Furio Guerri, il noir italiano, i cugini francesi

Se nel noir racchiudiamo invece i thriller all’americana e il giallo della torbida e sonnacchiosa provincia, allora sta benissimo, è in cima alle classifiche…

Dall’ intervista che mi ha fatto Valerio Cattano sul sito Toscanalibri.

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6. Dove si impugna un telecomando insanguinato

Davanti al televisore, mi accorgo che il flusso ossessivo di tele-dibattimenti sull’omicidio di Melania o sulla scomparsa di Yara viene di norma interrotto dai consigli su come combattere la cellulite o da altre questioni di evidente rilevanza nazionale (perché Elisabetta non ha ancora presentato George in famiglia?).

Do you remember “Videodrome”?

Non vogliono che mi incupisca troppo, ho capito. Ma questo tentativo di alleggerimento non mi tranquillizza. Dopo mesi e mesi io vorrei qualche verità, su alcuni casi. E invece in tv né i vivi né i morti trovano pace. Tutt’al più un improvviso oblio.

Il palinsesto tv insegue un reality feuilleton di massa, ma senza alcuna possibilità e alcuna esigenza di dotarsi di una struttura, di una compiutezza, di un disegno

complessivo. In nome del “nuovo sviluppo”, senza molto riguardo per la solidità dei motivi, la diretta di oggi contraddice la tesi che dava per buona ieri (è storia anche di queste ore). Tanto, sarà dimenticata domani. Il palinsesto tv mi impone disgusto, sdegno, disperazione, rabbia, commozione in maniera disordinata e ripetitiva. Quello che vorrebbe essere uno spettacolo pirotecnico capace di generare continua meraviglia diventa un bombardamento che mi lascia stordito.

E poi, la consolazione di ripagare tutte le emozioni negative provate con il traguardo di un senso (ragione fondante dell’atto stesso di narrare) è costantemente rimandata alla puntata di domani. La grande promessa di una verità ultima, stabile, si rivela un continuo inganno.

Questo tipo di racconto non mi fa capire più nulla, e infatti non mi chiede di capire proprio nulla. Mi chiede di prendere parte alla vicenda nel senso più letterale e cioè di parteggiare per qualcuno. Mi incita a scegliere una delle precarie verità contrapposte, a candidare qualcuno alla nomination di colpevole sulla base di impressioni e frammenti. Ma alla lunga è una fatica senza scopo, quindi frustrante.E se mi sposto su un talk-show di informazione, la scena non cambia. Trent’anni fa, quando c’era Tribuna Politica, quasi tutti cambiavamo canale, poi però a votare ci andavamo. Oggi l’astensionismo stabilisce nuovi record, mentre nelle arene televisive il politico chiamato a rispondere di fronte alla magistratura si installa in pianta stabile non tanto a difendersi (cosa che dovrebbe fare in tribunale) ma a dichiararsi subito vittima di un complotto. E i giornalisti? Relegati al ruolo che fu di Gennaro Olivieri e Guido Pancaldi (vedi foto) a Giochi Senza Frontiere: simpatici intrattenitori con il cronometro in mano. Si avvicina il giorno in cui il boss invocherà lo stesso spazio televisivo che viene dato al procuratore antimafia?

Grandi precursori.

Persino riverso sul divano e ormai stordito, io continuo ad avvertire una indecifrabile ansia, una sorda insoddisfazione. Come l’elettore che diserta le urne, non ho più voglia di farmi un’idea su una vicenda che non mi si dà modo di capire nel merito. Non riesco più a fidarmi di nessuno.

Ho voglia di fuggire in scenari liberi dall’ansia del dubbio infinito, dove la vera giustizia sarà magari una chimera, ma dove almeno otterrò verità finali stabili. Meglio aprire un libro, certo. Meglio rivolgersi a Stieg Larsson e al suo debole, disilluso ordine che mai viene ricostituito, perché quel delitto non l’ha mai veramente lacerato. In un mondo letterario esiste sempre la promessa di trovare il posto giusto alle piccole manie come alle grandi ossessioni.

