Il problema è che fanno schifo i lettori (calma: lo sostiene un algoritmo, mica io)

Ma ve lo ricordate il vostro amico che aveva appena finito di leggere Moby Dick? Se lo guardavate bene, sembrava avesse la faccia segnata dal vento e dal salmastro. E quello che vi parlò per primo de Il Profumo di Süskind? Non faceva che andare in giro annusando compulsivamente a destra e a sinistra. E quell’altro, invece, che per due settimane commentava persino i carciofini della pizza capricciosa con oscure locuzioni latine? Stava in fissa perché aveva appena finito di leggere Il nome della Rosa. Per non dire del reduce dalla lettura del passaggio nelle Miniere di Moria de Il Signore degli Anelli: aveva veramente gli occhi a fessura di quello che non vede la luce del sole da giorni.

Ve la ricordate la sensazione di non aver capito un passaggio, una descrizione o anche solo una parola? Era una gomitata, una piccola puntura, uno schiocco di dita di quelli che ti risvegliano e ti dicono: sono così tante le cose da scoprire e da capire che in vita tua non ti annoierai mai. Una sensazione che, se non è felicità, ditemi voi allora cos’è.

E poi – aspetta, aspetta – la magia che uno sperimenta all’inizio di un libro  come Arancia Meccanica, ce l’avete presente? Sono passate tre o quattro pagine e fra cinebrivido, mommo e planetario non hai ancora capito una mazza, ti dici “se continua così, co’ ‘sta cippa che lo porto in fondo” e di colpo, bam!, senza neppure accorgertene hai capito, il tuo cervello unisce i puntini e maneggia già quei termini come un drugo di lungo corso, hai davanti un mosaico scintillante di colori saturi e insani che senza quelle parole nuove non sarebbe mai apparso.

E ancora: il gusto carbonaro del passaparola. Ecco, ne vogliamo parlare? Quando un amico o il tuo libraio ti consiglia un romanzo con quel filo di complicità, come un segreto che solo tu puoi capire, è o non è una sensazione impagabile? Sì, magari quel libro è Pastorale Americana o il primo della serie di Montalbano e nel frattempo altri ottomila amici e seimilacinquecento librai stanno facendo lo stesso. Ma che importa? Se ce la stiamo spassando sotto le lenzuola con una persona che ci piace, che ci frega se probabilmente in quel momento tanti stanno facendo altrettanto?

Alcuni giorni fa è apparso su Il Post questo articolo.

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Si tratta di uno studio su ventimila libri che hanno venduto molto negli ultimi anni. I due autori, Jodie Archer e Matthew L. Jockers, hanno analizzato l’uso delle parole, la sintassi e la struttura drammaturgica. Per alcuni aspetti non c’è niente di nuovo. La struttura in tre atti ce la portiamo dietro dalla tragedia greca, tanto per dire. E lo studio delle ricorrenze di alcuni vocaboli – o di alcuni tipi di vocaboli – a discapito di altri non sempre spiega qualcosa di inaspettato e fondamentale sulla poetica di un autore. Per esempio, le tre parole più usate da Simenon sono molto comuni: sono “sigari”, “nebbia” e “birra”. Ci si poteva arrivare anche a spanne, dài. E il segreto è altrove: quando Simenon scrive “nebbia”, mette la parola nell’unico punto esatto della frase in cui ci spinge a socchiudere gli occhi per aguzzare la vista.

L’algoritmo utilizzato dai due studiosi ha infine evidenziato come nei bestseller degli ultimi anni prevalgano le situazioni di vita quotidiana, modulate secondo un meccanismo di continua e veloce alternanza fra speranza e delusione, euforia e sconforto. Sesso, avventura e suspense sembrano entrare a dosi sempre più ridotte nella ricetta per il milione di copie.

Dunque non si legge più per essere sorpresi, turbati o scandalizzati, per avere paura dei palloncini arancioni, per rabbrividire al gelo della campagna di Russia o per sentire il fetore dell’East End londinese. Tutto ciò che porta il lettore lontano dalla propria esperienza quotidiana sembra riscuotere poco successo. Molti lettori preferiscono leggere di cose che in qualche modo già conoscono e, come su un ottovolante, accettano il brivido della caduta solo ben sapendo che fra tre secondi si risale.

Sembrerebbe quindi emergere questo scenario: nei grandi numeri del mass market, la lettura può sopravvivere solo se abdica anche a quel compito di evasione che gli scrittori di grande successo commerciale regalarono a tanti lettori non particolarmente istruiti, ma istintivamente convinti che leggere dovesse essere un’esperienza.

Il lettore disegnato da questo algoritmo somiglia invece a quei ragazzini bulli che per insicurezza sfottono e distruggono tutto quello che non capiscono. Oppure un individuo rassegnato ad annoiarsi pur di trovare conferme a quello che già pensa, disponibile solo a riconoscere reiteratamente se stesso, il proprio mondo, la propria visione della realtà e gli angusti confini entro cui sente svanire il terrore dell’ignoto e dell’imprevedibile.

La buona notizia è che, dalle crisi finanziarie ai sondaggi elettorali, molti algoritmi hanno dimostrato di essere tutt’altro che infallibili. Quella cattiva è che in tutta evidenza i grandi marchi editoriali (al pari di grandi istituti finanziari e multinazionali) basano comunque le loro future strategie decisionali su questo deprimente ritratto. Rischiando di trasformare tout court un’interpretazione – per quanto non priva di fondamento – in una profezia totalizzante e autoavverantesi.

Cominciò tutto alla fine di un’estate

Come spesso fanno quelli che vivono in una città turistica, io sono sempre andato in vacanza alla fine dell’estate. Mio padre, addirittura, prendeva le ferie a novembre. Non vi dico lo spasso.

Nell’estate del 1998 avevo aiutato i miei in un bar sul mare e verso la fine di agosto mi ero programmato una vacanza in Irlanda. Come tutti quelli che passano un’estate di lavoro a 30 gradi, fuggivo in un posto piovoso, sferzato dal vento e con una temperatura massima di 18.

L’estate però era anche il momento ideale per scrivere. Mezza giornata in casa editrice, pomeriggio al bar e verso sera, con il fresco, scrittura. Due ore prima di prendere l’aereo per Dublino spedii il file delle mie fatiche estive a Luigi Bernardi.

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I modem facevano ancora quel rumore alla C3P8 di Guerre Stellari. Ci si collegava la sera, perché in genere con i primi abbonamenti era la fascia oraria meno costosa (ma i dinosauri si erano già estinti, giuro). Uno andava in vacanza e stop. Niente cellulare, niente posta elettronica per una settimana o due. Volete sapere una cosa? Si sopravviveva benissimo.

