Il mio grazie

I ringraziamenti si mettono di solito nelle pagine del libro, in genere le ultime. In questo modo finisce per leggerli solo chi ha comprato e, ci si augura, terminato il libro. Stavolta ho pensato di postare la mia sincera riconoscenza su questo blog. In maniera più pubblica, forse. Ma credo che sia giusto. Ci sono delle persone, non poche, che hanno reso possibile questo libro e che l’hanno reso migliore di quello che poteva essere.

E dunque, voglio dire qui grazie:

a mia moglie Anna Maria che mi aspetta lì fuori dal romanzo per mesi

a mia sorella Giorgia che, senza saperlo, mi ha dato l’idea iniziale. Ecco, ora lo sa

a Violetta Bellocchio e a tutti i nostri fondamentali bla bla

a Luigi Bernardi per aver colto il punto, come sempre

a Wilma Labate e a Rosella Postorino per le loro preziose letture

a tutti quelli di E/O per avermi ricordato che pubblicare un libro è (anche) una gioia

agli amici di Libera di Livorno, alla direzione della Casa di Reclusione di Gorgona, all’agente che ci ha scorrazzato per l’impervia isoletta e anche alle sospensioni della Land Rover, senza le quali questo libro sarebbe potuto rimanere incompiuto.

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9. Dove conviene munirsi di un buon ombrello

A differenza di affreschi come quelli di Ellroy o del respiro epico di Romanzo Criminale, David Peace non costruisce mai romanzi veramente collettivi. Non dà mai l’idea di voler lavorare sul grande, di azzardare la panoramica, di dare un senso globale alla vicenda.

La scrittura di Peace è conficcata nel particolare, nei significati personali. La sua polifonia di voci è sempre dissonante, i bordi acuminati dei mille frammenti che assembla non combaciano mai. Racconta di come un delitto si rifrange in maniera prismatica e distorta nell’intimo dei suoi personaggi. E così finisce per portare a galla, dal profondo, cose che in Larsson e Camilleri io non trovo più in maniera tridimensionale, convincente. Cose come il dolore e la rabbia, per esempio. Il dolore delle vittime, il dolore dei parenti, la rabbia dell’investigatore umiliato, la rabbia del giornalista costretto a tacere.

Con la rabbia e il dolore Peace riporta al centro del racconto il conflitto, l’inconciliabilità fra i fuochi interiori e la piovosa realtà, fra le ambizioni e le necessità. Fra l’uomo nudo e l’uomo in divisa, come diceva Georges Simenon. Fra la vita e la morte, in definitiva. I cataferi non descritti, o definiti come “una via di mezzo tra una mummia e un insaccato” non mi consegnano invece mai il tentativo di un’ultima ribellione alla morte. E il pacato, razionale Kalle Blomqvist rischia, con i suoi tre mesi di galera, molto meno di quanto il suo autore Stieg Larsson abbia rischiato di persona per le minacce dei neonazisti. Quasi che quella letteraria, per essere assimilabile e tollerabile, debba essere una “realtà diminuita” o un latte ad alta digeribilità.

E sempre il sogghigno con cui Camilleri definisce un omicidio un’ammazzatina, mi lascia solo un paio di alternative: o la Sicilia di cui scrive è così ironicamente disumana da negare al dolore persino un misero permesso di soggiorno, o quelli non sono morti veri, ma sagome di carta sul pavimento, esche tutte letterarie. Un’idea chiara, lo confesso, non ce l’ho.

David Peace non smette di raccontare invece come un crimine scuota dalle fondamenta come un sisma tutti coloro che anche soltanto sfiora, come le centinaia di persone perquisite e sospettate di essere lo squartatore dello Yorkshire. Peace non teme di affermare che “la narrativa criminale onesta non dovrebbe essere meno brutale della realtà che intende descrivere”.

Brutale, dice. Qualcuno sobbalzerà sulla sedia. C’è il rischio concreto di imboccare il vicolo cieco dell’estremo o di sguazzare nel putrido del sensazionalismo. Anche perché la figura del serial killer è già predisposta all’accumulo tipico della logica pornografica (quanti sarà capace di ucciderne? Quanti sarà capace di farsene?). E alla stregua di un amministratore delegato, un serial killer viene valutato in base alla performance, ai numeri che riesce a fare.

