Amo i Beatles, però vorrei essere Keith Richards

È sempre presuntuoso definire se stessi. Ma se le nostre contraddizioni raccontano di noi meglio di qualsiasi altro aspetto, io vivo da sempre questa: reputo i Beatles i più grandi di sempre ma, se potessi rinascere, non avrei un solo attimo di esitazione: vorrei essere Keith Richards.

Diciamoci la verità: chi ci avrebbe mai creduto?

Sollecitato dall’annuncio del concerto degli Stones a Lucca il prossimo 23 settembre, mi sono chiesto cosa ci possa essere dietro questa mia persistente forma dissociativa (ditelo che non state nella pelle, eh?).

Dunque. Al Liceo non fumavo, ero sempre quello che infilava la chiave nella porta di casa agli amici ubriachi e il mio motorino non raggiungeva i quaranta all’ora. L’organetto dei Doors mi suscitava pulsioni omicide, mentre un po’ in segreto adoravo Simon & Garfunkel. Tutto questo mi rendeva abbastanza popolare fra le mamme – ma poco ambito dalle figlie, ovvio. Inutile quindi che la andassi a raccontare, io ero il Beatlesiano. Sono italiano, probabilmente non riesco a resistere alle sirene di una sapiente composizione melodica. Ma più di tutto ero stregato dalla perfezione scientifica della pop song, quella cosa che non sembra scritta da qualcuno, ma semplicemente scoperta come un tesoro nascosto e riportata alla luce in una forma che riconosciamo immediatamente come evidente e naturale. È così, né un secondo di più, né un accordo di meno.

Eccola, la fondamentale differenza fra Stones e Beatles. Compri la prima chitarra, provi a mettere su il gruppetto con i compagni di scuola e te ne accorgi subito. Un pezzo dei Beatles è quello, punto. Perché qui non ci fai un assolo? E se ripetessimo il ritornello? Che ne pensate di un’introduzione? Inventiamo un finale diverso? Niente. Non funziona mai niente. Cambi qualcosa ed è come svelare il trucco dietro un gioco di prestigio, scrostare la vernice da un trompe-l’oeil perfetto. Nella pop song i tempi sono tutto. Lennon & McCartney sono Einstein della melodia che afferrano il nucleo essenziale di un’intuizione e la fanno risplendere come una verità archetipale, perché conoscono le leggi fisiche che la governano. Grazie alla loro scienza in quei tre minuti credi alla magia

I Beatles sono apollinei. Con i pezzi degli Stones si entra nel regno di Dioniso (e il Liceo era Classico, l’avrete capito). Negli Stones c’è solo una parte obbligata, il riff di Keith Richards: lui è l’uomo della medicina, lui conosce la formula magica necessaria a evocare la divinità. Due accordi e si materializzano le Honky Tonk Women e Brown Sugar (a.k.a. Baccanti), quando non il diavolo in persona nelle vesti di un man of wealth and taste. Dopodiché inizia il rito che prevede sì delle parti concordate, ma che lascia spazio all’improvvisazione individuale, alla reiterazione, all’assolo interminabile, al mantra necessario a perdere il controllo. Per questo le canzoni degli Stones sono elastiche e aperte, le puoi far durare cinque, sei o sette minuti (è meglio avere un compagno di scuola che sa svisare sulla scala pentatonica ma, insomma, ci siamo capiti).

Chi ironizza su dei settantenni che infiammano gli stadi non ha capito nulla. Gli Stones sono stati giovani, certo, ma non sono mai stati nuovi, come i Beatles. Anzi, hanno sempre rivendicato il contrario. Basta ascoltare Keith Richards parlare di Robert Johnson per capirlo. Basta vederlo imbracciare la chitarra e spiegarci che Satisfaction? Well, it’s just a blues, you know.

Lui e Jagger stati anche capaci di andare a sfidare i Beatles in trasferta sul campo ostico della pop song (e con robe tipo Lady Jane, Ruby Tuesday o Angie l’hanno portata a casa egregiamente), ma il loro spirito guida rimane il blues. E il blues non è né vecchio né giovane, perché è una forza naturale e primigenia, è liberazione e tradizione al tempo stesso. Esisteva prima di loro e sopravviverà a loro. I Beatles sono folli scienziati innovatori, gli Stones sono sciamani di un culto ancestrale travestiti da rocker. Era inevitabile che i primi si dovessero consumare in un tempo relativamente breve, è del tutto naturale che i secondi siano in giro da cinquant’anni. E forse anche la mia forma di schizofrenia, alla fine, well, I can deal with it.

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