Al ritorno scaricai la posta di dieci giorni (operazione che poteva anche durare dai cinque ai sei minuti). C’erano due mail di Luigi Bernardi. DUE. Le aprii per prime. Una risaliva al giorno dopo la mia partenza. Diceva che nella seconda parte del mio romanzo la scrittura non era brillante come nella prima e che i personaggi andavano approfonditi. Ma, se avevo voglia di lavorarci, lo avrebbe pubblicato nella collana Vox di DeriveApprodi che stava progettando in quei mesi. “Potrei chiedere romanzi a scrittori già famosi e non me li negherebbero, ma ho voglia di fare una collana di nomi tutti nuovi. Ci stai?”

Ci stavo? Ero fuori di me dalla gioia. Luigi Bernardi voleva pubblicare “Direttissimi Altrove”.

Dopo sei giorni, mentre io continuavo a scolare pinte di Guinness e inzupparmi di pioggia per andare a vedere anche il più stronzissimo menhir sperduto nel nulla, mi aveva scritto di nuovo. La mail era di una sola riga e diceva: “Ti sei mica offeso?”

Offeso io? Ma porca miseria no, Luigi, è che me stavo intruppato dietro un gregge di pecore, alle prese con segnali stradali in gaelico, stavo tentando di scalare il Ben Bulben o cose del genere. E non c’era Facebook, altrimenti avresti potuto verificare di persona.

Avevo voglia di lavorarci? Non vedevo l’ora di lavorarci. Non vedevo l’ora di dirlo a tutti i miei amici. Luigi Bernardi aveva scelto un mio testo per la sua nuova collana. Allora non avevo sbagliato a continuare a scrivere, a crederci. Magari poteva essere l’inizio di qualcosa?

È stato l’inizio di tutto.

Luigi è sempre stato straordinariamente capace di nuovi inizi. Sapeva ricominciare da zero, anche dopo aver costruito tanto. Mi ha insegnato un sacro, sano terrore per le rendite di posizione. Era uno veramente hungry e foolish senza coltivare alcun mito della stravaganza. Era un eccentrico vero, e come tale non aveva bisogno di indossare camicie strane per sottolinearlo. Mi ha insegnato che chi racconta una buona storia deve sempre essere eccentrico, nel senso che non deve mai sedersi bello comodo, nel centro della soffice poltrona di quello che tutti pensano. Deve cercare un baricentro inedito, un nuovo equilibrio, inventarsi una sua posizione da cui raccontare, anche a costo di mettercisi in totale solitudine.

Luigi si è sempre lasciato il passato alle spalle e ha sempre guardato avanti. Se aveva dei rimpianti (come d’altronde ne abbiamo tutti), li nascondeva bene. Il rimpianto di chi, come me, avrebbe fatto un altro mestiere senza di lui è invece è così grande che nasconderlo, anche se volessi, sarebbe impossibile.

Sono andato a vedere un film sui Beatles e ho capito (forse) una cosa sulle serie TV.

Tempo fa mi sono domandato perché le serie tv si contendono il mio tempo così tenacemente con i libri e con il cinema. Ecco le risposte che ho trovato:

A) perché tutti i miei amici seguono almeno una o due serie in contemporanea, e alle cene finirei per sentirmi escluso da gran parte della conversazione.

B) per aggiornamento professionale.

C) perché nelle mie serie preferite trovo uno spessore narrativo che in romanzi o al cinema trovo sempre più raramente.

Sono tutte vere, ma non sono completamente la verità.

Avete presente la sensazione di quando si ricorda un sogno a frammenti? Abbiamo nella memoria dei particolari vividi ma ci sfugge il quadro generale, il basso continuo di fondo, il tema portante. Poi ho visto Eight days a week, il documentario di Ron Howard sui primi, vertiginosi anni di carriera dei Beatles. E che c’entra? direte. A prima vista niente. E invece sì.

A un certo punto, Paul McCartney dice, ricordando quasi con incredulità: “Everyone liked us”. “Piacevamo a tutti”. E più avanti, Whoopi Goldberg dice: “I Beatles non erano né bianchi né neri.”

Ecco, in queste due affermazioni c’è la grande promessa di quella cosa che chiamiamo “pop”, di cui i Beatles sono stati giganteschi protagonisti. È una grande promessa ecumenica. È l’abbattimento dei muri fra etnie e ceti sociali, la salutare mescolanza di linguaggi e culture che può raggiungere e toccare il cuore di chiunque, il diplomato in violoncello e l’ingegnere stonato come un campanaccio, la cameriera afroamericana con la terza media e la studentessa bianca alto-borghese.

La grande promessa, va da sé, contiene anche i semi della dannazione. La band, la bibita, lo smartphone che piace a tutti è il feticcio di qualsiasi amministratore delegato, ma per qualsiasi artista è un’ossessione castrante e distruttiva. Lo dimostra la triste parabola di un altro gigante del pop come Michael Jackson. E poi il bisogno di piacere a tutti è spesso proprio di individui piuttosto sgradevoli, come i dittatori e i narcisisti patologici. Il documentario di Ron Howard racconta anche come i Beatles, per fortuna, smisero di piacere a tutti – tirando essi stessi un sospiro di sollievo.

Le serie televisive di questi ultimi quindici anni non hanno mai avuto questo problema. Il  prodotto televisivo medio, calibrato maniacalmente per dare un po’ di tutto a tutti, in realtà non piace più a nessuno. Sotto questo aspetto, la golden age delle serie tv che stiamo vivendo ripone l’aspetto più ecumenico del “pop” nella soffitta del diciannovesimo secolo. Rappresenta infatti la fine del concetto stesso di “mainstream”, una parola che contiene anche figurativamente un’idea sorpassata: c’è una maggioranza i cui  gusti sono irreggimentabili come un corso d’acqua perché, obbedendo alla legge di gravità, confluiscono inevitabilmente verso il basso e scorrono placidamente nel centro esatto della valle.

Dall’altra però, ibridando e sperimentando, molte serie abbattono qualsiasi divisione fra pubblico esigente e pubblico meno istruito,  fra patiti di detection e di horror, fra narrazione popolare e opera d’autore. Lo fanno per due motivi. Primo: perché non vogliono raggiungere “tutto il pubblico” o solo “il pubblico più raffinato”, ma scommettono sulla creazione di un pubblico nuovo, inedito e trasversale. Secondo: il pubblico te lo giochi nella prima puntata – anzi, ormai nei primi venti minuti. E allora devi partire chiaro e lineare, su presupposti semplici e primari. Il tempo della complessità arriverà poi. Arriverà quando lo spettatore ha deciso che quella storia lo intriga e lo riguarda, quando ne ha appreso l’alfabeto di base e quindi saprà decifrare situazioni sempre più dense di implicazioni.

La promessa del pop ha sempre contenuto la minaccia totalitaria di creare una sola band “per tutti”,  il fenomeno planetario, il gusto unico, il timballo onnicomprensivo e indigesto alla Lady Gaga. La golden age delle serie tv si regge su una promessa speculare, ma potenzialmente più democratica: da qualche parte, fra mille canali e piattaforme, chiunque può trovare la storia che lo intriga, lo riguarda o lo tocca da vicino.