La risposta di Peace è rovesciare la prospettiva dall’oggettività della prova scientifica e dei numeri alla soggettività del riverbero emotivo di un delitto. E dalla quantità alla qualità. Dall’accumulo alla scelta.

Un esempio: in 1974 gran parte di questo peso emotivo viene caricato su un gesto strano e crudele, ma in qualche modo laterale rispetto all’omicidio. Vengono ritrovati alcuni volatili mutilati delle ali. Un paio di quelle ali saranno poi messe dall’assassino sulle spalle della piccola vittima. È un’immagine perturbante che riverbera a lungo dentro di noi perché è entrata in maniera strisciante, saltando i meccanismi di difesa dell’adrenalina o del ribrezzo. Proprio pensando a quei cigni mutilati (di cui noi possiamo comunque sopportare la vista) noi percepiamo veramente la mostruosità del delitto.

Scegliere, dunque.

Scegliere parrebbe l’attività naturale di un narratore. O più precisamente di un romanziere. Scegliere una storia, scegliere un segmento del flusso ininterrotto e caotico della realtà, scegliere i fatti in base a una gerarchia, scegliere i punti di vista e quindi scegliere il linguaggio, parola per parola.

Ho appena descritto un lavoro di andamento verticale: delimitare, scavare, costruire mettendo qualcosa più in alto, qualcosa più in basso, assegnando proporzioni e relazioni precise. Ma siamo nell’era della rete orizzontale, omogenea, senza frontiere, senza distinzioni. Forse per quello il romanzo non è mai stato così in affanno?

Figuriamoci se ho una risposta qui, su due piedi.

Tutto quello che ho saputo fare è scrivere una storia. Questo mio viaggio da lettore finisce proprio poche ore prima che “La notte alle mie spalle” arrivi nelle librerie.

8. Dove si guarda la luna in Toscana e poi nello Yorskhire

“I crimini dell’epoca in cui viviamo contribuiscono a definirci e, in fondo, a dannarci”. Mi sarebbe piaciuto sentir pronunciare una frase del genere a proposito dei delitti del Mostro di Firenze. Mi sarebbe piaciuto leggere qualcosa che guardasse così a quella nerissima vicenda. E invece, alla fine, la mostrologia italica si è accanita a sfornare piste e ipotesi (come è anche giusto che sia) fino a incarognirsi in fazioni. Ormai è rimasta la nostra unica eccellenza nazionale. Se l’indagine è il dito, nessuno di noi è riuscito a vedere la luna. E la luna non era il colpevole, perché la luna che illumina le notti del noir splende a prescindere dal fatto che un colpevole acclarato ci sia o meno. La luna è la carne viva di un momento storico, sono i nervi sociali che una parabola criminale scortica, i dèmoni collettivi che mette in libertà.

Secondo me lo ha fatto Giancarlo De Cataldo con Romanzo Criminale. E poi anche James Ellroy con la Los Angeles degli anni Cinquanta. Lo ha fatto Alan Moore con From Hell, la sua maestosa saga a fumetti sull’Inghilterra vittoriana: noi sappiamo fin dall’inizio chi è Jack the Ripper, perché tanto Jack the Ripper è il dito, non la luna.

Ed è quello che ha fatto David Peace con i romanzi del Red Riding Quartet. Quattro storie criminali, a cavallo fra gli anni ’70 e gli anni ’80, nella cui finzione romanzesca si insinua un fantasma, quello di Peter Sutcliffe, il maniaco (vero) che fra il 1975 e il 1981 uccise tredici donne nella regione di Leeds.

Ladies and gentlemen, David Peace.

Ma allora anche Peace scrive del passato, direte. Giusto. Il punto è come lo fa. David Peace ci prende, ci porta via e ci scaraventa sotto la pioggia, con gli stivaletti di pelle a punta, nel fango. Come Umberto Eco ci conduce nel Medioevo o come Suskind de “Il Profumo” ci fa svegliare nella Parigi puzzolente del ‘700. I grandi narratori non ci fanno voltare indietro, per guardare in lontananza. Né ci raccontano che Internet e il flipper convivono in una rassicurante provincia-limbo.

