Nemmeno le cornee

Era qualche anno fa. Stavo lavorando, con fatica, all’idea di un nuovo romanzo. Il romanzo sarebbe poi diventato “Cosa resta di noi”. Ma non ero pronto, era troppo presto. Le storie hanno i loro tempi di gestazione e di maturazione non programmabili.

Un giorno – credo di marzo – sono a pranzo con mia sorella e mia madre. Al tempo mia sorella lavorava in un Coordinamento Donazione Organi. Quel giorno è arrivata un po’ in ritardo, ha avuto una mattinata difficile. Ora, dato che di regola deve parlare con gente che ha appena perso un figlio o una sorella perché autorizzino l’espianto del fegato o di un rene, non oso pensare cosa possa rendere una mattinata più difficile di questa routine.

Glielo chiedo e lei mi racconta di un tizio che forse anch’io ho conosciuto, o almeno visto qualche volta. Un nome da abbinare a una faccia. Può darsi.

“I crimini commessi nell’epoca in cui viviamo contribuiscono a definirci e, in fondo, a dannarci” (David Peace)

Questo tizio ha ammazzato di botte la ragazza che conviveva con lui. Poi si è sbarazzato del corpo in un canalone, ma l’hanno ritrovato e la Polizia ha chiuso il caso in quarantotto ore. Solita storia, suspense zero, la realtà non sente alcun obbligo di essere avvincente e originale. La mattinata difficile è stata per via dei parenti della ragazza. Erano in obitorio e hanno promesso di tagliare la gola all’assassino non appena uscirà di galera, anche fosse fra vent’anni (ma temiamo per lui che uscirà prima). Mia sorella ha dovuto chiamare un poliziotto per calmarli. Per il resto, mia sorella non aveva molto da fare con quei parenti. “Era ridotta così male che non abbiamo potuto farle donare nemmeno le cornee.”

Le cornee, ecco. Le può donare quasi chiunque. Anche persone che muoiono molto anziane o molto malate. Non quella ragazza. Nemmeno la consolazione di far sopravvivere qualcosa di lei negli occhi di qualcun altro.

Cambiammo discorso e finimmo di mangiare. Vuoi un po’ d’insalata? No, mi basta un pezzo di formaggio. Penserete che in famiglia siamo un po’ cinici. Non lo escludo.

Ripensai per due notti a quella frase. Nemmeno le cornee. Venticinque anni, una ragazza in salute, e nemmeno le cornee. La parola giusta, l’architrave concettuale, il giunto cardanico della vicenda era scempio.

Dopo due notti quasi insonni iniziai a scrivere una nuova storia. A qualche anno di distanza posso dire che quelle poche parole in realtà cambiarono radicalmente la mia storia di narratore. Stravolsero le priorità, dettero la risposta alla domanda basilare: che cosa è necessario raccontare, qui e ora?

Insomma, quelle cornee mai donate hanno cambiato per sempre il mio sguardo. Tutto questo, mi rendo conto, non consolerà mai nessuno. Ma è così che è andata.

Cosa resta di un anno in giro per l’Italia

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Alla prima telefonata ti parlano con deferenza – non si può mai sapere questi scrittori che bestie sono.

Alla seconda telefonata è come se avessero fatto con te tutte le scuole dell’obbligo. In effetti loro ti conoscono bene. Hanno letto un tuo romanzo, magari anche due. Se sono acuti, e in genere lo sono, sanno di te molto più di tanti tuoi parenti.

Ti vengono a prendere alla stazione con delle auto sempre incasinate di giornali, dépliant, scatole di libri, il triciclo, il seggiolino, il tappetino dello yoga, i rollerblade, le sei bottiglie d’acqua comprate al volo per la presentazione. Si scusano perché dentro non la puliscono da mesi. Sai, i figli, il cane, il trekking, sto traslocando.

Al primo sguardo confrontano la tua immagine con quella che si sono fatti di te leggendo il tuo libro. E in quel momento per non deluderli vorresti essere qualcosa che neanche sai. Più vecchio, più alto, più grasso, più bello, più scorbutico, più spettinato, più toscano.

Ti garantiscono che l’albergo è carino, comodo e in centro. Oppure che l’agriturismo è appena fuori, ma in una zona tranquilla e ha i formaggi biologici.

Ti mostrano con orgoglio i trafiletti sulle pagine dei quotidiani locali.

Ti assicurano che verrà anche l’assessore.

Si preoccupano del tempo e del fatto che in concomitanza ci siano il vernissage di una mostra, il concerto della corale, l’inaugurazione del centro commerciale, i play-off della serie A femminile di pallavolo.

