Il tour/2 – Festival Liberatutti

Ieri mi sono detto: perché imbottigliarmi nella odiosa Fipilì? Molto meglio scendere lungo il mare, fino a Cecina, e poi inoltrarmi nell’entroterra percorrendo la Volterrana. Penso che in una giornata di prima estate persino Furio Guerri, il rappresentante protagonista de “La notte alle mie spalle”, avrebbe scelto così. E si sarebbe riempito gli occhi di quelle grandi onde d’argilla punteggiate di verde, si sarebbe fermato a guardare il sole dentro un gigantesco, perfetto anello di alabastro, sullo sfondo di un casolare sbriciolato dal tempo.

Il parco del Vallone di Poggibonsi è un posto fantastico. La ribollita era buona e presentare il libro nello scenario della Fonte delle Fate è stato suggestivo. E poi c’era Massimo Carlotto, con “Respiro Corto” e il reading di “I Cristiani di Allah”. Ad ascoltarlo, si impara sempre qualcosa.

Purtroppo c’è chi non ascolta e di conseguenza non impara, come dimostra il volantino che mi sono ritrovato sul parabrezza dell’auto.

Il severo j’accuse dei leghisti. Dall’alto delle loro lauree comprate all’estero con i soldi dei contribuenti italiani.

Annunci

La playlist/2

Verso la fine del libro, incontrate anche questa. L’ennesima dimostrazione che nessun capolavoro rock ha mai avuto bisogno di più di quattro o cinque accordi (lo so, a qualcuno là fuori piacciono i Genesis e me la giurerà a morte, ma io sono figlio del punk e non mi è mai riuscito di cambiare idea).

Canzoni come Litihium contengono un mistero frustrante, perché quei quattro accordi lì li sappiamo fare quasi tutti, ma solo pochissimi ne cavano qualcosa di così semplice e potente. Così potente da stordire e travolgere in primo luogo chi l’ha scritto.

Ye-e-e-e-e.

Ye-e-e-e-e-ah!

 

La notte alle mie spalle, il tour estivo davanti

Da domani si inizia. Dalla Gaia Scienza, a Livorno.  Ci saranno con me Lucilla Serchi, Roberto Bernabò, Emanuele Barresi e Fabrizio Brandi.

E poi per tutto giugno sarò in giro, partendo dalla Toscana per arrivare in Sardegna. Novità in vista a Roma, per luglio.

In questa nuova pagina trovate il calendario in continuo aggiornamento di tutte le presentazioni.

Stay tuned.

La playlist/1

All’inizio de “La notte alle mie spalle” fu Kate Bush. E questo l’abbiamo chiarito subito.

Ma dentro il romanzo ci sono anche altre canzoni. Non tutte memorabili. Anzi. E via con la prima.

 

Qualche volta tutti noi, e gli scrittori in particolare, pensiamo che basti citare Bob Dylan per evocare l’America degli anni ’60 o i Sex Pistols per l’Inghilterra della fine dei ’70. È naturale, ma in realtà è come conservare negli anni solo le foto migliori, quelle in cui, trent’anni dopo, il nostro taglio di capelli non sembra essere uscito dalle mani di Freddy Krueger.

E invece tutti abbiamo portato pantaloni ascellari con orli davvero deprecabili o pensato che la carta da parati, anche quella a fantasia cachemire, ci avrebbe liberato per sempre dalle angherie degli imbianchini. Solo che adesso quelle robe lì preferiamo non ricordarle. L’auto-racconto del nostro passato tenta sempre di trovare una qualche, anche elastica e tortuosa, armonia.

Ma certe giacche blu elettrico, certe spalline di ovatta che conferivano a tutti una inconfondibile silhouette alla Goldrake, sono irriducibili a qualsiasi idea di armonia.

Sono giacche come quelle che indossano Fab e Rob. Per tacer dei pantacollant e dei simil-DM’s scintillanti, dell’acconciatura degna della miglior Eleonora Brigliadori e del labiale clamorosamente fuori sincrono (no, non è un effetto del buffering di youtube): tutto in loro recava, e a caratteri cubitali, la dicitura farlocco.

Eppure questa roba ha vinto un Grammy nel 1990. Una fricassea di breakdance e cascami elettronici che stava comunque nello spirito di quel momento, ci stava così dentro da non sopravvivere molto più di qualche mese. Ma questo è il vero passato, ciò che non è sopravvissuto e che abbiamo (in questo caso per fortuna) perduto.

Milli Vanilli, si chiamavano. Pochi mesi dopo aver vinto il Grammy, vennero scoperti: non erano loro a cantare i pezzi, ma un gruppo vocale la cui immagine, secondo il discografico, non aveva appeal a livello commerciale. Anche riascoltati oggi, il grande mistero rimane: non potevano scegliere dei coristi anche bruttissimi ma almeno bravi, sul serio?

Il mio grazie

I ringraziamenti si mettono di solito nelle pagine del libro, in genere le ultime. In questo modo finisce per leggerli solo chi ha comprato e, ci si augura, terminato il libro. Stavolta ho pensato di postare la mia sincera riconoscenza su questo blog. In maniera più pubblica, forse. Ma credo che sia giusto. Ci sono delle persone, non poche, che hanno reso possibile questo libro e che l’hanno reso migliore di quello che poteva essere.