Peace ci porta là. Soprattutto perché i suoi personaggi pensano come si pensava negli anni ’70.

È lui, David Peace, spesso definito come un James Ellroy del Nord Inghilterra, a sostenere che “i crimini dell’epoca in cui viviamo contribuiscono a definirci e, in fondo, a dannarci”.

Il che non significa che siamo tutti lo squartatore dello Yorkshire, Libano o il Mostro di Firenze. Ci mancherebbe. Né che abbiamo qualche responsabilità morale in senso lato per i loro orrori. Noi non avremmo mai fatto quello che questi criminali sono stati capaci di fare. È ovvio, ma alla fine è l’unico tamburo che la tv batte in maniera ipnotizzante: la riprovazione, lo schifo, la distanza. Una distanza che, assolvendoci, ci allontana dalla voglia di capire.

Riguardo ai delitti dello squartatore dello Yorkshire, David Peace ha un ricordo rivelatore: “arrivai a pensare che mio padre fosse lo squartatore. Perché anche lo squartatore era sicuramente padre di qualcuno, marito di qualcuno”.

Ecco, non siamo noi che assomigliamo al mostro. È il mostro che assomiglia a noi, tanto che potremmo non riconoscerlo. È il mostro che racconta qualcosa di noi, ma non quando massacra e uccide. Quando riesce a vivere a proprio agio in mezzo ai nostri ritmi e alle nostre insicurezze.

C’è una cosa importante da dire: tanto nello Yorkshire degli anni ’70 quanto nella Toscana del Mostro, l’analisi della scena del delitto non è ancora il focus delle indagini. Negli anni ’70 della serie tv Life on Mars, i poliziotti toccano potenziali reperti con le dita unte di fish & chips. In qualsiasi foto sui crimini del Mostro, il luogo del delitto è affollato in maniera inconcepibile per gli standard odierni.

L’indagine, fino agli anni ’80, si svolge in gran parte al di fuori della scena del crimine. È un’indagine ancora costretta a privilegiare il chi potrebbe e il perché avrebbe dovuto, al posto del come è stato fatto. Non a caso, in altre serie tv come CSI il movente non è mai vero oggetto di indagine. Spesso viene rivelato dal colpevole stesso, una volta che gli strumenti scientifici l’hanno inchiodato ricostruendo oggettivamente la dinamica del delitto.

Indagare nel passato non è questione solo di giubbini di pelle e capelli lunghi. Il Red Riding Quartet lo dimostra magistralmente.

Quegli investigatori erano invece obbligati a indagare su un ambiente sociale. Lo facevano armati dei più rozzi pregiudizi, devastando reputazioni ed esistenze di semplici sospettati e anche di vittime innocenti. La storia dello Yorkshire Ripper ci racconta di rispettabili madri di famiglia che si prostituivano segretamente in squallide roulotte. Erano il peso morto di cui Margaret Thatcher si stava liberando per non far affondare l’Inghilterra. Le cricche di guardoni che popolavano le colline di Firenze erano una specie di diffusa e organizzatissima consorteria notturna. Ma non erano anche l’avanguardia del tecno-voyeurismo che sarebbe diventato di massa nell’era di Youporn?

Tutto quello che sta prima e dopo alcuni delitti, tutto quello che li ha resi possibili e che ne ha ostacolato la soluzione, tutto quello che ognuno di noi ci ha proiettato (avere vicino il colpevole, ancor prima di essere una vittima) ci racconta e ci riguarda da vicino.

David Peace non ci chiede di parteggiare, meno che mai ci accusa di aver preso parte.

David Peace ci dice che ad alcuni delitti noi apparteniamo, che lo vogliamo o meno.

Come lo fa, ve lo racconto la prossima volta.

7. Dove nella vampa di Vigàta non fa poi tutto ‘sto caldo

Il fenomeno nel fenomeno del giallo italiano è stato senza dubbio Andrea Camilleri. La sua popolarità nel nostro Paese regge il confronto con il successo di Stieg Larsson. I due hanno timbri narrativi lontanissimi, eppure fra la livida Scandinavia di Larsson e i solleoni siciliani qualche analogia la vedo.