Hanno farcito il tuo libro di tanti segnalini colorati. Oppure l’hanno sottolineato come un testo di scuola. O magari si sono scritti le domande a lapis sul frontespizio. Hanno scaricato da internet vecchie interviste di cui non serbi alcun ricordo – e di cui ormai è troppo tardi per pentirti.

Guardano le sedie ancora vuote tentando di dissimulare il nervosismo. Pensando che tu non li veda, inviano a tutti i loro amici sms che configurerebbero senza forzature il reato di stalking.

Loro pensano: ha fatto quattrocento chilometri e magari vengono sei persone.

Tu pensi: guarda quanto si sono sbattuti e magari vengono sei persone.

Alla fine vengono trenta persone. Delle volte cinquanta. Delle volte cento.

E alla fine le persone fanno le domande, comprano il libro, se lo fanno firmare.

E loro pensano: abbiamo fatto un figurone.

E tu pensi: non li ho fatti sfigurare e i loro amici non li denunceranno per stalking.

Al ristorante ti chiedono se sei vegetariano, intollerante, astemio, crudista, celiaco, musulmano – non si può mai sapere questi scrittori che bestie sono.

La mattina dopo ti vengono a prendere per portarti alla stazione. Ti dicono: alla prossima. Tu gli dici: alla prossima, poi li vedi affrettarsi verso l’auto per accompagnare i figli a scuola prima di andare al lavoro.

Perché non è che campano organizzando presentazioni. Anzi. Considerando quanto si sono sbattuti, ci avranno pure rimesso.

Ma niente, è più forte di loro.

Sono librai, lettori forti – ma che dico, d’acciaio –, bibliotecari, insegnanti, agitatori culturali, maniaci dei cineforum, giornalisti, blogger, pazzi scatenati, gentilissimi irriducibili del dibattito, animatori di circoli di lettura, curiosi patologici, bastian contrari con due lauree, metalmeccanici in pensione, ex dirigenti d’azienda, madri di famiglia ad altissima efficienza, compunti extraparlamentari, giovani precari o gente che ha lasciato lavori sicuri perché si sentiva morire.

Sono quelli che tirano avanti la baracca culturale di questo Paese. Fuori dai grandi festival e dagli incarichi ben remunerati. Impilando sedie, infornando torte per il rinfresco fai-da-te, scassando la minchia agli assessori per un patrocinio e litigando in famiglia. Nell’Italia più bella e sperduta, dove trovi sempre qualcosa che ti fa sentire al centro del mondo: una pieve romanica, un villaggio manifatturiero frutto di qualche utopia padronale, la villa di un oscuro alchimista, una piazza dalla prospettiva metafisica, un asilo dagli standard nordeuropei, un bosco con i daini.

Sono loro che, in questi dodici mesi, hanno fatto di un romanzo come “Cosa resta di noi” non tanto e non solo un successo, ma una delle cose più belle che mi sia capitata nella vita.

Sono i sanculotti del self-publishing i veri punk di oggi?

Quando assisto al dibattito sul self publishing, penso alla musica. Come mai? Ve lo racconto prendendola alla larga – ma non troppo, promesso.

Non di rado, durante le presentazioni di Cosa resta di noi, qualcuno tira in ballo la musica. La musica nel tuo romanzo è importante, mi dicono molti lettori. A ben vedere, interviene solo in due o tre punti però sì, sono punti davvero fondamentali. La reunion dei Blur a Glastonbury, l’incontro di San Valentino fra Edo e Anna giocato sulle gesta delle band anni ‘80. L’educazione sentimentale di Edo sembra poi riassumersi nel brano che ha chiuso la breve storia dei Joy Division e ha cambiato per sempre quella del rock: Love will tear us apart. Traduzione letterale: l’amore ci farà a pezzi.

Joy-Division-Love-Will-Tear-Us-Apart-600x576La statistica mi ha insegnato che fra il pubblico almeno uno che conosce i Joy Division c’è sempre. E spesso quell’uno conosce a memoria i loro dischi – due, ma assolutamente fondamentali. Molti di quelli che stanno sotto i quaranta o sopra i sessanta li ignorano. A loro racconto sempre un paio di cose.

Una è che a un certo punto, nella storia del rock, il messaggio fu forte e chiaro: “Non importa se hai messo le dita su una chitarra da tre mesi. Metti su un gruppo e sali su un palco.” Era un gesto extra-musicale, ovviamente, era il segnale dell’attacco alla Bastiglia di un rock ormai fossilizzato su una dimensione pseudo-sinfonica, tardo-lisergica, pretenziosa e astratta. I sanculotti del 1977 non si fecero pregare. Le chitarre erano scordate, la tecnica approssimativa, la linea melodica inesistente, le canzoni erano tre-minuti-tre di pura energia, distruttiva e liberatoria.

