3. Dove si ritorna a nord, ancora più a nord

Lisbeth, dal passato della fantascienza cyberpunk con (moderato) furore.

Millennium di Stieg Larsson è stato un successo editoriale capace di scalfire la dominazione dei thriller americani. Gli avvenimenti di partenza di Uomini che odiano le donne più o meno ve li ricorderete. Dopo un prologo assai misterioso c’è la condanna del giornalista Blomkvist per diffamazione. A essere precisi, la scena inizia che la sentenza è appena stata pronunciata. Dopodiché ci viene raccontato di come, vent’anni prima, Blomqvist abbia contribuito all’arresto di una banda di rapinatori. Poi Blomkvist rimugina sulla sentenza e parte un nuovo, lungo, importante flashback. Durante una vacanza in barca a vela, un compagno di scuola incontrato per caso racconta dettagliatamente a Blomkvist le malefatte di Wennerström, un traffichino d’alto bordo che s’è intascato fondi statali. È l’inizio dell’inchiesta che metterà nei guai Blomqvist e il suo giornale.

Subito dopo, facciamo la conoscenza di Lisbeth Salander. Che Lisbeth sia una personalità problematica e una hacker molto abile ci viene raccontato da Dragan Armanskij, il suo datore di lavoro, attraverso episodi del recente passato. Poi è Lisbeth a fare al suo datore di lavoro un lungo rapporto su Blomkvist (qui capiamo che presto i due si incroceranno). Dopodiché torniamo su Blomqvist e conosciamo Erika, la sua amante e socia nella rivista Millennium: è l’occasione per Larsson di riassumerci i punti salienti della loro relazione professionale e affettiva. Di lì a poco, Blomqvist viene convocato da Vanger, un noto e anziano capitano d’industria, per un incarico ancora misterioso. Blomqvist va e, nel corso di un lungo monologo, Vanger racconta a Blomkvist una lunga storia familiare che culmina con un assassinio irrisolto avvenuto negli anni ’60.

Ormai siamo nel pieno del libro. Scorrete velocemente le righe sopra e notate i corsivi. La gran parte degli avvenimenti di cui siamo informati ci vengono raccontati da qualcuno perché sono già accaduti. Quando non è uno dei personaggi, ci pensa il narratore. Il drama, nel senso di dran, azione, è quasi assente. Mi direte che anche raccontare è comunque un’azione. Ma qui le parole dei personaggi non bruciano, non feriscono, non uccidono. Molti di questi dialoghi sono in realtà monologhi informativi che si avvalgono di una spalla che non contraddice quasi mai. Il racconto di questi fatti si dispiega così in maniera piana, oggettiva, chiara. Sembra di avere davanti un esempio di ottimo giornalismo appena romanzato, scevro da sensazionalismi.

La mancanza di una vera dialettica fra i personaggi sottolinea una curiosa, costante opera volta ad attutire quello che da Aristotele a Syd Field a Simenon viene descritto come la pietra filosofale della storia: due o più volontà che agiscono generando un conflitto.

A me Larsson sembra invece molto impegnato a tenere la temperatura entro certi limiti.

Esempi? Blomqvist sa già che sarà condannato e accetta la sentenza con sostanziale serenità. Lui non andrà in rovina, né Millennium chiuderà per questo. Lisbeth, il personaggio più dirompente e nuovo (a patto di non aver mai sentito pronunciare la parola cyberpunk), viene raccontata da Armanskij, l’uomo che sta riuscendo a gestirla all’interno della sua azienda. Persino la tensione sessuale fra i due è subito ricondotta su un binario di schiettezza e rispetto reciproco. Erika, l’amante di Blomqvist, è sposata. Ma neanche questo genera un conflitto: il ménage à trois è accettato da tutte le parti e ormai consolidato.

Mi chiedo: per quale motivo milioni di lettori non hanno mollato il libro dopo le prime pagine? Si sono forse sciroppati i tre volumi della saga plagiati dai malefici del marketing?