 

P.S.: naturalmente le grandi serie tv di cui si parla sono ormai tutte a sviluppo “orizzontale”: ogni puntata è paragonabile a un lungo capitolo di un unico romanzo, ogni stagione può equivalere al volume di una grande saga. Negli anni Sessanta e Settanta sulla RAI si chiamavano “sceneggiati”, proprio a sottolineare che erano romanzi adattati per la televisione. Alcuni, di sapore mystery, avevano titoli seducenti come Il segno del comando, Ritratto di donna velata o Ho incontrato un’ombra. Avevano dei cliffhanger di puntata perfetti. Penso sempre che noi figli del boom siamo stati fortunati, a crescere con quella televisione là.

L’Inferno di Dan Brown è il nostro Purgatorio

Qualche tempo fa, camminando per Londra finii per puro caso di fronte a un edificio familiare. Illuminato dal basso, nel buio della sera, ne riconobbi l’aspetto inquietante per cui mi era rimasto impresso. Eppure non ero mai stato lì prima di allora.

Era la chiesa di Christ Church Spitalfields, e l’avevo vista per la prima volta su una memorabile tavola a china di Eddie Campbell. La monumentale graphic novel era From Hell di Alan Moore. In From Hell si raccontava che Christchurch fosse stata voluta dall’architetto Nicholas Hawksmoor in quella precisa posizione, anche a costo di sventrare un isolato intero, anche a dispetto di una evidente sproporzione fra la chiesa, il suo svettante obelisco e gli edifici modesti dell’East End del diciottesimo secolo. E tutto questo affinché quell’obelisco fosse uno dei vertici di un simbolo satanico che univa altri obelischi di Londra.

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Christchurch in Spitalfields: creepy, isn’t it?

Feci un paio di foto. Dietro di me, in quel momento passarono un gruppo di ragazzi e sentii distintamente uno di loro dire “Come mai il tizio fotografa questa chiesa?” e un altro rispondergli: “Dev’essere il solito nerd patito di From Hell. Un fumetto famoso.”

Naturalmente non è storicamente accertato che Hawksmoor facesse davvero parte di una corrente definita satanismo teista. Così come non è mai esistito Sherlock holmes, e non è affatto detto che a Londra sia vissuto davvero il Jimmy Jazz della canzone dei Clash. Ma senza London Calling dei Clash o From Hell, Londra non avrebbe per me questa sorta di tridimensionalità mitologica.

Questa tridimensionalità mitologica è una gran cosa, ma talvolta anche no. A Barcellona ho rischiato di essere rapinato per cercare nel Barrio Raval il ristorante  frequentato regolarmente da Pepe Carvalho, e quindi da Manuel Vazquez Montalban. Sulla costa occidentale dell’Irlanda ho rischiato di essere mollato da una fidanzata perché mi ero intestardito a cercare un fantomatico fortino danese che, come tutti i fortini danesi, sono notoriamente rifugi del Piccolo Popolo. E vi assicuro che avevo ampiamente oltrepassato l’età della ragione.

Ma è così che funziona. Uno legge dei libri, ascolta delle canzoni e poi rivede ovunque cose. Cose che non esistono più, che sono esistite solo in via ipotetica, o che non sono esistite affatto.

Una volta pensavo che, come a me succedeva a Londra o a Barcellona, la stessa cosa succedesse in Toscana agli stranieri, specialmente americani e inglesi. Immaginavo che camminassero per Firenze e avvertissero aleggiare la presenza di Dante o di Leonardo, immaginassero i tempi di Machiavelli e di Lorenzo il Magnifico.

Non ne sono più tanto sicuro. Anzi, per niente.

Prendiamo per esempio Inferno di Dan Brown. Tanto per rimanere in Toscana, Galileo Galilei scrisse che al mondo non era mai stato inventato altro metodo di trasporto più veloce di questi piccoli sgorbietti d’inchiostro chiamati “alfabeto”. Alla sua epoca non esistevano il Concorde e lo Shuttle. Oggi, anche se c’è internet, possiamo tutto sommato dire lo stesso. Il virtuale annulla le distanze, ma non ci trasporta davvero altrove.

Certe volte invece, questi sgorbietti neri sulla carta ci trasportano davvero altrove. E soprattutto nel tempo. Racconta Umberto Eco che, quando presentò al suo editore Il nome della rosa, gli fu obiettato che le prime cento pagine potevano risultare ardue. Eco rispose che servivano a trasportare completamente il lettore dentro l’Abbazia e che, in definitiva se si accettava di trascorrere cinque o sei ore in treno per essere portati da Milano a Roma, si potevano pure impiegare alcune ore di lettura per andare dove nessuno treno e nessun aereo potevano portarci: nel Medioevo.

Tutta questa incredibile potenza magica, gli sgorbietti neri di Dan Brown però non ce l’hanno. Firenze è solo un luogo pittoresco in cui la modesta pensione si chiama “La Fiorentina”, in cui il custode del corridoio vasariano guarda in tv la replica (la replica?) di una partita della Fiorentina e dove il massimo dell’esotismo è rappresentato da persone che camminano per strada addentando lampredotti.

Per gran parte delle pagine ambientate a Firenze, il protagonista Langdon elargisce  informazioni che non esuberano mai dal tono neutro e dalla lunghezza media di una voce di Wikipedia. (“La cupola del Brunelleschi è alta centoquindici metri, il David cinque metri e venti”). Notazioni vieppiù pignole, soprattutto se consideriamo che vengono elargite mentre i due protagonisti sono inseguiti da killer sanguinari, multinazionali con scarsa propensione alla filantropia, carabinieri baffuti e una branca deviata della CIA.

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Le pagine fiorentine di Inferno hanno la caratteristica di non dare per scontato un patrimonio culturale di base dal parte del lettore. Lo ritengo è un atteggiamento ammirevole, da parte di un narratore. Non apprezzo chi strizza l’occhio sempre e solo al lettore più avvertito, presupponendo che per leggere quel testo uno debba per forza averne letti altri mille. In quel senso, un grande erudito come Umberto Eco spendeva cento pagine proprio perché presupponeva che il lettore non conoscesse nulla di come si viveva in una abbazia benedettina del medioevo. Poi, il lettore più avvertito poteva godersi il calco Conan-Doyliano della prima pagina o il parallelismo fra i Dolciniani e i Sessantottini.

Ma la differenza fra il grande impegno di Eco (che costituiva anche una notevole angoscia per il suo editore) e le pagine di Dan Brown proviene da due atteggiamenti completamente diversi. Eco tenta di farci vivere in quell’Abbazia, di farci prendere persino certi ritmi alieni alla nostra contemporaneità. Dan Brown non  vuole che i suoi lettori facciano alcuna fatica. Li imbarca in uno di quei trenini che trasportano, per l’appunto, giapponesi e pensionati americani sovrappeso e ammannisce loro qualche bignamino di storia dell’arte, strappandoli all’abbiocco con inseguimenti, interventi di forze speciali, droni e vivaci sparatorie fra l’Oltrarno e Palazzo Vecchio.