Io ho iniziato a suonare la chitarra sulla base di quel messaggio, anche se non sono mai andato su un palco con la cresta da mohicano. Perché quel segnale riguardava anche me, che ascoltavo Simon & Garfunkel e i Beatles. Il segnale diceva: “devi avere coraggio, ora”. Liberava le energie di una generazione orfana dei famosi “grandi ideali”. Diceva che il rock era di tutti quelli che avevano il coraggio di metterci il cuore, e la faccia. Che il momento storico non poteva aspettare i tempi di un diploma di armonia superiore.

Oggi lo capisco bene: per un musicista vero e propriamente detto, questo messaggio equivale alla barbarie del Terrore. Ma da quelle macerie nacque il futuro, così come dalle ghigliottine delle Rivoluzione Francese nacque un nuovo modo di concepire l’individuo e la collettività. Il paragone è estremo, ma rende l’idea.

Il futuro permesso dall’assalto punk iniziò con i Joy Division. E solo grazie al loro gelido nichilismo, fu possibile poi a un gruppo come gli U2 presentarsi con la candida bandiera di una nuova e sperduta innocenza (non a caso il primo singolo di Bono e compagni fu prodotto proprio da Martin Hannett, storico artefice del suono dei Joy Division). E anche se non avete mai conosciuto (o sopportato) il punk, sappiate però che senza il punk un disco come London Calling dei Clash non avrebbe mai visto la luce.  Un capolavoro in cui ascoltammo la mappa futura di quasi tutta la musica ibrida e meticcia dei trent’anni seguenti.

Fine della digressione musicale. Non cambiate pagina adesso.

 

Oggi, l’editoria tradizionale, l’establishment, i salotti della “buona società letteraria” (qualsiasi cosa si intenda per questa fumosa locuzione) vengono presi d’assalto dai sanculotti del self publishing. Così come per fare il punk non era rilevante conoscere l’esistenza, faccio un esempio, di un accordo chiamato Fa# 7/5+, gli autori auto-pubblicati (su carta o in Rete) rivendicano oggi il loro diritto a vedere il loro nome su una copertina senza apprendistati, accademie, cenacoli. Non intendono quindi passare al vaglio di comitati di lettura che giudichino le loro opere alla luce di alcuni criteri come la coerenza drammaturgica o la consapevolezza delle scelte stilistiche. Ammetto che al momento non capisco se sul patibolo debbano salirci determinati criteri di “pubblicabilità” di un testo, l’idea stessa che esista un criterio, oppure coloro che di quei criteri sono visti come arcigni custodi (quindi direttori editoriali, editor, agenti, scout).

Anche il punk fu una rivolta contro le major discografiche e contro la musica “mainstream”, ma non distrusse la figura del manager o del discografico. Anzi, i maligni hanno buon gioco a far notare che il successo dei Sex Pistols fu opera innanzitutto di uno scaltro e geniale produttore chiamato Malcolm McLaren.

Oggi, il self publishing mette in discussione la necessità stessa di una figura come l’editore. La Rete sarebbe il mezzo per eliminare l’opaco diaframma fra autore ingiustamente inedito e lettore avido di nuove voci narrative. Ma mettere le proprie opere on line (anche gratuitamente) di per sé non serve praticamente a nulla. Aprire un sito o una pagina Facebook per promuovere i propri romanzi è okay, ma… prego, la fila finisce  dietro l’angolo. Per avere visibilità bisogna conoscere un mestiere che non ha a che fare con lo scrivere, bisogna accedere a una piattaforma importante. Ecco che i sanculotti, nemici di un establishment editoriale sempre meno influente, finiscono dritti dritti nelle braccia (o nelle fauci) del Signor Amazon o di Big G.

Ecco, io non sono sicuro che il nuovo establishment digitale darà a questi sanculotti la libertà promessa e i diritti negati, il successo a cui ambiscono e i soldi che ne deriverebbero. Il rischio è che trasformi il 99% di loro in carne da cannone, secondo la logica prevalente della Rete: internet è quel posto dove tutti possiamo essere autori di contenuti, ma dove i soldi li fa il padrone del contenitore.