Innanzitutto il loro successo è fondato su una precisa distanza dai modelli e dai ritmi del thriller americano. Nonostante Larsson in italiano (non potrò mai giudicare l’originale) abbia qualche assonanza con le traduzioni un po’ standard di molta narrativa anglosassone, nessun Michael Connelly, nessun Dennis Lehane lascerebbe passare le prime cento pagine del proprio libro senza aver avviato qualche timer, senza averci detto chiaramente di che morte rischiamo di morire.

Da parte sua, Camilleri è l’opposto programmatico del thriller cartonato scala-classifiche già pensato per lo schermo. Ne combina certe da mandare Syd Field in ricovero coatto per crisi nervosa. Ne Il cane di terracotta si inizia con dei camion scomparsi e poi ci si interessa di due cadaveri dentro una collina. Ne La vampa d’agosto Montalbano scopre un catafero in un baule, ma per un giorno intero fa finta di niente per non turbare le vacanze di Livia e dei suoi parenti. Non il massimo della tensione narrativa e del coinvolgimento umano, insomma.

Già chiamare un morto catafero lo sposta foneticamente nel regno delle catacombe, dei catafalchi e delle mummie. Qualcosa di così morto che è difficile ricordarsi sia stata una creatura vivente. Come per Harriet della prima parte di Millennium, la morte viene tenuta a distanza sia dagli anni trascorsi, sia dalla mancanza del corpo (e, in realtà, Harriett è scomparsa). In Camilleri tuttavia il corpo c’è. E Montalbano considera che, tanto, l’indomani non sarà più morto di oggi. La motivazione è fragile, e Camilleri lo sa benissimo, tanto è vero che bara con il cadavere (ehi, si è accesa l’insegna rossa: RISATE).

Bara perché quando Montalbano scopre per la prima volta il corpo, lo degna appena di una descrizione. Solo quando, a pagina 70, Montalbano è con decisione sul caso ci viene rivelato che si tratta di un’adolescente di quindici anni. Dunque il nostro poliziotto, dopo aver scoperto il corpo di una ragazzina morta in un baule, ha trovato lo stomaco e la voglia di dedicarsi alle gioie del sesso con Livia. Messa così, però, non ci abbiamo fatto caso. E quando lei glielo rinfaccerà, ci sembrerà solo la solita fimmina rompicoglioni.

Furbizie narrative a parte, l’intento di tenere sotto controllo la terribile potenza della morte è lampante. E non sto parlando di rappresentarla in maniera più o meno diretta e realistica. Il giallo classico non l’ha mai fatto, a ben vedere. E neppure Chandler o Manchette andavano pazzi per le autopsie.

L’operazione è quella di soffocarne i risvolti emotivi e perturbanti, primo fra tutti qualsiasi segno ci ricordi la vita spenta per sempre in quel corpo, qualsiasi traccia dello sgomento impotente che il precipitare nelle tenebre senza ritorno ha provocato in una creatura vivente.

Il cupo malessere di Larsson nella Svezia perfetta e la cinica leggerezza di Camilleri nella Sicilia sorniona sembrano avere anche diversi nemici comuni. Rifiutano la semplicistica lotta fra il Bene e il Male, l’idea di una giustizia riparatrice e vendicativa. Giudicano inservibili a qualsiasi catarsi le emozioni, se ridotte dalla cronaca nera in tv a reazioni pavloviane o a pratica pseudo-masturbatoria. Platone si è preso una bella rivincita su Aristotele, pare.

Ma c’è un narratore che, pur partendo da punti di vista non dissimili, non getta il bambino con l’acqua sporca. Uno scrittore che si danna a recuperare la potenza del conflitto e il calore del ritmo emotivo. E dire che il suo cognome significherebbe proprio il contrario.

Curiosi? Vi dico solo che è uno scrittore di lingua inglese. Provate a indovinare. Alla prossima.

6. Dove si impugna un telecomando insanguinato

Davanti al televisore, mi accorgo che il flusso ossessivo di tele-dibattimenti sull’omicidio di Melania o sulla scomparsa di Yara viene di norma interrotto dai consigli su come combattere la cellulite o da altre questioni di evidente rilevanza nazionale (perché Elisabetta non ha ancora presentato George in famiglia?).