La Firenze di Dan Brown è una scenografia con didascalie. I fiorentini e gli italiani non esistono. Dan Brown è stato sì a Firenze, si è documentato e ha collezionato un numero anche piuttosto limitato di errori, ma non è quello il punto. Il punto è dove sia indirizzato il suo interesse. Il suo interesse non è immergersi nella Firenze di oggi, di cui non gli potrebbe fregare di meno, e neanche nella Firenze di Dante, altrimenti avrebbe scritto un romanzo storico. Il suo unico interesse è precisamente focalizzato solo su quello che Firenze simboleggia e rappresenta per lui, per la cultura da cui lui proviene, per la storia che sta raccontando e per il lettore medio a cui la sta raccontando. Su questo Dan Brown ha le idee chiarissime: Firenze rappresenta il momento in cui la civiltà occidentale è uscita dai secoli bui del Medioevo per aprirsi al Rinascimento. Da Dante a Botticelli e a Lorenzo il Magnifico si sviluppa la parabola virtuosa di chi ha abbandonato il periodo buio di pestilenze e di carestie, un periodo dominato dalla paura del futuro e dal senso di colpa, per riprendere in mano il proprio destino. Quanto questa lettura sia a dir poco convenzionale Dan Brown potrebbe capirlo solo leggendo Il nome della rosa. Siamo sicuri che l’abbia senz’altro letto e anche capito. Il punto è che, semplicemente, non gli importa. Non gli importa che i secoli bui siano stati anch’essi secoli di innovazione, di sapienza e di progresso, secoli che hanno tramandato fino a noi tutto il patrimonio dell’antichità greca e romana, tanto per dire. Gli importa anche meno che i principi e i papi del Rinascimento possedessero un cinismo, una sete di potere e una ferocia tali da renderne problematico l’inserimento in una qualsiasi bolgia dell’Inferno dantesco.

Se Robert Langdon studia i simboli, il suo autore Dan Brown li usa per come li trova già confezionati nell’immaginario collettivo. Medioevale continua a essere sinonimo di arretrato, oscuro e tormentato.

Il Rinascimento è l’ideale unione di armonia e funzionalità, bellezza e pragmatismo, ricchezza spirituale e ricchezza economica. I suoi artefici, ricorda Brown, sono sia i pittori, gli scultori e gli architetti sia i banchieri toscani e i potentissimi Medici che li finanziarono. E che, ricorda, generarono quattro papi, due regine di Francia e i più grande istituto finanziario d’Europa. Ancora oggi le banche usano il sistema contabile dei Medici, la partita doppia con crediti e debiti.

In quella Toscana ideale, che ha la staticità iconografica tipica del mito, Dan Brown racconta e cristallizza fuori dal tempo e dalla realtà un ideale tutto suo, tutto contemporaneo e tutto americano. La reincarnazione moderna del Rinascimento sono gli Stati Uniti e il loro spirito di innovazione, la loro energia, la loro ambizione, tutto quello che di rinascimentale c’è nell’esergo di Steve Jobs stay hungry, stay foolish.

Da tutto questo è chiaro che Dan Brown non cerca di capire un contesto diverso dal proprio. I pochi personaggi italiani sono stereotipi di un modo di vivere che l’autore ritiene, ancorché per certi aspetti folkloristicamente piacevole, del tutto sorpassato e inadatto ad affrontare le sfide del futuro.

Tutto quello che a Firenze è successo prima della Commedia di Dante è come se non fosse mai esistito. Quello che è avvenuto dopo il XVI secolo non riveste alcun interesse. Gli highlights dell’Italia sono là, tutto il resto non vale nulla. È un’ammirazione selettiva e chirurgica che non sfocia mai nell’amore totale e spassionato verso questa città ma, anzi, ci consegna una sentenza spietata.

Dopo il Rinascimento Firenze, ma in generale tutta l’Italia, non è stata mai più così influente. Non è mai più stata il motore di un cambiamento estetico o culturale. Non è più stata così hungry e foolish.

È un punto di vista. Opinabile, certo, ma di cui si dovrà pur tener conto, perché ci dice qualcosa su come ci vedono gli altri. Sta a noi rifletterci seriamente, se non vogliamo che il prossimo best-seller americano convinca il mondo intero che il Brunelleschi veniva così chiamato per la smodata quantità di un noto vino pregiato che era capace di ingurgitare.

(Stralcio di un intervento tenuto in occasione del convegno “Tuscan Territories: Rural-Urban Dynamics” presso Monash University Prato Centre, Italy, 19-20 June 2014 – a cura di University College of Cork)

Sette anni fa, la nostra notte più lunga

Da “Il Tirreno” del 29 giugno 2013

Noi dell’obitorio e la notte più lunga

di GIAMPAOLO SIMI

Intorno alle 23 e 50 del 29 giugno 2009, nei seminterrati dell’Ospedale Versilia si verifica un breve blackout. Nel ventre nascosto del gigante gli interminabili corridoi di servizio sono di cemento grezzo. Unici ornamenti sono i grandi tubi, i fasci di cavi e le condutture. Sotto la luce dei neon si muovono carrelli robotizzati che sembrano vagare alla cieca. Non è proprio il luogo ideale per venir sorpresi dal buio specialmente se, come Paola, sei in servizio all’obitorio solo da qualche giorno. «Mi sono sempre detta: non è dei morti che devi aver paura» ricorda ancora oggi, «ma in quel momento sentii un brivido». In quel momento Paola, come tutti, non poteva sapere, tantomeno immaginare. Dovevano passare alcuni minuti perché arrivassero le prime, confuse notizie su un treno esploso alla stazione di Viareggio. Perché arrivassero le prime vittime, invece, ci vollero addirittura alcune ore. Possiamo definire con delicatezza l’obitorio “la zona del commiato”, ma l’atmosfera resta quella sospesa, essenziale e scarna di un qualsiasi posto di confine, un passaggio obbligato dove nessuno è destinato a fermarsi più di tanto.