Se poi il limite all’energia punk fu dato dal nichilismo che ne costituiva la cifra essenziale, la cifra della rivolta odierna sembra invece l’affermazione individuale, il desiderio di essere quell’uno su mille (uno su mille milioni, in realtà). A me ricorda molto lo spirito con cui, in tempi di crisi, si tenta la fortuna con l’Enalotto. È perfettamente logico e lecito: se una roba come Cinquanta sfumature di grigio ha sbancato partendo dalla Rete, significa che un colpo di culo è alla portata di chiunque sia ancora in grado di articolare un periodo di un paio di righe senza fare scempio della sintassi.

Ma forse, mi dico, queste cose le scrivo perché il punk è successo quasi quarant’anni fa e io ne ho appena compiuti cinquanta. In due parole, per sopportare il peso del passato non ho che una scelta: affermare strenuamente che quel passato sia stato (ahimè) di gran lunga più eroico e vibrante del presente. Ricordare come quella rivolta sia stata spontanea, necessaria e salvifica, e vedere gli odierni sanculotti del self publishing come agenti inconsapevoli della Restaurazione.

Il dubbio che le mie idee derivino semplicemente dal fatto di non avere trent’anni oggi ce l’ho, lo confesso. E me lo tengo stretto, perché in questo dubbio alberga anche una bellissima speranza. La speranza che, nonostante tutto, questo calderone dove abbondano storie autoreferenziali, copertine dozzinali, titoli improbabili e narrazioni velleitarie sia un caos, per quando doloroso e distruttivo, necessario a far rinascere qualcosa di nuovo.

Il posto dei “cattivi”

062013-celebs-james-gandolfini-tony-soprano-hip-hop.jpg Sappiamo bene che uno dei problemi della fiction italiana sta nei “cattivi”. Se il “villain” è una sagoma di cartone bidimensionale, qualsiasi storia risulterà moscia, e  sarà il nostro “buono” in primis a essere molto meno figo. Lo dimostra la statura di attori come Adolfo Celi o Remo Girone,  due memorabili “cattivi” della tv del passato.

Ma i “cattivi” sono poi assai interessanti da raccontare anche come protagonisti. Senza ripartire da Caino, per carità, proviamo solo a eliminare i delinquenti, gli amorali, gli assassini e i borderline dalle fiction straniere degli ultimi vent’anni. Se ne vanno in un colpo solo The Sopranos, Dexter, House of Cards, Breaking Bad, Boardwalk Empire, Pablo Escobar. E lo so, mi sono sicuramente scordato parecchia roba.

Non per niente quando in Italia si fanno Romanzo Criminale e Gomorra, è il successo – anche all’estero. Al di là del loro livello qualitativo, quelle fiction funzionano non solo perché adottano il punto di vista dei “cattivi”, ma perché ci portano nel bosco di notte. Ci fanno cioè fare esperienza di un universo in cui l’etica non esiste. Non c’è una vera contrapposizione manichea fra il Bene e il Male, perché il Bene, semplicemente, non c’è. Anche chi rappresenta la legge non è quasi mai in partita, oppure non porta valori poi così estranei alla logica criminale. La partita vera è fra la totale mancanza di pietas, il delirio di onnipotenza individuale, l’ambizione sfrenata o la sete di vendetta e quella piccola, residua ma insopprimibile dimensione di essere umano (quindi di padre, di figlio, di marito, di fratello) che prima o poi tornerà a esigere il conto. Per essere davvero invincibile, il mostro dovrebbe infatti essere monolitico, cioè mostro ventiquattro ore su ventiquattro, ma questo per gli esseri umani non è possibile. Ed è lì che noi spettatori, puntata dopo puntata, lo attendiamo al varco. La vera partita è nel corto circuito in cui ogni personalità criminale finirà per rimanere ustionata – che venga punito o meno, che si redima o meno.

buscemiMafiosi e camorristi sono quindi personaggi interessanti da raccontare in maniera tridimensionale e spietata, senza cioè la scure del giudizio morale o la cornice floreale dell’apologo educativo. La finzione narrativa a questo serve, eppure per la fiction italiana tutto ciò rimane troppo spesso un tabù. Si teme infatti che un cattivo non banale risulti attraente e sia quindi diseducativo per il pubblico. In questo quadro risulta quindi ancora più bizzarro che il figlio del più potente capomafia degli ultimi trent’anni venga addirittura invitato a sedersi in un salotto della tv di Stato. Perché è il salotto in cui si sono avvicendati non solo presidenti del consiglio e ministri, ma anche luminari della chirurgia plastica, chef stellati, alti prelati, comici natalizi e missitalie. È come se David Letterman avesse invitato la signora Bin Laden a tessere le virtù familiari del marito (nel qual caso siamo comunque sicuri che un intrattenitore come Letterman sarebbe stato  capace di farle almeno qualche domanda scomoda).

