vero?” Sì, mi piacerebbe proprio essere uno che è morto d’infarto salendo le scale quindici giorni prima di diventare straricco e famosissimo. Un’altra volta un genio mi ha chiesto quanti libri avevo venduto per permettermi di esprimere opinioni (per altro non negative) su Giorgio Faletti. Io ho risposto: “Molti meno di Faletti. Ma lei quanti romanzi ha scritto, per permettersi di parlare con me?” (Ci sono delle volte che, ecco.) Oggi chi ha successo ha ragione, punto, e tu te ne devi stare muto e asfaltato. È il riflesso della mentalità dilagante che ha sostituito la gente al popolo. Se il popolo poteva crescere, evolversi, assumere un’identità, essere educato, plasmato o addirittura plagiato, la gente no. La gente è la massa gassosa e inafferrabile dei cittadini trasformati in elettori svogliati, dei lettori trasformati in consumatori da blandire. Quando il pubblico diventa “la gente” non ci puoi discutere, non puoi controbattere perché non capisci più chi sia il tuo interlocutore. Stroncare un libro di successo regala inoltre ai conformisti il brivido di sentirsi guerriglieri della libertà contro la nota, potentissima Casta Intellettuale, donando loro l’illusione di aver ragionato con la propria testa.

Stroncare i “libroidi”

Se invece si stronca un libro definendolo “libroide”, trattandolo come il prodotto derivato e tossico di un brand (come quelli targati Fabio Volo o Luciana Littizzetto), si può avere sicuramente ragione, ma occuparsi di libroidi in spazi (pochi e preziosi) dedicati alla narrativa mi pare una contraddizione insanabile. Capisco che le bottiglie si assomiglino e gli scaffali siano gli stessi, ma è come se un enologo sprecasse una pagina intera per spiegarci che l’aranciata non è vino rosso.

Ma stroncare è critica?

La stroncatura non ha molto a che fare con la critica letteraria. La pensava così anche Giovanni Papini, che pure praticava il genere. Non potendo davvero parlare di un libro con cui non è entrato in sintonia, lo stroncatore finisce per scrivere essenzialmente di se stesso. Nella peggiore delle ipotesi, la stroncatura può diventare solo l’opposto speculare della recensione entusiastica telecomandata dall’ufficio stampa (quelle che ogni settimana decretano “il romanzo dell’anno, che dico, del decennio, ma che dico, il romanzo definitivo”). Può essere insomma una mossa del recensore (o della sua testata) nello scacchiere di relazioni fra addetti ai lavori. Relazioni che, lungi dall’influire sulle sorti commerciali del libro, dispensano ancora prestigio e gratificazioni, determinando chi partecipa a festival, rassegne e premi.

La critica è un’altra cosa. Non dovrebbe né ingaggiare un duello rusticano con il testo, né lasciarsi andare a forme di heavy petting con un autore. I libri più interessanti di cui parlare sono spesso libri imperfetti, in cui si nota un potenziale inespresso, sono i romanzi che a un certo punto hanno preso una direzione inaspettata, quelli che sarebbero okay ma con cento pagine in meno, quelli che lasciano un finale troppo aperto, quelli che tentano strade nuove e magari inciampano o si perdono nel tentativo. Libri capaci di infastidirci, di tormentarci con qualche buona domanda, di farci capire a che punto siamo di un certo percorso, per esempio.

Il libro scritto a quattro mani di Lucarelli e di Camilleri era un’operazione editoriale (d’altronde un libro può essere anche questo) che segnalava il rischio della deriva autocelebrativa del giallo italiano. La sua analisi faceva sorgere domande importanti.  E i due autori in questione non sono e non saranno mai persone capaci di toglierti il saluto o aizzarti contro la canea del loro successo se solo osi criticare una loro opera.

Per questo accettai di parlarne, qualche anno fa, e sottoscrivo ancora oggi quella recensione. Oggi, in questo brutto clima e con personaggi assai differenti in circolazione, non lo rifarei.

 

Ho intitolato questo volume Stroncature per ragioni, soprattutto, commerciali perché quella parola attira più facilmente la malignità e curiosità degli uomini i quali, per il gusto di sentir strapazzare qualcuno, arrivano fino al punto di vincere l’infame avarizia e di spendere qualche lira per un libro. (Giovanni Papini)

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