Italia ruspante, anno I

Un bel giorno tolsero le panchine dalla piazza della stazione, perché ci si sedevano troppi immigrati. Poi smontarono la fontanella d’acqua, giacché spesso anche gli immigrati ci bevevano. L’acqua del resto non mancava, bastava comprarla a un euro e mezzo la bottiglietta, dando così il proprio contributo alla produzione di plastica che soffoca il Pianeta. Alcuni immigrati però furono sorpresi a sedersi sul bordo delle aiuole o addirittura sull’erba. Ma le immagini che indignarono il web furono quelle in cui alcuni di loro appoggiavano persino le loro bottigliette d’acqua per terra, e fu a quel punto che la soluzione di eliminare le aiuole, ancorché dolorosa, si rese inevitabile. 

Gli immigrati allora se ne rimasero in piedi – specie nella bella stagione all’ombra degli alberi c’era un bel fresco – ragion per cui non si ebbe alternativa al taglio di tutta la vegetazione. Il giardino diventò così un grande parcheggio per i passeggeri della stazione. Siccome però c’erano degli immigrati che giravano fra le auto a vendere fazzoletti o calzini per 50 centesimi, fu deciso ecumenicamente di recintare il parcheggio e far pagare a tutti,  e prima di tutto agli italiani, una modica tariffa di 3 euro all’ora o frazione.

Ciononostante, un certo numero di immigrati si ostinò a stazionare intorno alla stazione, forse per questioni di subdola assonanza lessicale con cui i turbomanipolatori del linguaggio lavano il cervello dei popoli. Fu allora evidente a tutti che questi immigrati arrivavano qui solo per sfidare le nostre leggi. Non si ebbe altra scelta, quindi, che tirare dritto e demolire la stazione. Per azionare la ruspa a favore di telecamera si contesero il caschetto giallo un sindaco e un ministro. Naturalmente la stampa asservita ai poteri forti sottolineò che la mancanza della stazione provocava qualche disagio anche agli italiani di razza più pura che prendevano il treno ogni giorno. Ma ben presto il problema diventò il classico cavallo di battaglia passatista di certa sinistra-cachemire, giacché molte altre località vicine seguirono l’esempio e rusparono le proprie stazioni al suono gioioso della fanfara cittadina. Ora che i convogli viaggiavano completamente vuoti, qualche infame pennivendolo ebbe il coraggio di chiedere a cosa servissero i treni, dato che nessuno poteva più salirci sopra. Ovviamente la puttanella al soldo di Soros dimenticò di sottolineare che adesso i treni erano molto più veloci, sempre in orario e soprattutto nessun immigrato ci saliva sopra senza pagare il biglietto, come invece succedeva quando governava la sinistra.

Gli immigrati erano in prevalenza giovani, molti non potevano permettersi un’auto e quindi non ebbero altra possibilità che spostarsi in bicicletta. Così facendo però si riversarono in massa sulle piste ciclabili. Di fronte a questa palese, icastica dimostrazione che un’invasione era davvero in corso, il governo del cambiamento ordinò a furor di like che le piste ciclabili diventassero parcheggi per le auto. Prima infatti venivano gli italiani, quegli italiani che una volta prendevano il treno, ma che ora per fare tre chilometri e mezzo in auto dovevano dettare le ultime volontà e dotarsi di razioni K. D’altronde, se si erano ruspate le stazioni la colpa era pur sempre degli immigrati.

Gli immigrati però provenivano da paesi dove per una tanica d’acqua sporca si poteva camminare anche venti chilometri. Quindi si adattarono e iniziarono a spostarsi a piedi. Fu allora che centinaia di post, tutti provenienti da un server di Murmansk, rilanciarono una provocazione infuocata: è giusto che così tanti immigrati consumino i marciapiedi pagati con i soldi del contribuente italiano? Che a un tiro di schioppo dal Polo Nord ci si preoccupasse tanto della manutenzione stradale di Forlimpopoli parve sospetto, ma solo a qualche rosicone da salotto. I soldi del contribuente italiano furono così dirottati in un’epocale opera di rimozione dei marciapiedi da tutta la penisola. In breve nessuno poté più uscire di casa senza un Suv, meglio se blindato, non si sa mai. Dall’alto dei loro attici newyorchesi i soliti radical chic protestarono, incapaci di capire i problemi della gente sempre più esasperata. Neppure questa volta i buonisti con il Rolex ebbero l’onestà di riconoscere gli obiettivi raggiunti dal governo del cambiamento con l’abolizione dei pedoni: ora che era impossibile uscire di casa a piedi, nessuno più rischiava di essere scippato o violentato da un immigrato.

La gente, sempre più impaurita ed esasperata, comprava su internet persino gli stuzzicadenti. Fra un corriere e l’altro però scriveva post di rabbioso rimpianto per l’amico negoziante strangolato dalle tasse, dai furti subiti ad opera degli immigrati e dalle politiche imposte dalla BCE. Nonostante questo, le strade erano state ripulite dalla feccia e il decoro regnava sovrano, o almeno, a giudicare da Google Street View sembrava tutto okay. Certo, non si poteva più uscire, ma del resto uscire per andare dove? L’ultimo bar era stato sgomberato con i reparti antisommossa dopo aver venduto un chinotto oltre l’orario consentito per la somministrazione di bevande aromatico-gassate nel primo mercoledì dispari di uno dei mesi il cui nome contiene almeno due volte la stessa vocale e in cui la temperatura registrata fra le 9 e le 17 non sia inferiore, nella media, a 20 gradi.

Reclusi nel loro comodo ergastolo ai domiciliari, gli italiani poterono comunque twittare che adesso, finalmente, gli immigrati se ne rimanevano a casa loro.

 

Questa lettura è stata il mio piccolo contributo al Capodanno di Riace,
il paese di Mimmo Lucano. La Storia, come cantava qualcuno, darà torti e darà ragioni.

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2 pensieri su “Italia ruspante, anno I

  1. Buongiorno,

    Le faccio i miei complimenti per il bellissimo articolo, arriva al cuore del problema e lo analizza in maniera lucida e intelligente. Complimenti.

    Sua affezionata lettrice

    Chiara Gennai

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