È da sciocchi fare raffronti con il passato. La RAI di trent’anni fa inviava i suoi migliori giornalisti, come Biagi o Zavoli, a intervistare terroristi e capi della camorra. Non invitava certo Cutolo nello stesso salotto buono in cui il Mago Silvan sventolava le sue carte e Raffaella Carrà la sua indimenticabile zazzera, né tantomeno lo sovrapponeva alla stessa scenografia da cui parlavano Enrico Berlinguer o Aldo Moro. È banale ma è meglio ricordarlo: il tv il contesto definisce il messaggio.

Oggi a questa sbobba tossica chiamata “infotainment” è consentito tutto, persino di equiparare di fatto il punto di vista di chi ha dato la vita per un’Italia libera e quello di chi ha dilaniato esseri umani con il tritolo, da Palermo a Milano.

Ma perché allora al racconto di fiction (che, come detto, certe perverse equiparazioni alla fine nemmeno le adombra) viene invece ostinatamente limitata la possibilità di raccontare i “cattivi” in modo adulto, nella loro contraddittoria tridimensionalità umana? In questo modo, lo vediamo ogni giorno, si condanna la fiction a una morte lenta e ingloriosa. Trattare invece i “villains” come ospiti qualunque di un talk show, con il loro patetico libriccino in mano da promuovere, dà la spaventosa misura del caos in cui siamo piombati. Perché, senza sostituirsi a nessun giudice, un narratore almeno una cosa di sicuro la sa: personaggi come Brusca, Riina e Provenzano hanno sconvolto la storia del nostro Paese e la vita di noi tutti versando fiumi di sangue. In un Paese sano, il loro posto può essere solo in quella terra incognita fra umano e disumano, fra destino e volontà racchiusa dai confini, sacri e terribili, della tragedia.

Come il giallo può sopravvivere all’indagine (2)

NEW SERIES BROADCHURCH FOR ITV Broadchurch is a new eight part drama series by Kudos Film and Television for ITV. The star-studded cast includes David Tennant, Olivia Colman, Andrew Buchan, Jodie Whittaker, Vicky McClure, Pauline Quirke, Will Mellor, Arthur Darvill and Carolyn Pickles. This brand new eight part series is written and created by Chris Chibnall (Law and Order: UK, Doctor Who) and will explore what happens to a small community in Dorset when it suddenly becomes the focus of a police investigation, following the tragic and mysterious death of an eleven year old boy under the glare of the media spotlight. Bloodied and dirty, Danny Latimer (Oskar McNamara) has been found dead on an idyllic beach surrounded by rocks and a jutting cliff-face from where he may have fallen. Whilst his death remains unresolved, the picturesque seaside town of Broadchurch is at the heart of a major police investigation and a national media frenzy. Pictured L-R: DAVID TENNANT as Alec Hardy and OLIVIA COLMAN as Ellie Miller. Copyright: ITV This photograph is (C) ITV Plc and can only be reproduced for editorial purposes directly in connection with the programme or event mentioned above, or ITV plc. Once made available by ITV plc Picture Desk, this photograph can be reproduced once only up until the transmission [TX] date and no reproduction fee will be charged. Any subsequent usage may incur a fee. This photograph must not be manipulated [excluding basic cropping] in a manner which alters the visual appearance of the person photographed deemed detrimental or inappropriate by ITV plc Picture Desk. This photograph must not be syndicated to any other company, publication or website, or permanently archived, without the express written permission of ITV Plc Picture Desk. Full Terms and conditions are available on the website www.itvpictures.com For further information please contact: PATRICK.SMITH@itv.com 0207 157 3044

Da “Broadchurch” (© ITV Pictures)

Nella bellissima serie inglese Broadchurch la scoperta del colpevole è affidata a un evento che difficilmente potrebbe resistere a una tipica obiezione da riunione di sceneggiatura di quelle raccontate nel post precedente: “perché il personaggio fa questa cosa proprio adesso? Solo perché fa comodo a noi?” Il colpevole di Broadchurch poteva anche compiere una certa azione prima. L’indagine, e la serie, sarebbe finita dopo una mezz’oretta. Poteva non compierla mai e l’indagine avrebbe continuato a girare a vuoto, il mistero sarebbe stato consegnato all’archivio dei cold cases.