Magari avete una risposta. Ditemela. Io io vi dirò la mia, la prossima volta.

2. Dove si passa da Hollywood e si vede il Partenone

Appena finisce uno di quegli incontri, i partecipanti si ficcano nella prima libreria per comprare Il borgomastro di Furnes di Georges Simenon. Un autore che non ha bisogno di me per incrementare la sua – meritata – fortuna. Sono io che ho bisogno di lui. A volte mi pare di farmi bello con l’abito elegante di qualcun altro, solo perché è della mia misura.

Leggo quelle pagine per molte ragioni. La prima è ovvia: sono innamorato del libro. E come diceva Keith Richards a proposito di Robert Johnson, è imperdonabile non far partecipi gli altri del proprio amore per qualcosa di straordinario.

Poi perché Simenon scrive semplice e pulito. Pochi aggettivi, rare similitudini. Sia imperitura gloria per questo alla grande Colette, colei che lo cazziava senza pietà, riducendo a striscette le sue prime opere: “C’è troppa letteratura!”.

In terzo luogo perché Il borgomastro di Furnes metterebbe d’accordo Aristotele e un guru della sceneggiatura hollywoodiana come Syd Field.

Field e Aristotele sarebbero d’accordo, per esempio, su una cosa: nelle pagine de Il Borgomastro di Furnes c’è drama. Lo scrivo con una m sola, come in greco e in inglese, perché in italiano “dramma” è ormai un blando sinonimo di “tragedia”. E perché in inglese identifica un tipo di racconto (soprattutto al cinema e in tv) che non è leggero come la comedy, ma non è neppure tutto intrighi, misteri, sangue e sparatorie. Un segmento di produzione in cui proprio cinema e tv italiani sono attualmente in grande affanno.

Non pensavate mica che mi fossi inventato qualcosa di nuovo, vero?

Drama deriva dal verbo dran che significa “fare”. Il drama mette in scena persone che agiscono. Prendono decisioni, perseguono obiettivi, falliscono, ritentano, fanno scoperte sugli altri e su se stessi. Accanto all’azione, secondo Field c’è poi un’attività che definisce il personaggio più di ogni altra cosa. E infatti Simenon non scrive mai che il Baas è un “ricco e abitudinario uomo di potere”. Lo mostra durante il rito del sigaro serale (attività), quando viene disturbato dal ragazzo e rifiuta di anticipargli i mille franchi (azione). Aristotele avrebbe apprezzato, perché questo contribuisce alla mimesis, cioè alla sublimazione dell’arte narrativa, al suo scomparire per dare vita a personaggi credibili come persone reali. La mimesis sono i colori vividi sul disegno scheletrico della trama, a tutto vantaggio della nostra immedesimazione e della nostra possibilità di emozionarci. E qui Platone ha un travaso di bile, come davanti a una animalesca pratica pseudo-masturbatoria.

Ma, come si vede qui a fianco, a Hollywood studiano ancora oggi La Poetica, e quindi Field e Aristotele sono molto più vicini dei due milllenni che li separano.

Millennio.

Bene. Questa è la parola che ci porta dritti alla prossima tappa.

1. Dove si parte, una sera, dalle Fiandre

Foto di Willy Horsch (CC Creative Commons)

Quando mi chiamano a parlare di scrittura non amo lanciarmi in stucchevoli piroette del tipo “a un certo punto i personaggi decidono da soli cosa fare”. Mi pare di sentire Michelangelo che dichiara di aver dipinto la Cappella Sistina in una notte sola, svolazzando con il pennello in mano, coadiuvato da uno stormo di cherubini. Spacciare patacche simili a chi in quel momento ti chiede di entrare in un’officina di storie significa avere un concetto al tempo stesso elitario e miserevole del proprio status di narratore. In una comunità umana degna di questo nome, i narratori hanno, oltre al talento, anche un ruolo e delle competenze, come gli urbanisti o i biologi. Non sono privilegiati che si dedicano a vezzi ornamentali in virtù di doti pseudo-sciamaniche.