Se il flusso ininterrotto della tv genera incertezze e sfiducia nel presente, il passato, con i suoi delitti comunque già avvenuti, diventa la terra promessa per esercitare il nostro bisogno di certezze. Il Rinascimento o i secoli bui, le grandi guerre del Novecento o la provincia italiana.

La provincia italiana. Da sempre una risorsa inestinguibile per la nostra narrativa. Il giallo non si è tirato indietro, anzi. Ha fatto della provincia italiana un universo resistente a qualsiasi cambiamento, un altrove spazio-temporale dotato di una dimensione autonoma, indefinita e sospesa, ma riconoscibile.

È lì che andremo, la prossima volta.

5. Dove si torna in Italia e ci si tuffa sul divano

Vi siete mai sentiti dei veri gladiatori, ma solo sul divano?

Massimo Carlotto sostiene da anni che i romanzi noir sono in realtà le inchieste che i giornalisti non possono più fare, minacciati come sono di cause legali (quando non di morte) e scarsamente tutelati dalle loro testate. Curiosamente, è proprio il caso di Kalle Blomqvist, il direttore di Millennium condannato per un’inchiesta sul potente Wennerström. Nonché di Larsson stesso, minacciato dai gruppi neonazisti per le sue inchieste sul cuore nero della civilissima Svezia.

Questo processo di sostituzione non è quindi la conseguenza di una teoria letteraria, ma un ibrido nato dalle necessità che ha poi rivelato con il tempo qualche problema. Da una parte, l’inchiesta può imporre al romanzo parti esplicative che ne diluiscono la forza drammatica. Dall’altra, le licenze creative del romanzo possono rendere convincenti ricostruzioni lacunose semplicemente inventando passaggi belli e appassionanti.

Ma questa sostituzione è avvenuta anche in senso opposto. Il climax di tensione, l’effetto sorpresa e il depistaggio, il linguaggio iperbolico e le metafore prêt-à-porter si sono impadroniti degli spazi d’informazione. Non so voi, ma in questi anni ho smesso di contare quante volte la parola “ira” fa capolino nei titoli. Un’inchiesta, un fuorigioco, un decreto legge: qualsiasi notizia genera l’ira di qualcuno. Ma perché l’ira sia sempre una notizia, ecco, io vorrei che me lo spiegassero.

Si è smesso di parlare alla testa delle persone, per rivolgersi prima al cuore e infine alla pancia. Sparare sempre più forte, mirare sempre più in basso, come facevano i cronisti della nera più nera.

Aprendo il giornale vedo che la cronaca nera è passata dal sottoscala del giornalismo alla vetrina delle prime pagine, persino dei grandi quotidiani d’opinione e dei tg di prima serata. È successo per delitti in cui, fino a dieci anni fa, sguazzavano solo riviste popolari con titoli come “Chiede nel nome di Satana prestazioni vergognose a una vedova settantenne”; oppure con rivelazioni che nemmeno l’analisi del DNA potrebbe garantire: “È stato un calabrese!”.

A suo modo, un discreto esempio di climax narrativo.

Alcuni delitti (da Perugia e Garlasco, da Sara a Melania) hanno generato interminabili serpentoni romanzeschi, capaci di srotolarsi per mesi nei sonnolenti pomeriggi televisivi.

Il palinsesto di una tv ha bisogno di promettere ogni ora nuovi sviluppi. Ma dato che, durante l’indagine, i nuovi sviluppi possono non esserci o essere coperti dal segreto, finisce a rovistare nel cesto della biancheria sporca delle persone coinvolte e si nutre di qualsiasi avanzo.