È vero, in un mondo di azioni dominate dalla logica un dénouement affidato alla volontà del colpevole è inaccettabile. È fuori dalle regole del gioco fra l’omicida e il detective, fra il lettore e il narratore. Ma stiamo parlando, appunto, di un gioco. Il gioco che inizia quando Sherlock Holmes ha appena trovato un mistero all’altezza della sua intelligenza ed esce dal 221b di Baker Street con sguardo quasi allucinato. “The game is on”.

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Mycroft, Mark o… Moriarty?

Nella realtà gli esseri umani non agiscono sempre e solo secondo la logica. Ancor meno quando commettono un crimine. Di esempi ne abbiamo a iosa. Dico giusto i primi due che mi tornano alla memoria.

L’uomo che alcuni mesi fa ha ucciso Ashley Olsen a Firenze non si è nemmeno posto il problema di occultare le proprie tracce biologiche, poi ha preso il cellulare della vittima e ci ha inserito la propria SIM.

Anni fa, due coniugi vennero attirati sulle colline versiliesi e uccisi nella loro auto. A bordo c’era anche il figlio di pochi mesi. Passarono alcune ore prime che il delitto venisse scoperto. In quelle ore, uno degli assassini tornò a dare il biberon al piccolo.

Sensi di colpa, desiderio inconscio di essere scoperti, coesistenza instabile di aggressività distruttiva e di slanci di compassione, di ubris e di pietas. Piaccia o meno, gli esseri umani sono così: complessi, ondivaghi e imprevedibili.

Giorgio Scerbanenco sosteneva invece che alla fin della fiera chi delinque non è mai così intelligente. Affermazione generica che ci conduce però verso un punto rilevante: la maggior parte dei delitti commessi nella realtà non sono il frutto di un diabolico piano premeditato fin nei minimi particolari. Le menti sopraffine dei supervillains, gli Hannibal Lecter, gli arcicriminali alla Moriarty sono invenzioni letterarie. Affascinanti, ma oggi sempre più impraticabili in uno scenario di narrazione minimamente realista. Gli assassini della cronaca uccidono in modo improvviso e improvvisato, talvolta maldestro. Vogliamo dirla brutalmente? Se non vengono scoperti è solo perché gli va di culo.

Gli assassini della cronaca odierna sembrano inoltre i primi a essere inconsapevoli di quanto hanno fatto. Nella maggior parte dei casi è il loro punto debole, talvolta dà loro un’incredibile resistenza alla pressione, perché non avvertono alcun cuore rivelatore battere sotto le assi dell’impiantito. Sono impreparati alle conseguenze del loro crimine, spesso si sono parati le spalle con alibi molto fragili. Il delitto li scaraventa indietro, ancora più duramente, nella crudele realtà da cui volevano fuggire eliminando la vittima. Più che la loro colpa (un sentimento a cui spesso sono totalmente estranei), negano l’evidenza. L’evidenza del loro irreparabile fallimento.

 

Ecco perché una crime story realista (e magari anche realistica) può oggi trovare il suo spazio anche fra il momento del delitto e il momento in cui il colpevole cede, si tradisce, confessa o viene scoperto in base a un protocollo investigativo privo di intuizioni sbalorditive. Che siano due ore, due giorni o due settimane, non importa. Broadchurch ci mostra come questo spazio possa contenere una storia bellissima, un piccolo grande universo di relazioni umane, autentico oggetto della nostra indagine. È il tempo sospeso in cui colpevoli, vittime e indagatori si ritrovano tutti ostaggio della verità. Una verità terribile e incombente, da occultare o da svelare, imminente ma inafferrabile. È cercando, temendo, aspettando questa verità che ogni personaggio scopre delle verità su se stesso.

In fondo non dimentichiamoci la lezione di Simenon: quando voleva consegnarci i ritratti più intimi (e indimenticabili) del borgomastro di Furnes, di Popinga che guardava passare i treni o del medico di campagna Charles Alavoine, lasciava da parte Maigret e i canoni del più classico whodunit.

Per noi del terzo millennio la situazione è divenuta assai più stringente. Le indagini poliziesche per come sono oggi rischiano di comprimere la narrazione, invece di farla sgorgare. Se prese come irrinunciabile baricentro della storia, sono più un ostacolo che uno strumento, sempre che vogliamo raccontare ciò che abbiamo detto di voler raccontare: gli abissi dell’animo umano o l’anima nera di una città, un quartiere, una comunità.
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Se l’indagine poliziesca uccide il giallo (1)

UFFICIO – INTERNO GIORNO

Una stanza scarna. Alle pareti lavagne di sughero, scaffalature ingombre di toner e di capsule per la macchinetta del caffè.