Ma il 29 giugno 2009, man mano che arrivavano i colleghi di Anna, l’attesa rese l’atmosfera addirittura surreale. Erano in tutto cinque gli infermieri dell’obitorio che hanno dovuto gestire quelle ore tremende in questi seminterrati. Insieme a Paola, c’erano Anna, Fabio, Michele, Giorgia. Il 29 giugno 2009 qualcuno di loro era in ferie, qualcuno venne buttato già dal letto dall’esplosione, qualcuno vide passare la notizia mentre sonnecchiava alla tv. Michele ricorda: «Oggi dico che è stato quasi meglio non capire esattamente quello che ci stava per arrivare addosso. Cosa avremmo potuto fare per prepararci al più grande disastro capitato nella nostra zona dopo la Seconda Guerra Mondiale? Quale struttura poteva essere stata pensata per resistere a un evento del genere?» Giorgia ci provò, a consigliare i colleghi: «Se ce la fate, riposatevi un’ora adesso, perché sarà una nottata lunga». Nessuno ce la fece. Paola ricorda bene: «Mi misi a giocare al solitario al computer, qui, in questo ufficio. Che cosa assurda. Ma non trovai altro modo per combattere la tensione». Anche oggi, che è una mattina assolata di prima estate, in queste stanze al seminterrato la luce esterna entra con discrezione e fai presto a dimenticarti se è giorno o notte. E la notte più lunga dell’obitorio dell’Ospedale Versilia durò perlomeno una settimana. Una settimana in cui questo luogo appartato e silenzioso divenne uno degli epicentri della tragedia, affollato dai parenti delle vittime, dai periti, dalle équipe di medicina legale e dalle forze dell’ordine. I ricordi sono frammenti ancora appuntiti, ma dopo quattro anni riescono finalmente a uscire. Ancora Paola: «La prima vittima che portai qui fu Hamza. Mi chiamarono dal Pronto Soccorso. A quel punto c’è stato un nuovo black-out, ma nella mia mente, e c’è tutt’ora. Ricordo l’episodio, ricordo che era lui, il ragazzo marocchino, ma ho rimosso qualsiasi dettaglio». Alle prime ore del mattino, i colleghi decidono di dare qualche ora di stacco a Paola, la nuova arrivata che aveva sopportato il turno di notte. «Andai a casa e per rilassarmi mi misi a strappare le erbacce dai pomodori» racconta ancora lei. «Dopo dieci minuti mi dissi: “ma che stai facendo?” e tornai al lavoro».

 

I problemi erano molto pratici: convincere le famiglie musulmane a non lavare le salme dei propri cari, come prescrive il Corano, prima dell’autorizzazione del magistrato. E dato che le autopsie sarebbero durate giorni, dovette arrivare in container frigo per ospitare tutti i cadaveri.

 

Uno dei primi problemi che il personale dell’obitorio si trova di fronte con il passare delle ore è terribilmente pratico: le autopsie dureranno per giorni e non ci sono celle frigorifere a sufficienza per conservare le salme. La soluzione è offerta da una ditta di autotrasporti campana: a distanza di poche ore dal disastro, un grande container refrigerato scende nei sotterranei dell’ospedale. «E cosa ti va a succedere?» racconta Michele, «Si rompe il motore del refrigeratore. Panico. Il personale di questa ditta che prima venne ad azionare in piena notte il motore di emergenza, poi tornò dopo poche ore con un nuovo motore elettrico. Alla fine sono cose come queste che mi porto dentro da quei giorni». Fabio ha passato una vita al pronto soccorso, ne ha viste di cotte e di crude. Però il 29 giugno è stato diverso. «Il problema più grave fu quello delle autopsie. Molte vittime erano del tutto irriconoscibili. Non distinguevi un uomo da una donna. Dico sempre che in quel momento i periti di medicina legale facevano delle autopsie a un numero, non a una persona. E dare il nome giusto a quel numero, far sì che i parenti avessero il proprio caro da piangere, fu la parte importante del nostro lavoro». Quella dei parenti delle vittime fu una vera e propria onda d’urto emotiva. Giorgia è indicata da tutti come il punto di riferimento di questa piccola squadra che per dieci giorni ha lavorato ininterrottamente nel luogo dove le speranze finivano, dove nessun giornalista poteva andare in cerca di eroi e salvatori. Dal canto suo, lei ricorda bene gli sforzi fatti per convincere le famiglie di fede musulmana a non lavare i propri cari secondo quanto prescritto dal Corano finché il magistrato non avesse dato l’autorizzazione. Ricorda la difficoltà di imporsi perché un parente non vedesse quello che era rimasto del proprio caro. E poco importa, conclude, se quella persona non potrà mai essere riconoscente per lo strazio che gli è stato risparmiato. «Di fronte a gente che ha perso figli, fratelli e genitori in quel modo non hai un protocollo da seguire» racconta ancora Giorgia. «Sapevamo che sarebbero arrivati gli psicologi dell’Azienda sanitaria, ma nell’immediato avevamo un solo rimedio: parlare con loro e farli parlare». «Verissimo», puntualizza Michele, «ma da parte mia devo dire che in certe situazioni il dolore degli altri può travolgerti. In quei giorni c’era chi abbracciava i parenti delle vittime, io invece ho tirato giù una saracinesca. Sembrerà disumano, ma io devo fare il mio lavoro e devo essere lucidissimo».

Possibile che dopo quattro anni questa saracinesca non dia alcun segno di cedimento, non sia corrosa da un po’ di ruggine? Chiedo loro se la notte si svegliano mai di soprassalto, se hanno incubi. La parte maschile nega compatta, salda e impermeabile. Paola invece ammette che per molto tempo ha dormito rannicchiata, come circondata dalla fragilità di quei corpi carbonizzati. «Se ti muovi, li rompi, se ti muovi, li rompi… mi ripetevo nel sogno. E allora, un bel giorno mi sono lasciata convincere a fare una lunga chiacchierata con lo psicologo». È la frase che mi convince a chiudere il taccuino. Usciamo tutti insieme dal piccolo ufficio per una pausa sigaretta. Fabio prepara pipa e tabacco, Paola mi indica i muri della sala d’aspetto: decorazioni, edere, vedute da finestre a “trompe-l’oeil”. «Ti piacciono? Le ho fatte io» mi dice. «Dopo il 29 giugno?» le chiedo. «Certo, dopo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Dove sarò quest’estate

Principalmente sarò a scrivere il prossimo romanzo. Ma ogni tanto uscirò di casa. Ecco quando e dove.

 

Volterra – 18 giugno, Incontro per la rassegna I colori del libro.

Ore 18.20, Logge di Palazzo Pretorio, Palazzo dei Priori

 

Salerno – 23 giugno, Incontro nell’ambito di SalernoLetteratura

Ore 19.30, Cortile della Fondazione Carisal. Presenta Sabrina Prisco.

 

Piacenza – 25 giugno, Tra il Mississipi e il Po

Ore 18, Piazza Cavalli, Portici di Palazzo Gotico. Presenta Giancarlo Pagani.

 

Verbania – 26 giugno, Rassegna LetterAltura

Ore 17,45. Chiostro dell’Hotel Il Chiostro. Oltre i muri dell’anima, dialogo sul thriller e sul noir con Stefano Piedimonte

 

Livorno, 29 luglio, Festa dell’Unità

Ore 21. Rotonda dell’Ardenza. Incontro su “Scrivere per vedere”,  con Francesco Bruni e Simone Lenzi.