Do you remember “Videodrome”?

Non vogliono che mi incupisca troppo, ho capito. Ma questo tentativo di alleggerimento non mi tranquillizza. Dopo mesi e mesi io vorrei qualche verità, su alcuni casi. E invece in tv né i vivi né i morti trovano pace. Tutt’al più un improvviso oblio.

Il palinsesto tv insegue un reality feuilleton di massa, ma senza alcuna possibilità e alcuna esigenza di dotarsi di una struttura, di una compiutezza, di un disegno

complessivo. In nome del “nuovo sviluppo”, senza molto riguardo per la solidità dei motivi, la diretta di oggi contraddice la tesi che dava per buona ieri (è storia anche di queste ore). Tanto, sarà dimenticata domani. Il palinsesto tv mi impone disgusto, sdegno, disperazione, rabbia, commozione in maniera disordinata e ripetitiva. Quello che vorrebbe essere uno spettacolo pirotecnico capace di generare continua meraviglia diventa un bombardamento che mi lascia stordito.

E poi, la consolazione di ripagare tutte le emozioni negative provate con il traguardo di un senso (ragione fondante dell’atto stesso di narrare) è costantemente rimandata alla puntata di domani. La grande promessa di una verità ultima, stabile, si rivela un continuo inganno.

Questo tipo di racconto non mi fa capire più nulla, e infatti non mi chiede di capire proprio nulla. Mi chiede di prendere parte alla vicenda nel senso più letterale e cioè di parteggiare per qualcuno. Mi incita a scegliere una delle precarie verità contrapposte, a candidare qualcuno alla nomination di colpevole sulla base di impressioni e frammenti. Ma alla lunga è una fatica senza scopo, quindi frustrante.E se mi sposto su un talk-show di informazione, la scena non cambia. Trent’anni fa, quando c’era Tribuna Politica, quasi tutti cambiavamo canale, poi però a votare ci andavamo. Oggi l’astensionismo stabilisce nuovi record, mentre nelle arene televisive il politico chiamato a rispondere di fronte alla magistratura si installa in pianta stabile non tanto a difendersi (cosa che dovrebbe fare in tribunale) ma a dichiararsi subito vittima di un complotto. E i giornalisti? Relegati al ruolo che fu di Gennaro Olivieri e Guido Pancaldi (vedi foto) a Giochi Senza Frontiere: simpatici intrattenitori con il cronometro in mano. Si avvicina il giorno in cui il boss invocherà lo stesso spazio televisivo che viene dato al procuratore antimafia?

Grandi precursori.

Persino riverso sul divano e ormai stordito, io continuo ad avvertire una indecifrabile ansia, una sorda insoddisfazione. Come l’elettore che diserta le urne, non ho più voglia di farmi un’idea su una vicenda che non mi si dà modo di capire nel merito. Non riesco più a fidarmi di nessuno.

Ho voglia di fuggire in scenari liberi dall’ansia del dubbio infinito, dove la vera giustizia sarà magari una chimera, ma dove almeno otterrò verità finali stabili. Meglio aprire un libro, certo. Meglio rivolgersi a Stieg Larsson e al suo debole, disilluso ordine che mai viene ricostituito, perché quel delitto non l’ha mai veramente lacerato. In un mondo letterario esiste sempre la promessa di trovare il posto giusto alle piccole manie come alle grandi ossessioni.

Se il flusso ininterrotto della tv genera incertezze e sfiducia nel presente, il passato, con i suoi delitti comunque già avvenuti, diventa la terra promessa per esercitare il nostro bisogno di certezze. Il Rinascimento o i secoli bui, le grandi guerre del Novecento o la provincia italiana.

La provincia italiana. Da sempre una risorsa inestinguibile per la nostra narrativa. Il giallo non si è tirato indietro, anzi. Ha fatto della provincia italiana un universo resistente a qualsiasi cambiamento, un altrove spazio-temporale dotato di una dimensione autonoma, indefinita e sospesa, ma riconoscibile.

È lì che andremo, la prossima volta.