Durante un’intera giornata di riunione se ne sono andati un pacchetto di sigarette, due cartocci di imprecisate sostanze fritte e probabilmente anche una confezione di Maalox consumata nel segreto della toilette. La concentrazione di anidride carbonica è ormai incompatibile con la persistenza di forme di vita anche rudimentali.

Però il caso giallo di puntata c’è.

Gli snodi sono emotivamente forti.

La soluzione è dignitosamente originale.

Yay.

Domani tiriamo giù una bella scaletta.

Poi, mentre ognuno riavvolge il cavo del proprio pc, si sente una domanda, piccola e banale come il suono di una monetina caduta da una tasca.

“Ma la polizia non poteva capirlo subito dai tabulati telefonici?”

Quel rumorino è diventato come il rombo di una valanga in lontananza.

“Il colpevole mica è scemo. Ha lasciato il telefonino a casa.”

“Abbiamo detto che non è premeditato.”

“Come sarebbe non è premeditato?”

“E no. Dovendo ammazzare qualcuno, che già è difficile, pianificheresti di recidergli l’aorta con un mimipimer?”

“No, in effetti no.”

“Allora l’assassino aveva dimenticato il cellulare in carica a casa. Settiamo nella prima scena che è uno distratto.”

“No, meglio che sia, tipo, uno di quelli in fissa con le scie chimiche… rifugge il wi-fi e scansa come la peste i cellulari.”

“Rifugge il wi-fi? Ti ricordo che il nostro colpevole passa giornate intere sui siti porno.”

“Cambiamo.”

“Se cambiamo, addio il movente.”

“Ma porca di quella…”

“Fermi tutti. C’è stato un black-out del ripetitore sul palazzo. Mettiamo a scena 12 il portinaio alle prese con un nido di cicogne che ha…”

“Cicogne? Siamo in inverno.”

“Allora storni. Avete presente quanto cagano? Il guano degli storni ha danneggiato l’antenna.”

“Cagano sempre. Perché proprio quel giorno avrebbero…”

“Un’epidemia di dissenteria fra gli storni della città. Colpa dell’inquinamento. Polveri sottili, gas di scarico, falde acquifere e cose così… Introduciamo anche una bella tematica ambientalista.”

“Sì, dài. A scena 5 qualcuno tossisce in attesa a un semaforo, nella 8 una deiezione di storno piomba sul blazer del nostro e abbiamo risolto. Sembra una gag e invece è foreshadowing.

“Fa schifo.”

“Esagerato, è una cacchetta di storno…”

“Intendo ‘sta cosa. Fa schifo, ragazzi. Io ve lo dico: non ci vengo in riunione con il network a difendere gli storni cagoni.”

“Ma guarda che hanno una motivazione drammaturgica.”

“Hanno la diarrea.”

“Uhm. Mi sa che hai ragione.”

“Okay, dobbiamo trovare un’altra spiegazione. Perché non ha il cellulare?”

“Domattina la troviamo, sicuro.”

“Ora siamo stanchi.”

“Però che due palle ‘sti celllulari.”

STACCO SU…

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Ecco come le spietate leggi della drammaturgia rendono cinici gli sceneggiatori.

Questa è una conversazione tipo fra sceneggiatori di una serie poliziesca.

Vi giuro che non è neanche tanto romanzata.

Il problema è enorme. Tracce di DNA, cellulari, gps, mail e social network, telecamere di sorveglianza, badge, pagamenti elettronici. Inutile girarci attorno: è così che si beccano i colpevoli, oggi. Almeno nella realtà, dove talvolta persino i latitanti postano le foto delle loro vacanze su Facebook. Solo un uomo che vive secondo standard ottocenteschi potrebbe sfuggire alle maglie fitte di questa rete, e neppure quello gli basterebbe: dovrebbe essere anche invisibile e non lasciare mai in giro neppure un capello.

Esiste il caso, certo, e il caso talvolta aiuta i cattivi. Almeno nella realtà. Ma per il resto le indagini non prescindono più dalle inevitabili, spesso dettagliate, tracce che ognuno di noi lascia ogni volta che compie un’azione più complessa di uno sbadiglio.

Altra complicazione non da poco per qualsiasi narratore è che stiamo parlando di indagini visivamente spettacolari quanto una partita di rubamazzo.

A questo problema colossale, i giallisti del nuovo millennio hanno già tentato delle risposte. Una è il rifugio nel passato, con il persistente fiorire del giallo storico o di vicende che affondino le radici del proprio mistero nell’età pre-digitale (due esempi di grande fortuna commerciale? Donne che odiano le donne, La verità sul caso Québert).