Non è giornalismo giudiziario. Quello racconta i processi. Il palinsesto tv sovrappone in maniera pressante un vero e proprio romanzone d’appendice alla fase delle indagini. Talvolta, in poche ore, passa a una sorta di tele-dibattimento sommario, dove non conta già più cosa davvero sia successo (del resto gli elementi non ci sono o non si sanno). Conta chi sembri più o meno buono o cattivo. Si creano fazioni di innocentisti e colpevolisti sulla base di sensibilità personali suscitate dal timbro narrativo di giornata. E prima della sigla si fa un bel sondaggio fra i telespettatori per assolvere o condannare.

A differenza di un romanzo giallo, il palinsesto tv se ne fotte del whodunit, di chi è stato. Non smania affatto per arrivare alla verità e a un colpevole certo. Anzi, vive l’evenienza come un trauma, perché a quel punto dovrà trovare qualcos’altro per riempire la programmazione e reinvestire nell’avviamento di un nuovo caso. E quando si arriva a sentenza, preferisce dare più spazio allo sfogo del condannato che alle ragioni dei giudici, perché questo consente un teledibattimento extra con ospiti in studio.

A differenza di un buon giornalista, il palinsesto tv non butta via mai nulla, ci rovescia addosso in tempo reale tonnellate di dettagli irrilevanti e confusi, dipinge truci scenari che si rivelano infondati a distanza di poche ore.

Alcuni di questi programmi invitano anche scrittori di gialli. Sembrerebbe logico, e invece a me preoccupa. Non so, ma chi lavora bene con la fantasia dovrebbe starsene altrove, quando si parla di rinchiudere o meno un essere umano in una cella per venti o trent’anni. I peggiori errori giudiziari nascono quando un inquirente si innamora di una ricostruzione dei fatti perfetta e affascinante. Difficilmente la realtà si prende la briga di esserlo.

4. Dove si indugia ancora fra i fiordi

ImageLo sappiamo, oggi sembra quasi obbligatorio leggere qualcosa di cui tutti parlano, giusto per non essere esclusi dalla conversazione in pizzeria. Nonostante questo, i lettori di Larsson non saranno stati privati del loro libero arbitrio. E se hanno scelto di continuare a leggere, significa che la scarsa predilezione per il drama e il fatto di non alzare eccessivamente la posta non hanno costituito un problema.

Magari sono stati addirittura una spinta a proseguire.

Ci hanno letto qualcosa che li riguarda.

Ci hanno riconosciuto qualcosa di profondamente diverso dai thriller americani, dove il dran, l’agire, si è trasformato in realtà in action: pistole puntate, bombe a orologeria, fughe e inseguimenti, ultimatum e queste cose qua.

Riassunto delle puntate precedenti: il drama non ha a che fare con la tragicità dei fatti raccontati. Ha a che vedere con come li si racconta e con personaggi che agiscono e prendono decisioni. Non sempre comodamente seduti nella loro trattoria preferita, ma neppure con la solita pistola puntata alla tempia.

I personaggi di Larsson sembrano, piuttosto, prendere atto. Il che non è certo inerzia, perché implica indagare, riflettere e comprendere. Ma la sensazione di poter cambiare le cose non sembra mai attraversarli davvero.

A me pare che nelle pagine di Larsson l’unico a fare davvero qualcosa di concreto sia lo scrittore che scrive. La sua prosa è un diaframma ben percepibile fra noi e i personaggi, e dunque è assai poco mimetica. I suoi dialoghi non tentano mai di riprodurre il ritmo della lingua corrente, il fraseggio spezzato di una reale conversazione. Ancor prima di parlare fra di loro, i suoi personaggi parlano per mettere al corrente noi.

Vi dico la mia, ovviamente: questa distanza di sicurezza contribuisce a togliermi qualsiasi ansia. Ma mi fa anche arrivare in maniera impietosa la stanca, ovattata consapevolezza che è meglio schermarci che emozionarci, perché tanto le cose non cambieranno.

