Come sopravvivere a un tour promozionale


9.120 chilometri. Sono quelli che, Google Maps alla mano, ho percorso dal 22 giugno a oggi per incontrare i lettori in tutta Italia. Per parlare loro de La ragazza sbagliata ma anche per ascoltare quello che loro avevano da dirmi e rispondere alle loro curiosità.

Fra un Frecciabianca e un Regionale Veloce ho allora scritto un piccolo prontuario per sopravvivere a un tour promozionale, magari evitando le buche più dure, come cantava qualcuno anni fa.

È stato pubblicato originariamente su “Origami” del 15 agosto 2017.

L’idea di diventare uno scrittore (e intendo con questo diventare conosciuto a sufficienza da poter campare della propria scrittura) mi ha sempre attratto, fin da piccolo. Nel mio immaginario infatti lo scrittore, a differenza delle rockstar o degli attori, lavorava a casa sua, indossando comode pantofole, magari circondato da un certo numero di animali domestici che (essendo gli scrittori notoriamente eccentrici) potevano comprendere gatti, conigli, pavoni e iguana. Si godeva il successo in santa pace e, quando usciva per andare al cinema o a fare la spesa, nessuno lo riconosceva.

Negli anni che ho impiegato a diventare uno che campa della propria scrittura è cambiato tutto. Ora gli scrittori si fanno i chilometri, altro che. E sono chiamati a mettere la loro faccia ovunque, a essere intrattenitori istrionici capaci di stregare platee. Niente di nuovo, lo erano grandi scrittori come Oscar Wilde, Gabriele D’Annunzio o Truman Capote. Ma un criterio del genere, preso come prevalente discrimine fra chi accede al circuito che conta e chi no, oggi condannerebbe alla clandestinità letteraria autori come Emily Bronte, Flannery O’Connor o Beppe Fenoglio.

Comunque: piaccia o no, oggi va così. Prendi il trolley, sali in treno e approfitti del viaggio per scrivere. A proposito, è giunto il momento di saldare il mio debito con Trenitalia: alcune mie pagine non avrebbero quella limatura rotonda senza le mezz’ore di ritardo di certi Intercity.

Ogni tanto però pensi alla presentazione che ti aspetta, sperando di essere più brillante e asciutto dell’ultima volta. Nella tua mente si susseguono senza un ordine preciso lontane reminiscenze di retorica ciceroniana e quel talento inarrivabile, da musicista, che ha Baricco per le pause. Entro breve ti ritrovi a desiderare persino di avere, come ultima spiaggia, il paraculismo chirurgico di uno come Fabio Volo.

Ma, mentre il treno si avvicina alla tua destinazione, controlli su Facebook quanti sono stati invitati e quanti hanno cliccato “parteciperò”. Alcuni si sono limitati a un “mi interessa”, mentre ultimamente è diventato di moda commentare con un “mi piace” il fatto che tu, l’autore, partecipi alla presentazione del tuo libro. Va bene, ma in soldoni cosa significa: venite o no?

In realtà non puoi mai sapere come andrà. Ogni volta è una scommessa. Per fortuna l’esperienza qualcosina te la insegna. Ti insegna infatti a distinguere varie tipologie di presentazioni, alcune delle quali non scevre da rischi potenzialmente catastrofici.

  1. Non è tutto oro quel che è festival

Dopo il grande successo della kermesse mantovana, per molti anni “festival” è stata la parola magica in grado di schiodare dalla poltrona anche gli intellettuali più ritrosi. Ci sono stati anni in cui persino il “Festival del cilicio e dell’automortificazione” avrebbe riempito i B&B di qualche sperduta comunità montana. La sola parola è in grado di evocare un’atmosfera frizzante e lontana dalle liturgie accademiche: piazze gremite, lettori in trepida attesa di una dedica, addetti ai lavori che si aggirano con il pass a tracolla, giovani volontari con magliette cool.

Nel frattempo però i social network si sono diffusi in modo capillare. E quindi meglio controllare sempre, prima di accettare, se il suddetto festival non sia solo l’agglutinare in un weekend alcune presentazioni di libri, nella speranza di radunare una massa critica di almeno venti persone. Se del suddetto festival si trovano soltanto foto dei relatori, anche se il tavolo è ingentilito da un bouquet e da una quinta di scena decente, meglio andarci cauti. Se un evento riesce e coinvolge un bel po’ di gente, la prima cosa che si documenta sarà il pubblico. Ma, direte voi, non è un metodo a prova di bomba. Esistono i social, infatti, ma esiste anche Photoshop.

2. Quando il microfono non serve

In genere va così: tre mesi prima fissi la data della presentazione ma poi, contro ogni pronostico, l’Italia batte la Spagna, va avanti nell’Europeo e proprio quel giorno giocherà la semifinale contro la Germania. Oppure: in quella data lo splendido borgo ospiterà l’unica data italiana della reunion dei due Beatles superstiti con Sting, Bocelli e Mina come ospiti d’onore (ve lo dico da toscano: dopo i Rolling Stones a Lucca può succedere di tutto).

