Lasciamo aperti i confini delle storie

La ragazza sbagliata è in libreria da poco più di due mesi e, fra le molte recensioni (positive, devo dire) ho incontrato spesso questa frase: La ragazza sbagliata va “oltre il noir” oppure “non è solo un noir”. Viene quindi usata per dare al testo la dignità di “romanzo tout court” e la cosa mi rende felice e orgoglioso. Soltanto la parola romanzo mi pare enorme e meravigliosa. Ma mi spinge anche a pormi qualche domanda su quello che sto facendo in questi ultimi anni, da La notte alle mie spalle in poi. Perché spesso quello che stai veramente facendo lo capisci meglio nelle parole degli altri.

In quella affermazione è insita l’idea che il “noir” abbia delle regole, e questo è vero. Anzi, è naturale. Un genere letterario definisce se stesso attraverso una serie di elementi ricorrenti, talvolta stilistici, altre volte simili ad autentiche ossessioni indispensabili alla propria drammaturgia. Nel noir incontriamo spesso il triangolo amoroso maledetto, la dark lady, il senso di colpa, l’eroe disincantato, un’atmosfera di decadenza e una corruzione pervasiva. In quella affermazione (in quella parola, oltre) è insita anche l’idea che le regole generino dei confini e stabiliscano dei limiti. La prima cosa è vera, la seconda meno. Il triangolo amoroso è al centro tanto di noir leggendari come La fiamma del peccato quanto di centinaia di storie romantiche o brillanti. I generi letterari possono (anzi, devono) lavorare fra di loro per osmosi e mantenere sempre aperti i loro confini, perché lungo questi confini spesso avvengono cose meravigliose. Chi avrebbe mai detto, per esempio, che rileggere in chiave hard-boiled un romanzo di fantascienza di Philip Dick avrebbe generato uno dei film più importanti della fine del ‘900?

 

Infine, mi pare piuttosto che che in Italia il successo commerciale delle storie legate al crimine e all’indagine (che però, l’ho già detto altre volte, sono solo in minima parte definibili come “noir”) abbia generato dei limiti di altro tipo. Limiti al tempo che deve trascorrere fra un’uscita e l’altra, limiti alle aspettative dei lettori e ai rischi che uno scrittore decide di prendersi. Formula che funziona non si cambia e il ferro va battuto finché è caldo. Ecco, ho appena scritto due frasi fatte. Da una storia di crimine e di indagine ormai ci si aspetta anche questo: se la trama funziona, non è uno scandalo se lo scrittore si adagia comodamente su cliché stilistici anche consunti o sull’italiano standard dei traduttori di thriller americani. Si salta sulla sedia, casomai, se non succede.

Insomma i limiti sono insiti nell’idea stessa di “genere” o si sono sclerotizzati di recente nel nostro modo di scrivere, di leggere e d’interpretare un testo? Non ho una risposta blindata e mi limito a un paio di considerazioni.

La prima: il noir per me non è un pretesto per narrare altro. È uno strumento indispensabile per narrare quello che mi interessa. È la mia strada verso quella cosa enorme e meravigliosa chiamata “romanzo”. Senza, mi perdo.

La seconda: per raccontare bene certe storie bisogna imparare una tecnica, proprio come per suonare uno strumento musicale. Bisogna interiorizzare un approccio, anche. E bisognerebbe farlo per passione e con umiltà, non per dimostrare la propria superiorità rispetto a un sottogenere minore di quella cosa chiamata “letteratura”. Come succede nella musica, avere un diploma di pianoforte non significa  prendere in mano una chitarra elettrica e cavarci fuori qualcosa di buono dopo venti secondi. Ogni musicista lo sa bene. Impariamo da loro.

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