Non ci vedo, insomma, una vera partita da giocare. A questa conclusione erano giunti anche i noiristi francesi più arrabbiati e nichilisti, alcuni nel dopoguerra, come Léo Malet, altri dopo il maggio del ’68, come Jean Patrick Manchette. In una società non ancora sfiancata dal benessere, scelsero però di raccontare quella che Manchette stesso definiva “la gelida rabbia dei vinti” in romanzi brevi, nervosi e travolgenti.

Troppo facile quindi liquidare la saga di Millennium come semplice letteratura consolatoria. Anche perché per avere una consolazione ci vuole prima un dolore, per ricucire un tessuto serve uno strappo. I thriller più consolatori si riconoscono proprio dal voler subito alzare la posta in maniera iperbolica e sensazionalistica. Sono quelli in cui si ritrovano trentuno fegati umani appesi come decorazioni natalizie alla quercia dove venne inchiodata, viva, una psicolabile accusata di aver ucciso dozzine di neonati albini, e solo per poi imbalsamarli e vestirli da soldati nordisti. Naturalmente l’orribile scoperta viene fatta di notte, d’inverno, con la pioggia battente. Questo non impedirà al protagonista di addormentarsi, all’ultima riga, “senza fare brutti sogni”. Se è una donna, si comprerà qualcosa di molto elegante o rimarrà incinta.

Tutto questo Millennium non lo fa. Con Lisbeth Salander Larsson non cerca facili scorciatoie. Sa che è il vero tesoro della sua serie e lo amministra con cura, non lo banalizza mai. È casomai singolare che un thriller rinunci alla suspense che deriva dal conflitto, e lo faccia in maniera così sottile ma radicale.

È vero, alcuni paesi sono più civili di altri soprattutto perché hanno stabilito che la sofferenza e il conflitto non sono sempre e comunque valori e non sono inevitabili. Ma nel momento in cui dolore e conflitto si sbiadiscono anche dal racconto, c’è una perdita significativa. Perché il racconto è il luogo dove anche gli eventi peggiori possono diventare patrimonio di una comunità.

Per il resto, Millennium è una storia con protagonista un giornalista, scritta da uno che il giornalista l’ha fatto per diverso tempo. Bene, è ora di tornare a casa e stravaccarci sul divano, aprire un giornale o accendere la tv. Non è che si può stare sempre in giro.

3. Dove si ritorna a nord, ancora più a nord

Lisbeth, dal passato della fantascienza cyberpunk con (moderato) furore.

Millennium di Stieg Larsson è stato un successo editoriale capace di scalfire la dominazione dei thriller americani. Gli avvenimenti di partenza di Uomini che odiano le donne più o meno ve li ricorderete. Dopo un prologo assai misterioso c’è la condanna del giornalista Blomkvist per diffamazione. A essere precisi, la scena inizia che la sentenza è appena stata pronunciata. Dopodiché ci viene raccontato di come, vent’anni prima, Blomqvist abbia contribuito all’arresto di una banda di rapinatori. Poi Blomkvist rimugina sulla sentenza e parte un nuovo, lungo, importante flashback. Durante una vacanza in barca a vela, un compagno di scuola incontrato per caso racconta dettagliatamente a Blomkvist le malefatte di Wennerström, un traffichino d’alto bordo che s’è intascato fondi statali. È l’inizio dell’inchiesta che metterà nei guai Blomqvist e il suo giornale.

Subito dopo, facciamo la conoscenza di Lisbeth Salander. Che Lisbeth sia una personalità problematica e una hacker molto abile ci viene raccontato da Dragan Armanskij, il suo datore di lavoro, attraverso episodi del recente passato. Poi è Lisbeth a fare al suo datore di lavoro un lungo rapporto su Blomkvist (qui capiamo che presto i due si incroceranno). Dopodiché torniamo su Blomqvist e conosciamo Erika, la sua amante e socia nella rivista Millennium: è l’occasione per Larsson di riassumerci i punti salienti della loro relazione professionale e affettiva. Di lì a poco, Blomqvist viene convocato da Vanger, un noto e anziano capitano d’industria, per un incarico ancora misterioso. Blomqvist va e, nel corso di un lungo monologo, Vanger racconta a Blomkvist una lunga storia familiare che culmina con un assassinio irrisolto avvenuto negli anni ’60.

