In nome del pop sovrano

Fa sorridere l’impeto patriottico della mail in cui il presidente della SIAE Giulio Rapetti, in arte Mogol, invita a sostenere una legge che riservi alla musica italiana almeno il 33% della programmazione radiofonica.

Fa sorridere quando parla di “artisti e autori nostrani”, utilizzando un aggettivo che più si addice a polli e carciofi. Da uno che di mestiere fa il paroliere, era lecito aspettarsi di meglio.

Fa sorridere perché interviene con grande tempismo sulla diffusione della musica tramite apparecchiature radiofoniche quando da anni la vera partita fra chi emerge e chi no viene decisa da una cosa chiamata internet – non so se ne avete sentito già parlare. Le radio, in definitiva, registrano e amplificano quello che viene scaricato o scelto in playlist dal numero maggiore di utenti. Non a caso nella mail si richiama una legge francese del 1994, epoca in cui (al di là del giudizio di merito) un provvedimento del genere un qualche effetto reale l’avrebbe avuto. In quegli anni la Francia fece lo stesso anche per il cinema e la tv, creando le premesse per conservare una solida industria nazionale dall’invasione incontrollata delle produzioni d’oltreoceano. Non so se il modello protezionistico a lungo termine abbia funzionato anche in termini di qualità. Non mi pare che in epoca di serie tv globali siano molte le proposte francesi che si fanno notare oltre i propri confini. Scandinavi, spagnoli, tedeschi e israeliani, per dire, stanno facendo decisamente meglio. Noi comunque siamo stati gli unici folli a esagerare in senso opposto: anni prima la Democrazia Cristiana aveva assestato un colpo ferale al cinema italiano (e cioè il cinema da cui tutti hanno imparato a fare cinema nella seconda metà del ‘900) con un accordo che imponeva di importare quote fisse di produzioni statunitensi, senza alcun accordo di reciprocità. È come se nella patria del Brunello e del Barbera si fossero obbligati gli italiani a trangugiarsi una lattina di Coca Cola ogni bicchiere di vino. Quanto alla tv, nel 1994 un tale si era già preso da anni tutta l’emittenza privata e stava per diventare lui quello che fa le leggi. Fine dell’excursus.

La proposta fa sorridere perché nel gioco della percentuale flat imporrebbe una riserva protetta di musica italiana anche a radio, come quelle rock, per esempio, in cui il peso delle produzioni italiane è giocoforza minoritario. Perché poi dimentica che, non da ieri, la “musica italiana” di Pausini, Jovanotti o Bocelli può essere (forse) finanziata da un produttore italiano, ma registrata o post-prodotta a Londra o New York, oppure registrata in Italia ma da (e con) musicisti stranieri. In quel caso, come ci si regola? 

Singolare poi come non si faccia alcun accenno all’uso della lingua italiana. Se da domani tutti gli autori italiani si mettessero a scrivere in inglese o nei vari dialetti, per i sovranisti non sussisterebbe quindi problema alcuno. Prima gli italiani, ma non l’italiano, con cui del resto numerosi esponenti di questo governo ingaggiano ogni giorno della battaglie impari. Eppure, è notizia di questi giorni, la lingua italiana è la quarta più studiata al mondo, subito dopo quelle parlate da alcuni miliardi di persone (cinese, americano, spagnolo). Mentre si pretende di legiferare sulla musica, si dimentica insomma proprio quella che potrebbe essere la caratteristica principale di questa (per me fantomatica) italianità: il suono della nostra lingua, quella del bel canto. Di nuovo, da uno che ha usato l’italiano per scrivere grandi successi, ti saresti aspettato qualcosa di meglio.

Non appena dalle questioni di vil pecunia (chi paga chi, e dove) si va a quelle artistiche, le contraddizioni si moltiplicano ancora, la confusione di chi cerca ogni giorno un diversivo alla crisi italiana è evidente. Sembra di vedere degli umarell eccentrici piazzati sullo stretto di Gibilterra a discutere su quale sia l’acqua del Mediterraneo e quale quella dell’Atlantico. Quanto c’è della tradizione italiana in Fred Buscaglione, Renato Carosone, Adriano Celentano, Paolo Conte, Pino Daniele, Zucchero? Oggi potremmo dire che sono loro la tradizione, ma quando sono usciti suonavano tutt’altro che “italiani”. Fecero inorridire più d’un purista. Così come suonano stranieri alle orecchie dei promotori di questa assurdità gli italianissimi Ghali e Mahmood che importano sonorità e stilemi dai ghetti delle metropoli americane. Siamo insomma in un campo in cui un criterio quantitativo non esiste, anzi, soltanto introdurlo nel discorso significa non averci capito nulla. Dire musica è come dire aria e vento, era così anche prima dello streaming e non puoi fermare i venti con i decreti e le motovedette.

Non c’è poi una parola sulla qualità di questa fantomatica musica “opera di artisti italiani e prodotta in Italia”.  Non c’è un’idea di diffusione dell’educazione musicale, di spazi e di opportunità per l’affinarsi dell’orecchio (e di conseguenza del cervello). Non c’è una definizione di identità (parola tanto cara ai sovranisti), perché manca a monte una riflessione sul come mai la musica leggera italiana (e intendo quella che proviene più direttamente dalla grande tradizione melodica dei Modugno e dei Battisti) sia oggi così pesante, asfittica, verbosa e autoreferenziale. Manca solo che la chiudiamo in una bella riserva protetta e direi che la via verso l’estinzione è tutta in discesa. L’idea che per decreto le radio ci propinino qualche ora in più le meteore lanciate da qualche talent show è come voler difendere la cultura enologica italiana imponendo ai supermercati di tenere una certa quantità di vino, e non importa se è quello economico nel tetrapak. Ma di cosa stiamo parlando?

Un’ultima notazione polemica. Anzi, rancorosa. Le idee più o meno improvvisate su come salvaguardare l’italianità nell’audiovisivo o in ambito musicale mi interessano molto poco, specie se sono fatte a prescindere da un discorso di miglioramento della qualità, specie se poi arrivano da un governo il cui capo di fatto mette alla gogna gli scrittori definendoli “intellettualoni”.  E mi interessano poco anche perché l’italiano è la quarta lingua più studiata nel mondo, ma chi utilizza questa lingua per narrare non usufruisce di nessun aiuto, non merita mai nessuna attenzione, deve sopravvivere con le proprie forze e confrontarsi con Paesi che dispiegano mezzi imponenti per promuovere le proprie narrazioni verso l’estero. L’Italia invece batte in ritirata e si chiude al proprio interno, dentro tristi recinti pieni di buchi. Ma va bene così, non scambierei mai “a walk on part on a war for a lead role in a cage”, e chiedo scusa ai sovranisti se non mi è venuta una citazione da Al Bano e Romina.

Un pensiero su “In nome del pop sovrano

  1. Purtroppo a Mogol non frega nulla della lingua, del luogo in cui la musica viene registrata, di chi la produce eccetera, che appunto sarebbero i primi argomenti degni di analisi se proprio si volesse fare questa legge troglodita. A Mogol interessa semplicemente aumentare le entrate Siae, e gli iscritti hanno l’unico comun denominatore di essere italiani. Anzi, “nostrani” 😀 Tristezza a secchiate

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