 

Lucca 2 agosto – Parole per Strada

Ore 21 – Via Garibaldi. Reading e mini-concerto acustico con i Flying Circus

 

Fiumalbo, 7 agosto, Festival LetterAppenninica

Ore 21 – Incontro con i lettori al Teatro Comunale. Presenta Stefano Fiori.

 

Lignano Sabbiadoro, 9 agosto “Omaggio a Giorgio Scerbanenco”

Ore 18 – Biblioteca Comunale. Incontro con Cecilia Scerbanenco.

 

Lisle sur Tarn, 25-26 settembre

Partecipazione alla 2a edizione di “Lisle Noir”

 

Toulouse, 26-28 settembre

Partecipazione a Géographies du Noir (Geografie del noir).

Nemmeno le cornee

Era qualche anno fa. Stavo lavorando, con fatica, all’idea di un nuovo romanzo. Il romanzo sarebbe poi diventato “Cosa resta di noi”. Ma non ero pronto, era troppo presto. Le storie hanno i loro tempi di gestazione e di maturazione non programmabili.

Un giorno – credo di marzo – sono a pranzo con mia sorella e mia madre. Al tempo mia sorella lavorava in un Coordinamento Donazione Organi. Quel giorno è arrivata un po’ in ritardo, ha avuto una mattinata difficile. Ora, dato che di regola deve parlare con gente che ha appena perso un figlio o una sorella perché autorizzino l’espianto del fegato o di un rene, non oso pensare cosa possa rendere una mattinata più difficile di questa routine.

Glielo chiedo e lei mi racconta di un tizio che forse anch’io ho conosciuto, o almeno visto qualche volta. Un nome da abbinare a una faccia. Può darsi.

“I crimini commessi nell’epoca in cui viviamo contribuiscono a definirci e, in fondo, a dannarci” (David Peace)

Questo tizio ha ammazzato di botte la ragazza che conviveva con lui. Poi si è sbarazzato del corpo in un canalone, ma l’hanno ritrovato e la Polizia ha chiuso il caso in quarantotto ore. Solita storia, suspense zero, la realtà non sente alcun obbligo di essere avvincente e originale. La mattinata difficile è stata per via dei parenti della ragazza. Erano in obitorio e hanno promesso di tagliare la gola all’assassino non appena uscirà di galera, anche fosse fra vent’anni (ma temiamo per lui che uscirà prima). Mia sorella ha dovuto chiamare un poliziotto per calmarli. Per il resto, mia sorella non aveva molto da fare con quei parenti. “Era ridotta così male che non abbiamo potuto farle donare nemmeno le cornee.”

Le cornee, ecco. Le può donare quasi chiunque. Anche persone che muoiono molto anziane o molto malate. Non quella ragazza. Nemmeno la consolazione di far sopravvivere qualcosa di lei negli occhi di qualcun altro.

Cambiammo discorso e finimmo di mangiare. Vuoi un po’ d’insalata? No, mi basta un pezzo di formaggio. Penserete che in famiglia siamo un po’ cinici. Non lo escludo.

Ripensai per due notti a quella frase. Nemmeno le cornee. Venticinque anni, una ragazza in salute, e nemmeno le cornee. La parola giusta, l’architrave concettuale, il giunto cardanico della vicenda era scempio.

Dopo due notti quasi insonni iniziai a scrivere una nuova storia. A qualche anno di distanza posso dire che quelle poche parole in realtà cambiarono radicalmente la mia storia di narratore. Stravolsero le priorità, dettero la risposta alla domanda basilare: che cosa è necessario raccontare, qui e ora?

Insomma, quelle cornee mai donate hanno cambiato per sempre il mio sguardo. Tutto questo, mi rendo conto, non consolerà mai nessuno. Ma è così che è andata.

Cosa resta di un anno in giro per l’Italia

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Alla prima telefonata ti parlano con deferenza – non si può mai sapere questi scrittori che bestie sono.

Alla seconda telefonata è come se avessero fatto con te tutte le scuole dell’obbligo. In effetti loro ti conoscono bene. Hanno letto un tuo romanzo, magari anche due. Se sono acuti, e in genere lo sono, sanno di te molto più di tanti tuoi parenti.

Ti vengono a prendere alla stazione con delle auto sempre incasinate di giornali, dépliant, scatole di libri, il triciclo, il seggiolino, il tappetino dello yoga, i rollerblade, le sei bottiglie d’acqua comprate al volo per la presentazione. Si scusano perché dentro non la puliscono da mesi. Sai, i figli, il cane, il trekking, sto traslocando.

Al primo sguardo confrontano la tua immagine con quella che si sono fatti di te leggendo il tuo libro. E in quel momento per non deluderli vorresti essere qualcosa che neanche sai. Più vecchio, più alto, più grasso, più bello, più scorbutico, più spettinato, più toscano.

Ti garantiscono che l’albergo è carino, comodo e in centro. Oppure che l’agriturismo è appena fuori, ma in una zona tranquilla e ha i formaggi biologici.

Ti mostrano con orgoglio i trafiletti sulle pagine dei quotidiani locali.

Ti assicurano che verrà anche l’assessore.

Si preoccupano del tempo e del fatto che in concomitanza ci siano il vernissage di una mostra, il concerto della corale, l’inaugurazione del centro commerciale, i play-off della serie A femminile di pallavolo.

Hanno farcito il tuo libro di tanti segnalini colorati. Oppure l’hanno sottolineato come un testo di scuola. O magari si sono scritti le domande a lapis sul frontespizio. Hanno scaricato da internet vecchie interviste di cui non serbi alcun ricordo – e di cui ormai è troppo tardi per pentirti.

Guardano le sedie ancora vuote tentando di dissimulare il nervosismo. Pensando che tu non li veda, inviano a tutti i loro amici sms che configurerebbero senza forzature il reato di stalking.

Loro pensano: ha fatto quattrocento chilometri e magari vengono sei persone.

Tu pensi: guarda quanto si sono sbattuti e magari vengono sei persone.

Alla fine vengono trenta persone. Delle volte cinquanta. Delle volte cento.

E alla fine le persone fanno le domande, comprano il libro, se lo fanno firmare.

E loro pensano: abbiamo fatto un figurone.

E tu pensi: non li ho fatti sfigurare e i loro amici non li denunceranno per stalking.

Al ristorante ti chiedono se sei vegetariano, intollerante, astemio, crudista, celiaco, musulmano – non si può mai sapere questi scrittori che bestie sono.

La mattina dopo ti vengono a prendere per portarti alla stazione. Ti dicono: alla prossima. Tu gli dici: alla prossima, poi li vedi affrettarsi verso l’auto per accompagnare i figli a scuola prima di andare al lavoro.

Perché non è che campano organizzando presentazioni. Anzi. Considerando quanto si sono sbattuti, ci avranno pure rimesso.

Ma niente, è più forte di loro.

