Quando il nostro passato spariva nel buio

 

Su “il Tirreno” di ieri Cristina Bulgheri mi ha fatto qualche domanda riguardo a La ragazza sbagliata. So che state morendo dalla voglia di sapere le risposte, e allora le trovate qua.

Nella stessa pagina c’erano anche alcune mie considerazioni su questo romanzo. Eccole:

Prima di scrivere “La ragazza sbagliata”, ho lavorato per quasi due anni a una serie tv poliziesca. A ogni riunione di sceneggiatura sapevo che, prima o poi, quel terribile momento sarebbe arrivato. Mi riferisco al momento del “ma il cellulare non ce l’aveva dietro? E i tabulati? E qua ci sarà una telecamera, no? E il suo profilo social? E sul suo pc non trovano niente?”. Voi non potete immaginare cosa ci siamo dovuti inventare ogni volta perché il nostro assassino o la nostra vittima sparissero almeno per un quarto d’ora dall’onnipresente radar che monitora le nostre esistenze.

Finita la serie, mi sono dedicato al romanzo. Sapevo di dover tornare per una parte della trama al 1993 e, con una certa sorpresa, ho ricominciato a respirare normalmente. Perché una volta c’erano delle zone d’ombra. Sparire nel nulla, per mezza giornata o per un anno, era più facile. E, appunto, non sto parlando del Medioevo, sto parlando degli anni ’90. Una volta non firmavamo duemila fogli sulla privacy semplicemente perché la privacy era una condizione prevalente e naturale. Camminavi per strada e non c’erano venti telecamere a ogni isolato. Potevi telefonare da una cabina. I computer non erano ancora personal e nessun server ospitava le tue comunicazioni, da quelle di lavoro a quelle più intime. Il passato si allontanava da noi giorno per giorno, sparendo in un corridoio buio in cui rimanevano solo i lampi di luce della memoria o di qualche documento oggettivo. Le foto, per esempio. Quante ce ne scattavamo, in un anno? Cinque? Sei? Di sicuro le facevamo solo nelle occasioni importanti. Un matrimonio, la fine della scuola, un viaggio. Se al ristorante avessimo visto un tizio intento a fotografare da ogni angolazione il suo piatto di pappardelle lo avremmo probabilmente commiserato come un mezzo demente.

Ecco perché, quando il 7 luglio 1993 Irene Calamai scompare dalla sua casa delle vacanze in Versilia, viene risucchiata in un improvviso cono d’ombra. Non c’è una rete social su cui indagare, non c’è un cellulare da tracciare. C’è già “Chi l’ha visto?”, questo va ricordato, ma purtroppo Irene non l’ha vista nessuno. E non è un buon segno.

L’indagine e la suspense hanno a che fare con il buio. E quel buio là, il buio della preistoria senza social appena rischiarato dall’alba di internet, visto da qui, cioè da oggi, sembra davvero fitto e angoscioso. È come se i nostri occhi e il nostro cervello si dovessero riabituare a lavorare in un modo più antico. È quello che deve fare il giornalista Dario Corbo a ventitré anni di distanza, dopo aver seguito la vicenda nel 1993 come giovane praticante in redazione. Scopre così che tutte le sue grandi certezze sul caso erano in realtà molto fragili, e che quella sentenza solidissima era in realtà il risultato di un’indagine nata male e proseguita peggio. Scopre di non aver mai saputo davvero molto né della vittima, né della ragazza riconosciuta colpevole al tempo. Scopre che proprio nell’estate in cui Irene scomparve, nel buio dell’era pre-internet si allungarono sulla Versilia le ombre più inquietanti di un pezzo tragico di storia italiana.

da “Il Tirreno” del 22 giugno 2017 ©

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