Ormai siamo nel pieno del libro. Scorrete velocemente le righe sopra e notate i corsivi. La gran parte degli avvenimenti di cui siamo informati ci vengono raccontati da qualcuno perché sono già accaduti. Quando non è uno dei personaggi, ci pensa il narratore. Il drama, nel senso di dran, azione, è quasi assente. Mi direte che anche raccontare è comunque un’azione. Ma qui le parole dei personaggi non bruciano, non feriscono, non uccidono. Molti di questi dialoghi sono in realtà monologhi informativi che si avvalgono di una spalla che non contraddice quasi mai. Il racconto di questi fatti si dispiega così in maniera piana, oggettiva, chiara. Sembra di avere davanti un esempio di ottimo giornalismo appena romanzato, scevro da sensazionalismi.

La mancanza di una vera dialettica fra i personaggi sottolinea una curiosa, costante opera volta ad attutire quello che da Aristotele a Syd Field a Simenon viene descritto come la pietra filosofale della storia: due o più volontà che agiscono generando un conflitto.

A me Larsson sembra invece molto impegnato a tenere la temperatura entro certi limiti.

Esempi? Blomqvist sa già che sarà condannato e accetta la sentenza con sostanziale serenità. Lui non andrà in rovina, né Millennium chiuderà per questo. Lisbeth, il personaggio più dirompente e nuovo (a patto di non aver mai sentito pronunciare la parola cyberpunk), viene raccontata da Armanskij, l’uomo che sta riuscendo a gestirla all’interno della sua azienda. Persino la tensione sessuale fra i due è subito ricondotta su un binario di schiettezza e rispetto reciproco. Erika, l’amante di Blomqvist, è sposata. Ma neanche questo genera un conflitto: il ménage à trois è accettato da tutte le parti e ormai consolidato.

Mi chiedo: per quale motivo milioni di lettori non hanno mollato il libro dopo le prime pagine? Si sono forse sciroppati i tre volumi della saga plagiati dai malefici del marketing?

Magari avete una risposta. Ditemela. Io io vi dirò la mia, la prossima volta.

2. Dove si passa da Hollywood e si vede il Partenone

Appena finisce uno di quegli incontri, i partecipanti si ficcano nella prima libreria per comprare Il borgomastro di Furnes di Georges Simenon. Un autore che non ha bisogno di me per incrementare la sua – meritata – fortuna. Sono io che ho bisogno di lui. A volte mi pare di farmi bello con l’abito elegante di qualcun altro, solo perché è della mia misura.

Leggo quelle pagine per molte ragioni. La prima è ovvia: sono innamorato del libro. E come diceva Keith Richards a proposito di Robert Johnson, è imperdonabile non far partecipi gli altri del proprio amore per qualcosa di straordinario.

Poi perché Simenon scrive semplice e pulito. Pochi aggettivi, rare similitudini. Sia imperitura gloria per questo alla grande Colette, colei che lo cazziava senza pietà, riducendo a striscette le sue prime opere: “C’è troppa letteratura!”.

In terzo luogo perché Il borgomastro di Furnes metterebbe d’accordo Aristotele e un guru della sceneggiatura hollywoodiana come Syd Field.

Field e Aristotele sarebbero d’accordo, per esempio, su una cosa: nelle pagine de Il Borgomastro di Furnes c’è drama. Lo scrivo con una m sola, come in greco e in inglese, perché in italiano “dramma” è ormai un blando sinonimo di “tragedia”. E perché in inglese identifica un tipo di racconto (soprattutto al cinema e in tv) che non è leggero come la comedy, ma non è neppure tutto intrighi, misteri, sangue e sparatorie. Un segmento di produzione in cui proprio cinema e tv italiani sono attualmente in grande affanno.