Sono librai, lettori forti – ma che dico, d’acciaio –, bibliotecari, insegnanti, agitatori culturali, maniaci dei cineforum, giornalisti, blogger, pazzi scatenati, gentilissimi irriducibili del dibattito, animatori di circoli di lettura, curiosi patologici, bastian contrari con due lauree, metalmeccanici in pensione, ex dirigenti d’azienda, madri di famiglia ad altissima efficienza, compunti extraparlamentari, giovani precari o gente che ha lasciato lavori sicuri perché si sentiva morire.

Sono quelli che tirano avanti la baracca culturale di questo Paese. Fuori dai grandi festival e dagli incarichi ben remunerati. Impilando sedie, infornando torte per il rinfresco fai-da-te, scassando la minchia agli assessori per un patrocinio e litigando in famiglia. Nell’Italia più bella e sperduta, dove trovi sempre qualcosa che ti fa sentire al centro del mondo: una pieve romanica, un villaggio manifatturiero frutto di qualche utopia padronale, la villa di un oscuro alchimista, una piazza dalla prospettiva metafisica, un asilo dagli standard nordeuropei, un bosco con i daini.

Sono loro che, in questi dodici mesi, hanno fatto di un romanzo come “Cosa resta di noi” non tanto e non solo un successo, ma una delle cose più belle che mi sia capitata nella vita.

Sono i sanculotti del self-publishing i veri punk di oggi?

Quando assisto al dibattito sul self publishing, penso alla musica. Come mai? Ve lo racconto prendendola alla larga – ma non troppo, promesso.

Non di rado, durante le presentazioni di Cosa resta di noi, qualcuno tira in ballo la musica. La musica nel tuo romanzo è importante, mi dicono molti lettori. A ben vedere, interviene solo in due o tre punti però sì, sono punti davvero fondamentali. La reunion dei Blur a Glastonbury, l’incontro di San Valentino fra Edo e Anna giocato sulle gesta delle band anni ‘80. L’educazione sentimentale di Edo sembra poi riassumersi nel brano che ha chiuso la breve storia dei Joy Division e ha cambiato per sempre quella del rock: Love will tear us apart. Traduzione letterale: l’amore ci farà a pezzi.

Joy-Division-Love-Will-Tear-Us-Apart-600x576La statistica mi ha insegnato che fra il pubblico almeno uno che conosce i Joy Division c’è sempre. E spesso quell’uno conosce a memoria i loro dischi – due, ma assolutamente fondamentali. Molti di quelli che stanno sotto i quaranta o sopra i sessanta li ignorano. A loro racconto sempre un paio di cose.

Una è che a un certo punto, nella storia del rock, il messaggio fu forte e chiaro: “Non importa se hai messo le dita su una chitarra da tre mesi. Metti su un gruppo e sali su un palco.” Era un gesto extra-musicale, ovviamente, era il segnale dell’attacco alla Bastiglia di un rock ormai fossilizzato su una dimensione pseudo-sinfonica, tardo-lisergica, pretenziosa e astratta. I sanculotti del 1977 non si fecero pregare. Le chitarre erano scordate, la tecnica approssimativa, la linea melodica inesistente, le canzoni erano tre-minuti-tre di pura energia, distruttiva e liberatoria.

Io ho iniziato a suonare la chitarra sulla base di quel messaggio, anche se non sono mai andato su un palco con la cresta da mohicano. Perché quel segnale riguardava anche me, che ascoltavo Simon & Garfunkel e i Beatles. Il segnale diceva: “devi avere coraggio, ora”. Liberava le energie di una generazione orfana dei famosi “grandi ideali”. Diceva che il rock era di tutti quelli che avevano il coraggio di metterci il cuore, e la faccia. Che il momento storico non poteva aspettare i tempi di un diploma di armonia superiore.

Oggi lo capisco bene: per un musicista vero e propriamente detto, questo messaggio equivale alla barbarie del Terrore. Ma da quelle macerie nacque il futuro, così come dalle ghigliottine delle Rivoluzione Francese nacque un nuovo modo di concepire l’individuo e la collettività. Il paragone è estremo, ma rende l’idea.

Il futuro permesso dall’assalto punk iniziò con i Joy Division. E solo grazie al loro gelido nichilismo, fu possibile poi a un gruppo come gli U2 presentarsi con la candida bandiera di una nuova e sperduta innocenza (non a caso il primo singolo di Bono e compagni fu prodotto proprio da Martin Hannett, storico artefice del suono dei Joy Division). E anche se non avete mai conosciuto (o sopportato) il punk, sappiate però che senza il punk un disco come London Calling dei Clash non avrebbe mai visto la luce.  Un capolavoro in cui ascoltammo la mappa futura di quasi tutta la musica ibrida e meticcia dei trent’anni seguenti.

Fine della digressione musicale. Non cambiate pagina adesso.

 

Oggi, l’editoria tradizionale, l’establishment, i salotti della “buona società letteraria” (qualsiasi cosa si intenda per questa fumosa locuzione) vengono presi d’assalto dai sanculotti del self publishing. Così come per fare il punk non era rilevante conoscere l’esistenza, faccio un esempio, di un accordo chiamato Fa# 7/5+, gli autori auto-pubblicati (su carta o in Rete) rivendicano oggi il loro diritto a vedere il loro nome su una copertina senza apprendistati, accademie, cenacoli. Non intendono quindi passare al vaglio di comitati di lettura che giudichino le loro opere alla luce di alcuni criteri come la coerenza drammaturgica o la consapevolezza delle scelte stilistiche. Ammetto che al momento non capisco se sul patibolo debbano salirci determinati criteri di “pubblicabilità” di un testo, l’idea stessa che esista un criterio, oppure coloro che di quei criteri sono visti come arcigni custodi (quindi direttori editoriali, editor, agenti, scout).

Anche il punk fu una rivolta contro le major discografiche e contro la musica “mainstream”, ma non distrusse la figura del manager o del discografico. Anzi, i maligni hanno buon gioco a far notare che il successo dei Sex Pistols fu opera innanzitutto di uno scaltro e geniale produttore chiamato Malcolm McLaren.

Oggi, il self publishing mette in discussione la necessità stessa di una figura come l’editore. La Rete sarebbe il mezzo per eliminare l’opaco diaframma fra autore ingiustamente inedito e lettore avido di nuove voci narrative. Ma mettere le proprie opere on line (anche gratuitamente) di per sé non serve praticamente a nulla. Aprire un sito o una pagina Facebook per promuovere i propri romanzi è okay, ma… prego, la fila finisce  dietro l’angolo. Per avere visibilità bisogna conoscere un mestiere che non ha a che fare con lo scrivere, bisogna accedere a una piattaforma importante. Ecco che i sanculotti, nemici di un establishment editoriale sempre meno influente, finiscono dritti dritti nelle braccia (o nelle fauci) del Signor Amazon o di Big G.