Allora mi rimbocco le maniche e comincio a leggere un libro, senza rivelarne titolo e autore. Ne leggo i primi due capitoli, a ogni paragrafo mi fermo e chiedo: e ora cosa secondo voi che succede? Lo faccio per tenere desta l’attenzione, ma il più delle volte non servirebbe neanche.

Il libro racconta la storia di Terlinck, il Baas, il boss, di un paese delle Fiandre. Tutto gli appartiene, dalla poltrona di primo cittadino alla manifattura di sigari. È un uomo calvinisticamente integerrimo, impone regole in cui crede per primo.

La sua consolidata routine viene sconvolta dal suicidio di un suo giovane dipendente. Solo poche ore prima Terlinck gli aveva rifiutato un anticipo di mille franchi. Messo alle strette, il ragazzo gli aveva confessato di aver messo incinta Lina, la figlia del suo principale avversario politico, e di doverla far abortire.

Ma è successo di più. Il giovane ha sparato anche a Lina: lei però si salverà. Terlinck precipita così in una spirale di paranoia. La ragazza avrà saputo del suo colloquio con il dipendente? Sua moglie e la governante hanno origliato qualcosa?

Il monolitico Baas, che nasconde in mansarda una figlia psicolabile che accetta di essere accudita solo da lui, ripercorre la propria vita in cerca di episodi che possano metterlo in difficoltà. Anni prima ha circuito una ricca vedova per assicurarsi, del tutto legalmente, il possesso della manifattura, ma sua moglie è sempre stata al corrente di tutto. Poi Terlinck ha messo incinta la governante e, pur non avendo mai riconosciuto quel figlio, lo ha mantenuto e gli ha pagato una buona istruzione.

Il secondo capitolo finisce con il Baas indeciso se entrare o meno nella stanza d’ospedale dove la ragazza è ricoverata. Subito dopo, rompe la sua ferrea routine per andare a trovare l’anziana madre che pesca ancora gamberetti in un paesino sulla costa. E lì la donna lo inchioda: “sei preoccupato”.

In trenta pagine scarse la storia si è messa in moto in maniera naturale e inesorabile. Terlinck è una specie di diga, e noi siamo stati chiamati in causa al momento giusto, cioè all’aprirsi della prima, minuscola crepa. Le pagine sono popolate di azioni quotidiane, manie, oggetti, dialoghi così semplici da avere la sonorità credibile del reale. Le parti che riassumono antefatti sono ridotte al minimo. Il tema portante della storia non è certo stato enunciato esplicitamente come in una conferenza. Il tema portante è una partitura sotterranea di cui avvertiamo il risultato sinfonico mentre ogni personaggio ne interpreta una parte o una variante.

Una suggestiva rete di simboli avvolge la vicenda come la nebbia che avvolge i tetti spioventi, la piazza, l’orologio del municipio, i lampioni.

Certo, moriamo dalla voglia di sapere come va avanti. Ma il vero miracolo di queste pagine è un altro: non abbiamo più nessuna voglia di andarcene da quel borgo fiammingo.

Io muoio dalla voglia di sapere se avete indovinato il libro o almeno l’autore. Penso di sì. Inserite chiavi di ricerca come “sigari” e “nebbia” nella vostra memoria di lettori. Altrimenti googlate, ok. O aspettate fino a dopodomani.

Quel senso di viaggio

In questi quattro anni ho incontrato spesso lettori che, bontà loro, mi chiedevano: ma quando esce il tuo nuovo libro? Quattro anni, nell’editoria odierna, sono come un’era geologica. Un lasso di tempo in cui grandi astri delle tirature possono sorgere e tramontare per sempre.

