L’india, giusto un anno fa

L’anno appena trascorso è stato anche quello che mi ha portato per la prima volta in India. Ora, esiste uno scrittore, dico uno, che non abbia scritto qualcosa di ritorno dall’India? E perché dovrei essere io il primo?

In ginocchio davanti alla dea, l’India mi vuole colonizzare

Originariamente apparso sulle pagine de Il Fatto Quotidiano dell’11 agosto 2017.

Ho sempre mal sopportato chi sognava l’India, poi un giorno partiva in autostop (almeno così diceva), tornava dopo quattro mesi e per i seguenti quattro anni parlava solo dell’India. Persino la sbandata indiana dei Beatles mi ha sempre lasciato tiepido. L’unico libro che ho letto sull’India (sì, potete abbandonarvi a espressioni di disgusto) è Il canto di Kali di Dan Simmons, un thrilleraccio cupo e truculento che descriveva Calcutta come un tenebroso girone degli inferi.

Ecco perché, quando lo scorso anno l’Istituto Italiano di Cultura di Nuova Delhi mi invita a parlare di giallo italiano, infilo in valigia qualche maglia di troppo ma nessun pregiudizio, nessuna aspettativa. Non vado a incontrare nessun guru e nessuna dea sanguinaria. E invece.

Invece arrivo all’aeroporto di Nuova Delhi in piena notte e l’aria ha il sapore amaro dei copertoni bruciati, la caligine è così densa che vedo le luci sfocate come se avessi di colpo bisogno di un intervento alla cataratta. È gennaio, siamo sopra i venti gradi ed è la stagione secca, quando cioè il tasso di umidità scende al 98%. C’è un autista che mi aspetta: ossuto, sui sessanta, non dice una parola, tiene un cappuccio sulla testa e non si fa vedere in faccia. Attraversiamo la stazione dei taxi, molti sono neri come i cab londinesi, ma la contrattazione per la corsa è affidata a una deregulation che persino Margaret Thatcher avrebbe giudicato eccessiva. Per prenderne uno devi prima dribblare gli altri clienti e poi, al rifiuto del tassista che cerca una corsa più redditizia o più comoda, devi lanciarti sul cofano urlando “ora lei mi fa salire, sennò chiamo la polizia”.

Il mio autista mi fa cenno di seguirlo lontano da quella bolgia, alla volta di un parcheggio semideserto ricavato sotto un cavalcavia. La Vauxhall è un modello molto antecedente al momento indiano dei Beatles, e fra gli amuleti sul cruscotto spicca proprio lei, la dèa dalle quattro braccia. Nel buio, si materializza l’ologramma di Dan Simmons che mi ammonisce “pensavi che io fossi il solito yankee rozzo e reazionario, vero? Be’, welcome to India…” In un thriller che si rispetti, a questo punto l’autista estrae una lama di trenta centimetri e chiude lo sventurato protagonista nel bagagliaio. Apprenderemo di lì a poco che proprio quella sera gli adoratori di Kali hanno programmato il sacrificio rituale di uno scrittore occidentale, eccetera. Io invece vengo accompagnato in un albergo bellissimo, il giorno dopo passo una splendida giornata in una libreria favolosa chiamata Oxford Bookshop in compagnia di altri scrittori di mezzo mondo. Vinco addirittura una gara a quiz sulla storia del noir assieme a due giovanissimi studenti di Delhi. Parliamo di Chandler, Hammett, Sergio Leone e Dario Fo, Ellroy e Simenon. Ritrovo un amico dell’università di Pisa che è docente di italiano lì. Poi tengo due mini-seminari alla Jamla University, la grande università islamica della capitale. Mangio benissimo, visito le tombe degli ultimi sultani di Delhi.

Certo, la circolazione intorno alla immensa rotatoria di Connacht Place fa sembrare il traffico romano un impeccabile carosello di cavalli lipizzani. E le enormi pubblicità dell’iPhone 7 rischiarano gli spartitraffico dove famiglie intere passano la notte al riparo di qualche cartone. E neppure dormire negli spartitraffico è gratis. Il traffico incessante tiene lontane zanzare e insetti, quindi sono posti ambìti e bisogna pagare un tanto a notte al racket. Insomma, la sindrome cuore-di-tenebra è sempre lì, dietro l’angolo, ma tutto va splendidamente.

Fino a quando, alcuni giorni dopo, non mi lascio convincere. Sono in Assam, uno dei sette stati nordorientali incastrati fra la Cina, il Bangladesh e la Birmania. Tutti parlano di questo famoso tempio di Kamakhya e c’è giusto una mattinata libera prima di rientrare a Delhi.

Difficile dimenticare quella mattinata. Al terzo sorpasso folle dell’autista chiudo gli occhi e probabilmente li riapro in un universo parallelo in cui, nell’ordine: 1) accetto di vagare a piedi nudi in un’area in cui deiezioni umane e animali si mischiano senza soluzione di continuità; 2) constato con i miei occhi che la dea Kamakhya predilige il sacrificio di giovani capretti; 3) per accedere al tempio mi infilo in un corridoio largo mezzo metro e costituito da robuste inferriate che in caso di incendio assicurerà alle nostre carni una perfetta cottura alla gratella; 4) procedo in un antro buio e angusto, in fila assieme a centinaia di sconosciuti che premono alle mie spalle esortandomi a ripetere il mantra in omaggio a Kamakhya; 5) scendo scalini accidentati per arrivare a una piccola grotta con una sorgente coperta da petali rossi e dall’inequivocabile forma di vulva, giacché il tempio sorge dove è caduta la vagina della dèa ridotta in mille pezzi da Vishnu a seguito di alcuni dissapori familiari; 6) ricordo a me stesso che in genere evito gli ascensori perché soffro di claustrofobia e, quindi, 7) mi segno la fronte di una polvere rosso sangue, ripeto a pappagallo frasi in hindi che potrebbero anche essere la confessione di innominabili crimini, mi inginocchio davanti alla sacra vulva e lascio pure un’offerta perché è il modo più rapido per riacquistare la libertà e tornare all’aria aperta.

Sano e salvo, ma in evidente stato confusionale (una prece per i capretti in alto a destra).

Ma, a ripensarci, la cosa davvero folle avviene dopo. Sono seduto sugli scalini del tempio e osservo con una certa mestizia le famigliole in attesa del loro turno al ceppo sacrificale. In genere a tenere al guinzaglio il capretto è il figlio più piccolo. Mi chiedo come mai la dea della creatività sia assetata di sangue. Mi rispondo che anch’io, per poter creare una delle mie storie, ho bisogno che si versi del sangue.

Allora penso al romanzo che devo consegnare di lì a qualche settimana. Un improvviso rigurgito d’ansia mi fa sperare che la forza creatrice della dèa abbia toccato la mia mente attraverso la polvere rossa che mi macchia la fronte. È solo un istante ma capisco che, ecco fatto, è andata. Sono qui da una settimana e ho appena ragionato esattamente come i fricchettoni che ho sempre disdegnato. L’India s’è appena colonizzata una parte, forse remota, di me.

Piccola nota finale: la mia settimana in India è stata resa possibile da Alessandra Bertini Malgarini e dall’Istituto Italiano di Cultura di Nuova Delhi da lei diretto.

 

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