Ecco, io non sono sicuro che il nuovo establishment digitale darà a questi sanculotti la libertà promessa e i diritti negati, il successo a cui ambiscono e i soldi che ne deriverebbero. Il rischio è che trasformi il 99% di loro in carne da cannone, secondo la logica prevalente della Rete: internet è quel posto dove tutti possiamo essere autori di contenuti, ma dove i soldi li fa il padrone del contenitore.

Se poi il limite all’energia punk fu dato dal nichilismo che ne costituiva la cifra essenziale, la cifra della rivolta odierna sembra invece l’affermazione individuale, il desiderio di essere quell’uno su mille (uno su mille milioni, in realtà). A me ricorda molto lo spirito con cui, in tempi di crisi, si tenta la fortuna con l’Enalotto. È perfettamente logico e lecito: se una roba come Cinquanta sfumature di grigio ha sbancato partendo dalla Rete, significa che un colpo di culo è alla portata di chiunque sia ancora in grado di articolare un periodo di un paio di righe senza fare scempio della sintassi.

Ma forse, mi dico, queste cose le scrivo perché il punk è successo quasi quarant’anni fa e io ne ho appena compiuti cinquanta. In due parole, per sopportare il peso del passato non ho che una scelta: affermare strenuamente che quel passato sia stato (ahimè) di gran lunga più eroico e vibrante del presente. Ricordare come quella rivolta sia stata spontanea, necessaria e salvifica, e vedere gli odierni sanculotti del self publishing come agenti inconsapevoli della Restaurazione.

Il dubbio che le mie idee derivino semplicemente dal fatto di non avere trent’anni oggi ce l’ho, lo confesso. E me lo tengo stretto, perché in questo dubbio alberga anche una bellissima speranza. La speranza che, nonostante tutto, questo calderone dove abbondano storie autoreferenziali, copertine dozzinali, titoli improbabili e narrazioni velleitarie sia un caos, per quando doloroso e distruttivo, necessario a far rinascere qualcosa di nuovo.

Il posto dei “cattivi”

062013-celebs-james-gandolfini-tony-soprano-hip-hop.jpg Sappiamo bene che uno dei problemi della fiction italiana sta nei “cattivi”. Se il “villain” è una sagoma di cartone bidimensionale, qualsiasi storia risulterà moscia, e  sarà il nostro “buono” in primis a essere molto meno figo. Lo dimostra la statura di attori come Adolfo Celi o Remo Girone,  due memorabili “cattivi” della tv del passato.

Ma i “cattivi” sono poi assai interessanti da raccontare anche come protagonisti. Senza ripartire da Caino, per carità, proviamo solo a eliminare i delinquenti, gli amorali, gli assassini e i borderline dalle fiction straniere degli ultimi vent’anni. Se ne vanno in un colpo solo The Sopranos, Dexter, House of Cards, Breaking Bad, Boardwalk Empire, Pablo Escobar. E lo so, mi sono sicuramente scordato parecchia roba.

Non per niente quando in Italia si fanno Romanzo Criminale e Gomorra, è il successo – anche all’estero. Al di là del loro livello qualitativo, quelle fiction funzionano non solo perché adottano il punto di vista dei “cattivi”, ma perché ci portano nel bosco di notte. Ci fanno cioè fare esperienza di un universo in cui l’etica non esiste. Non c’è una vera contrapposizione manichea fra il Bene e il Male, perché il Bene, semplicemente, non c’è. Anche chi rappresenta la legge non è quasi mai in partita, oppure non porta valori poi così estranei alla logica criminale. La partita vera è fra la totale mancanza di pietas, il delirio di onnipotenza individuale, l’ambizione sfrenata o la sete di vendetta e quella piccola, residua ma insopprimibile dimensione di essere umano (quindi di padre, di figlio, di marito, di fratello) che prima o poi tornerà a esigere il conto. Per essere davvero invincibile, il mostro dovrebbe infatti essere monolitico, cioè mostro ventiquattro ore su ventiquattro, ma questo per gli esseri umani non è possibile. Ed è lì che noi spettatori, puntata dopo puntata, lo attendiamo al varco. La vera partita è nel corto circuito in cui ogni personalità criminale finirà per rimanere ustionata – che venga punito o meno, che si redima o meno.

buscemiMafiosi e camorristi sono quindi personaggi interessanti da raccontare in maniera tridimensionale e spietata, senza cioè la scure del giudizio morale o la cornice floreale dell’apologo educativo. La finzione narrativa a questo serve, eppure per la fiction italiana tutto ciò rimane troppo spesso un tabù. Si teme infatti che un cattivo non banale risulti attraente e sia quindi diseducativo per il pubblico. In questo quadro risulta quindi ancora più bizzarro che il figlio del più potente capomafia degli ultimi trent’anni venga addirittura invitato a sedersi in un salotto della tv di Stato. Perché è il salotto in cui si sono avvicendati non solo presidenti del consiglio e ministri, ma anche luminari della chirurgia plastica, chef stellati, alti prelati, comici natalizi e missitalie. È come se David Letterman avesse invitato la signora Bin Laden a tessere le virtù familiari del marito (nel qual caso siamo comunque sicuri che un intrattenitore come Letterman sarebbe stato  capace di farle almeno qualche domanda scomoda).

È da sciocchi fare raffronti con il passato. La RAI di trent’anni fa inviava i suoi migliori giornalisti, come Biagi o Zavoli, a intervistare terroristi e capi della camorra. Non invitava certo Cutolo nello stesso salotto buono in cui il Mago Silvan sventolava le sue carte e Raffaella Carrà la sua indimenticabile zazzera, né tantomeno lo sovrapponeva alla stessa scenografia da cui parlavano Enrico Berlinguer o Aldo Moro. È banale ma è meglio ricordarlo: il tv il contesto definisce il messaggio.

Oggi a questa sbobba tossica chiamata “infotainment” è consentito tutto, persino di equiparare di fatto il punto di vista di chi ha dato la vita per un’Italia libera e quello di chi ha dilaniato esseri umani con il tritolo, da Palermo a Milano.

Ma perché allora al racconto di fiction (che, come detto, certe perverse equiparazioni alla fine nemmeno le adombra) viene invece ostinatamente limitata la possibilità di raccontare i “cattivi” in modo adulto, nella loro contraddittoria tridimensionalità umana? In questo modo, lo vediamo ogni giorno, si condanna la fiction a una morte lenta e ingloriosa. Trattare invece i “villains” come ospiti qualunque di un talk show, con il loro patetico libriccino in mano da promuovere, dà la spaventosa misura del caos in cui siamo piombati. Perché, senza sostituirsi a nessun giudice, un narratore almeno una cosa di sicuro la sa: personaggi come Brusca, Riina e Provenzano hanno sconvolto la storia del nostro Paese e la vita di noi tutti versando fiumi di sangue. In un Paese sano, il loro posto può essere solo in quella terra incognita fra umano e disumano, fra destino e volontà racchiusa dai confini, sacri e terribili, della tragedia.