Tu telefoni e fai presente che, insomma, ubi maior… Ti rispondono un po’ piccati che loro hanno un pubblico affezionato, uno zoccolo duro, che bisogna reagire allo strapotere dei grandi eventi e che insomma la presentazione si farà lo stesso perché chi è interessato alla lettura se ne frega del calcio e della musica pop.

“Non è vero, io scrivo ma non mi perdo un Germania-Italia dal 1970,” vorresti confessare al telefono, ma sembra brutto. E allora parti. Ti fai duecento chilometri sentendoti come Fantozzi cooptato al cineclub. Lo zoccolo duro in effetti c’è. Si tratta della moglie, della sorella e del cognato dell’organizzatore, più un amico probabilmente ricattato a causa di qualche ingente debito. Special guest un paio di anziani che approfittano delle sedie vuote per riposare durante la passeggiata serale. Per prima cosa l’organizzatore dirà “se vi avvicinate tutti, evitiamo di usare il microfono”. Che, indizio rivelatore, i colori sgargianti qualificano impietosamente come rimasuglio di una vecchia confezione di “Canta Tu” difficilmente destinato a funzionare.

3. La presentazione dove “ci sarà sicuramente un sacco di gente”

Se non puoi combatterli, unisciti a loro. Quando ti contattano per la prima volta, di questi organizzatori ti colpisce il realismo. Non bisogna rinchiudersi nella torre d’avorio della Cultura, dicono. Bisogna andare tra la gente, saper essere popolari. Tu sei reduce da una presentazione testimoniale (vedi punto precedente) e quindi accetti con slancio.

Appena arrivi ti avvertono che “non sarà la classica presentazione”. Il luogo può essere una graziosa piazza occupata da una ventina di gazebo, un parco pubblico o un’area espositiva vera e propria. È un fatto però che l’evento è palesemente dedicato ad altro: filatelia, salumi e formaggi a chilometro zero, attrezzature da fitness, auto d’epoca. Passi che non ci sia un tavolo dei relatori e che non ci siano neppure sedie in file ordinate che fanno il tanto temuto “effetto conferenza”. Passi anche che il libro lo presenti in piedi, mentre una fumaraglia sapida di pollo allo spiedo ti investe a invitanti folate. E passi persino che nessuno vuol chiedere allo stand dei peruviani di abbassare il volume, anche se rivisitare con il flauto di Pan tutto il repertorio di Umberto Tozzi è stato espressamente inserito fra le fattispecie del nuovo reato di tortura. Con crescente inquietudine leggi che di lì a poco inizierà anche la lezione di merengue giusto di fronte allo spazio libri, mentre le poche sedie di fronte a te vengono requisite una a una dall’affollatissimo bar cubano. A quel punto, mentre cerchi di sintetizzare la trama del tuo libro urlando nel microfono come James Hatfield dei Metallica, non ti resta che un pensiero: “speriamo che facciano un mojito decente”.

4. La presentazione “oddio, la cultura!”

È in effetti una variante della fattispecie precedente, ma con una significativa differenza. Nel caso 3 gli organizzatori hanno infatti tentato di inserire uno spazio “letterario” dentro un contesto estraneo (se non ostile) con le migliori intenzioni e in totale buona fede. Qua invece c’è una kermesse di partito o una festa patronale che ha assoluto bisogno, almeno nel programma, anche di un coté culturale. Una volta montate tutte le panche dello spazio tombola e affittato l’ultimo stand ai dimostratori di un nuovo, rivoluzionario affetta-verdure, si rendono conto di aver privilegiato i’rricreativo” dimenticandosi de “i’cculturale”. C’è un momento di panico, ma passa subito. Calcolando il numero di italiani che pubblicano a pagamento o accedono a servizi di print on demand e self publishing, è scientifico che nel raggio di venticinque chilometri ci siano almeno una decina di persone ben contente di presentarsi con uno scatolone di libri e una pattuglia di parenti e amici. Chi siete voi per escludere che fra loro possano esserci le future J. K, Rowlings e E. L. James (ma perché poi le autrici di best seller non devono averci un nome di battesimo come tutti gli altri?)

Poi c’è anche chi ti telefona scusandosi del disturbo. Ti dice subito “siamo una piccola libreria” o “siamo partiti come gruppo di lettura fra amici”. Però lo capisci già dal tono della voce: hanno letto il tuo libro e gli è piaciuto, e averti una sera, conoscerti e farti delle domande per loro sarebbe importante. E a quel punto non te ne frega se saranno dieci o quindici persone, non ti importa se dovrai sciropparti trecento chilometri. Non sono i numeri che contano, delle volte. Capisci solo che devi andare perché ha senso. E sei sicuro che, anche se una mancata coincidenza ti abbandonerà al tuo destino in qualche stazione ferroviaria dimenticata da Dio e dagli uomini, ne varrà la pena.

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