Non pensavate mica che mi fossi inventato qualcosa di nuovo, vero?

Drama deriva dal verbo dran che significa “fare”. Il drama mette in scena persone che agiscono. Prendono decisioni, perseguono obiettivi, falliscono, ritentano, fanno scoperte sugli altri e su se stessi. Accanto all’azione, secondo Field c’è poi un’attività che definisce il personaggio più di ogni altra cosa. E infatti Simenon non scrive mai che il Baas è un “ricco e abitudinario uomo di potere”. Lo mostra durante il rito del sigaro serale (attività), quando viene disturbato dal ragazzo e rifiuta di anticipargli i mille franchi (azione). Aristotele avrebbe apprezzato, perché questo contribuisce alla mimesis, cioè alla sublimazione dell’arte narrativa, al suo scomparire per dare vita a personaggi credibili come persone reali. La mimesis sono i colori vividi sul disegno scheletrico della trama, a tutto vantaggio della nostra immedesimazione e della nostra possibilità di emozionarci. E qui Platone ha un travaso di bile, come davanti a una animalesca pratica pseudo-masturbatoria.

Ma, come si vede qui a fianco, a Hollywood studiano ancora oggi La Poetica, e quindi Field e Aristotele sono molto più vicini dei due milllenni che li separano.

Millennio.

Bene. Questa è la parola che ci porta dritti alla prossima tappa.

1. Dove si parte, una sera, dalle Fiandre

Foto di Willy Horsch (CC Creative Commons)

Quando mi chiamano a parlare di scrittura non amo lanciarmi in stucchevoli piroette del tipo “a un certo punto i personaggi decidono da soli cosa fare”. Mi pare di sentire Michelangelo che dichiara di aver dipinto la Cappella Sistina in una notte sola, svolazzando con il pennello in mano, coadiuvato da uno stormo di cherubini. Spacciare patacche simili a chi in quel momento ti chiede di entrare in un’officina di storie significa avere un concetto al tempo stesso elitario e miserevole del proprio status di narratore. In una comunità umana degna di questo nome, i narratori hanno, oltre al talento, anche un ruolo e delle competenze, come gli urbanisti o i biologi. Non sono privilegiati che si dedicano a vezzi ornamentali in virtù di doti pseudo-sciamaniche.

Allora mi rimbocco le maniche e comincio a leggere un libro, senza rivelarne titolo e autore. Ne leggo i primi due capitoli, a ogni paragrafo mi fermo e chiedo: e ora cosa secondo voi che succede? Lo faccio per tenere desta l’attenzione, ma il più delle volte non servirebbe neanche.

Il libro racconta la storia di Terlinck, il Baas, il boss, di un paese delle Fiandre. Tutto gli appartiene, dalla poltrona di primo cittadino alla manifattura di sigari. È un uomo calvinisticamente integerrimo, impone regole in cui crede per primo.

La sua consolidata routine viene sconvolta dal suicidio di un suo giovane dipendente. Solo poche ore prima Terlinck gli aveva rifiutato un anticipo di mille franchi. Messo alle strette, il ragazzo gli aveva confessato di aver messo incinta Lina, la figlia del suo principale avversario politico, e di doverla far abortire.

Ma è successo di più. Il giovane ha sparato anche a Lina: lei però si salverà. Terlinck precipita così in una spirale di paranoia. La ragazza avrà saputo del suo colloquio con il dipendente? Sua moglie e la governante hanno origliato qualcosa?