E dunque, voglio dire qui grazie:

a mia moglie Anna Maria che mi aspetta lì fuori dal romanzo per mesi

a mia sorella Giorgia che, senza saperlo, mi ha dato l’idea iniziale. Ecco, ora lo sa

a Violetta Bellocchio e a tutti i nostri fondamentali bla bla

a Luigi Bernardi per aver colto il punto, come sempre

a Wilma Labate e a Rosella Postorino per le loro preziose letture

a tutti quelli di E/O per avermi ricordato che pubblicare un libro è (anche) una gioia

agli amici di Libera di Livorno, alla direzione della Casa di Reclusione di Gorgona, all’agente che ci ha scorrazzato per l’impervia isoletta e anche alle sospensioni della Land Rover, senza le quali questo libro sarebbe potuto rimanere incompiuto.

9. Dove conviene munirsi di un buon ombrello

A differenza di affreschi come quelli di Ellroy o del respiro epico di Romanzo Criminale, David Peace non costruisce mai romanzi veramente collettivi. Non dà mai l’idea di voler lavorare sul grande, di azzardare la panoramica, di dare un senso globale alla vicenda.

La scrittura di Peace è conficcata nel particolare, nei significati personali. La sua polifonia di voci è sempre dissonante, i bordi acuminati dei mille frammenti che assembla non combaciano mai. Racconta di come un delitto si rifrange in maniera prismatica e distorta nell’intimo dei suoi personaggi. E così finisce per portare a galla, dal profondo, cose che in Larsson e Camilleri io non trovo più in maniera tridimensionale, convincente. Cose come il dolore e la rabbia, per esempio. Il dolore delle vittime, il dolore dei parenti, la rabbia dell’investigatore umiliato, la rabbia del giornalista costretto a tacere.

Con la rabbia e il dolore Peace riporta al centro del racconto il conflitto, l’inconciliabilità fra i fuochi interiori e la piovosa realtà, fra le ambizioni e le necessità. Fra l’uomo nudo e l’uomo in divisa, come diceva Georges Simenon. Fra la vita e la morte, in definitiva. I cataferi non descritti, o definiti come “una via di mezzo tra una mummia e un insaccato” non mi consegnano invece mai il tentativo di un’ultima ribellione alla morte. E il pacato, razionale Kalle Blomqvist rischia, con i suoi tre mesi di galera, molto meno di quanto il suo autore Stieg Larsson abbia rischiato di persona per le minacce dei neonazisti. Quasi che quella letteraria, per essere assimilabile e tollerabile, debba essere una “realtà diminuita” o un latte ad alta digeribilità.

E sempre il sogghigno con cui Camilleri definisce un omicidio un’ammazzatina, mi lascia solo un paio di alternative: o la Sicilia di cui scrive è così ironicamente disumana da negare al dolore persino un misero permesso di soggiorno, o quelli non sono morti veri, ma sagome di carta sul pavimento, esche tutte letterarie. Un’idea chiara, lo confesso, non ce l’ho.

David Peace non smette di raccontare invece come un crimine scuota dalle fondamenta come un sisma tutti coloro che anche soltanto sfiora, come le centinaia di persone perquisite e sospettate di essere lo squartatore dello Yorkshire. Peace non teme di affermare che “la narrativa criminale onesta non dovrebbe essere meno brutale della realtà che intende descrivere”.

Brutale, dice. Qualcuno sobbalzerà sulla sedia. C’è il rischio concreto di imboccare il vicolo cieco dell’estremo o di sguazzare nel putrido del sensazionalismo. Anche perché la figura del serial killer è già predisposta all’accumulo tipico della logica pornografica (quanti sarà capace di ucciderne? Quanti sarà capace di farsene?). E alla stregua di un amministratore delegato, un serial killer viene valutato in base alla performance, ai numeri che riesce a fare.

La risposta di Peace è rovesciare la prospettiva dall’oggettività della prova scientifica e dei numeri alla soggettività del riverbero emotivo di un delitto. E dalla quantità alla qualità. Dall’accumulo alla scelta.

Un esempio: in 1974 gran parte di questo peso emotivo viene caricato su un gesto strano e crudele, ma in qualche modo laterale rispetto all’omicidio. Vengono ritrovati alcuni volatili mutilati delle ali. Un paio di quelle ali saranno poi messe dall’assassino sulle spalle della piccola vittima. È un’immagine perturbante che riverbera a lungo dentro di noi perché è entrata in maniera strisciante, saltando i meccanismi di difesa dell’adrenalina o del ribrezzo. Proprio pensando a quei cigni mutilati (di cui noi possiamo comunque sopportare la vista) noi percepiamo veramente la mostruosità del delitto.

Scegliere, dunque.

Scegliere parrebbe l’attività naturale di un narratore. O più precisamente di un romanziere. Scegliere una storia, scegliere un segmento del flusso ininterrotto e caotico della realtà, scegliere i fatti in base a una gerarchia, scegliere i punti di vista e quindi scegliere il linguaggio, parola per parola.

Ho appena descritto un lavoro di andamento verticale: delimitare, scavare, costruire mettendo qualcosa più in alto, qualcosa più in basso, assegnando proporzioni e relazioni precise. Ma siamo nell’era della rete orizzontale, omogenea, senza frontiere, senza distinzioni. Forse per quello il romanzo non è mai stato così in affanno?

Figuriamoci se ho una risposta qui, su due piedi.

Tutto quello che ho saputo fare è scrivere una storia. Questo mio viaggio da lettore finisce proprio poche ore prima che “La notte alle mie spalle” arrivi nelle librerie.