Quei lettori sembravano rimproverarmi affettuosamente di battere la fiacca o di trascurarli. Altri giallisti li hanno abituati a un nuovo libro ogni anno. Qualche volta anche due, uno da leggere al mare e uno da regalare per Natale. Non di rado mi sono sentito persino avaro verso quei lettori.

Perché un libro all’anno, in fondo, non sembra mica un’impresa titanica. È vero. Ma se il tuo scopo è metterci un romanzo, dentro quel libro, be’, la questione è diversa. Un romanzo parla di cambiamenti, e i cambiamenti esigono tempo, perché se non ti dai il tempo di cambiare mentre lo scrivi, poi, si sente. Manca quel senso di viaggio, non so se ho reso l’idea.

Un romanzo ha bisogno anche di un’altra cosa: dev’essere una storia necessaria. A un certo punto deve imporsi e farti mollare tutto il resto, perché è arrivato il tempo di scrivere quella storia. Ieri non era ancora il momento e domani sarà troppo tardi.

Ora che “La notte alle mie spalle” sta per uscire, mi sento assai meno in colpa con quei lettori. Un po’ perché finalmente soddisfo un loro desiderio, ovviamente. E un po’ perché se avessi scritto qualcos’altro che non fosse questa storia, lo avrei fatto solo perché quattro anni sono tanti, senza pubblicare.

E quindi, per accontentarli, avrei finito per prenderli per i fondelli.

Da qui all’uscita del libro, vi racconterò alcuni posti in cui sono stato in questi quattro anni. Si comincia domenica. Partiamo dalle Fiandre. Non dimenticate il golfino.

La notte delle streghe

La notte alle mie spalle va in stampa oggi, proprio alla vigilia della Valpurgisnacht, in cui le streghe festeggiano l’arrivo della primavera. Calma, non vi aspettate un dark fantasy. Ma in senso lato le streghe c’entrano.

Oggi si chiude una storia, quella del romanzo. Se ne sta per aprire una nuova, quella del libro. In questa sorta di limbo aleggiano eroine manga e rappresentanti di commercio, divinità etrusche e insegnanti di sostegno. E poi lei. A Kate Bush ho infatti rubato le parole che troverete all’ingresso di questa storia.

It’s me,

I’m Cathy

I’ve come home

I’m so cold.

Per meglio evidenziare il carattere spettrale della performance di Catherine Bush/Earnshaw, vi posto anche la versione ultraslow. Dura 36 minuti (!) e, se non vi addormentate, fa veramente accapponare la pelle.

Cosa è stato e cosa sarà

Il 30 maggio uscirà per E/O il mio romanzo “La notte alle mie spalle”. Qui a fianco vedete un’anteprima della copertina.

Questo libro esce a più di quattro anni da “Rosa elettrica”. Un tempo di operoso silenzio in cui mi sono dedicato alla scrittura di soggetti e di sceneggiature. Alcune di queste cose hanno trovato la loro strada, altre sono in corso d’opera, altre non vedranno mai la luce. E così che funziona, d’altronde.

Ma tutte queste esperienze mi hanno insegnato qualcosa sulla narrazione.

Ed è per questo che “La notte alle mie spalle” non è il mio nuovo romanzo, ma un romanzo per me del tutto nuovo.

È una storia che mi è sembrata subito importante, ma totalmente inadatta a quello che oggi viene concepito come “giallo” in Italia.  Potrei addirittura dire che narrativamente ne è l’opposto speculare. E quindi, per assurdo, non rinnega affatto dodici anni di convinta partecipazione a un genere che da derelitto è diventato il tiranno degli scaffali e delle classifiche.

È una storia familiare, di quelle che spesso vengono raccontate da voci femminili. E invece qui a raccontare è un uomo.

Da qui al 30 maggio, questo blog sarà un piccolo resoconto su quanto ho scoperto mentre scrivevo questo romanzo.

Dal 30 maggio in poi, sarà il diario di viaggio di questo libro sulla rete, in giro per l’Italia e anche all’estero.