Il monolitico Baas, che nasconde in mansarda una figlia psicolabile che accetta di essere accudita solo da lui, ripercorre la propria vita in cerca di episodi che possano metterlo in difficoltà. Anni prima ha circuito una ricca vedova per assicurarsi, del tutto legalmente, il possesso della manifattura, ma sua moglie è sempre stata al corrente di tutto. Poi Terlinck ha messo incinta la governante e, pur non avendo mai riconosciuto quel figlio, lo ha mantenuto e gli ha pagato una buona istruzione.

Il secondo capitolo finisce con il Baas indeciso se entrare o meno nella stanza d’ospedale dove la ragazza è ricoverata. Subito dopo, rompe la sua ferrea routine per andare a trovare l’anziana madre che pesca ancora gamberetti in un paesino sulla costa. E lì la donna lo inchioda: “sei preoccupato”.

In trenta pagine scarse la storia si è messa in moto in maniera naturale e inesorabile. Terlinck è una specie di diga, e noi siamo stati chiamati in causa al momento giusto, cioè all’aprirsi della prima, minuscola crepa. Le pagine sono popolate di azioni quotidiane, manie, oggetti, dialoghi così semplici da avere la sonorità credibile del reale. Le parti che riassumono antefatti sono ridotte al minimo. Il tema portante della storia non è certo stato enunciato esplicitamente come in una conferenza. Il tema portante è una partitura sotterranea di cui avvertiamo il risultato sinfonico mentre ogni personaggio ne interpreta una parte o una variante.

Una suggestiva rete di simboli avvolge la vicenda come la nebbia che avvolge i tetti spioventi, la piazza, l’orologio del municipio, i lampioni.

Certo, moriamo dalla voglia di sapere come va avanti. Ma il vero miracolo di queste pagine è un altro: non abbiamo più nessuna voglia di andarcene da quel borgo fiammingo.

Io muoio dalla voglia di sapere se avete indovinato il libro o almeno l’autore. Penso di sì. Inserite chiavi di ricerca come “sigari” e “nebbia” nella vostra memoria di lettori. Altrimenti googlate, ok. O aspettate fino a dopodomani.

Quel senso di viaggio

In questi quattro anni ho incontrato spesso lettori che, bontà loro, mi chiedevano: ma quando esce il tuo nuovo libro? Quattro anni, nell’editoria odierna, sono come un’era geologica. Un lasso di tempo in cui grandi astri delle tirature possono sorgere e tramontare per sempre.

Quei lettori sembravano rimproverarmi affettuosamente di battere la fiacca o di trascurarli. Altri giallisti li hanno abituati a un nuovo libro ogni anno. Qualche volta anche due, uno da leggere al mare e uno da regalare per Natale. Non di rado mi sono sentito persino avaro verso quei lettori.

Perché un libro all’anno, in fondo, non sembra mica un’impresa titanica. È vero. Ma se il tuo scopo è metterci un romanzo, dentro quel libro, be’, la questione è diversa. Un romanzo parla di cambiamenti, e i cambiamenti esigono tempo, perché se non ti dai il tempo di cambiare mentre lo scrivi, poi, si sente. Manca quel senso di viaggio, non so se ho reso l’idea.

Un romanzo ha bisogno anche di un’altra cosa: dev’essere una storia necessaria. A un certo punto deve imporsi e farti mollare tutto il resto, perché è arrivato il tempo di scrivere quella storia. Ieri non era ancora il momento e domani sarà troppo tardi.

Ora che “La notte alle mie spalle” sta per uscire, mi sento assai meno in colpa con quei lettori. Un po’ perché finalmente soddisfo un loro desiderio, ovviamente. E un po’ perché se avessi scritto qualcos’altro che non fosse questa storia, lo avrei fatto solo perché quattro anni sono tanti, senza pubblicare.

E quindi, per accontentarli, avrei finito per prenderli per i fondelli.

Da qui all’uscita del libro, vi racconterò alcuni posti in cui sono stato in questi quattro anni. Si comincia domenica. Partiamo dalle Fiandre. Non dimenticate il golfino.