L’altra è la strada seguita da molti autori di thriller americani e dai loro epigoni anche italiani. Ricorrono a super-villains intelligentissimi e abili a sfidare gli inquirenti ribaltando la partita: sono loro a giocare d’anticipo, usando la tecnologia a proprio vantaggio per confondere dati, identità, analisi scientifiche. Ma sono individui che, come dimostra la cronaca di ogni giorno, popolano la nostra esperienza quotidiana quanto gli unicorni, Goldrake o un idraulico che insiste per emettere fattura.

Esiste una soluzione che permetta invece alle crime story di rimanere minimamente ancorata al qui e all’oggi? Sì, ma ve ne parlo nel prossimo post. A domani.

La morte vista al contrario

Alcuni di voi lo sanno già. Per gli altri: in Cosa resta di noi c’è una coppia che, nonostante il ricorso alla procreazione assistita, non riesce ad avere un figlio. Lui si chiama Edo, lei si chiama Guia. A un certo punto, più meno fra le pagine 128 e 130, Guia scrive di quello che le sta succedendo.

 

La morte vista al contrario. Succede che capisco questo, un giorno, un giorno qualunque che non ho mal di testa, bene, però ho come dei nodi nei capelli, male, e forse pioverà, ma non capisco: guardo sopra di me e vedo solo un cielo vuoto. Mi dico che è così, in fondo, dài. Cosa ho, cosa abbiamo tutti sopra la testa? Un vuoto. Un vuoto cosmico, non si sa neanche dove finisce. Oppure, siccome è in espansione, finisce sempre un po’ più in là di dove stava finendo un secondo fa.

Il cielo è un modo romantico di vedere il vuoto cosmico al contrario. Però sempre vuoto è, questo sia chiaro.

La morte vista al contrario invece non è un cazzo romantica, ecco.

La morte è una vita che finisce, e fin qui siamo d’accordo tutti? Bene.

La morte vista al contrario è una vita che non solo non inizia, ma non riesce nemmeno a essere concepita. Neanche la prima scintilla, neanche quel piccolo bam!, neanche il progetto di una possibile vita, tre o quattro cellule che si piacciono, si organizzano per passare un po’ di tempo insieme e poi magari vediamo come va.

La morte vista al contrario è una vera merda.
La morte ti lascia i ricordi.
La vita che non inizia, vedete, neanche quelli.
Non ti lascia un viso, non ti lascia un odore, un modo di sospirare o di leccarsi il moccio del naso, uno scontrino da ritrovare quando infili tutte e due le mani nelle tasche vuote. Non ti resta nulla, nulla da piangere o rimpiangere.

La morte vista al contrario non è una mancanza. Magari. La mancanza è come l’impronta di una testa sul cuscino, ha una forma precisa. Magari, magari. La vorrei una mancanza, sarei pronta a tutto, dall’entrare in clausura a fare la battona in un parcheggio di autoarticolati. Che estasi, che dolore sereno sarebbe dannarsi o consacrarsi per una grande mancanza. Mi manca una mancanza, pensate che assurdo.

Ma la mancanza di qualcosa che non c’è mai stato? Già a dirlo, cazzo, anche questo è un assurdo. È un numero infinito di fantasmi possibili. Ogni volta un sospiro diverso, un modo diverso di leccarsi il moccio.

La morte vista al contrario è tipo il vuoto cosmico, senza confini, in continua espansione, io non lo posso saturare mai e quando dico mai intendo che mi risucchia per sempre, tipo Major Tom che si perde nello spazio dentro la sua navicella. Quando dico mai intendo, be’, almeno finché non muoio. E la morte vista dal verso giusto non mi mette il terrore che dovrebbe. Perché io sono vuota, e in questo vuoto anche il terrore soffoca, si spegne da sé.

Io sono vuota, ma quando sparirò nel vuoto avrò la mia ricompensa, yeah. Questa è la mia vittoria. Dite a mio marito che lo amo tanto, lui lo sa. Sono un eroe, ora. Come Major Tom.

(Cosa resta di noi, Sellerio, 2015).

“La nuit derrière moi”, encore des chroniques!

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Sur “Le Monde”

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« Tension narrative, force du propos et exigence littéraire… Ce roman inclassable à la beauté crépusculaire réunit le meilleur pour nous dévoiler le pire. » (Carrefour Savoirs)
« Il faut attendre la petite moitié du récit pour comprendre que le Toscan Giampaolo Simi ne nous emmène pas du tout là où l’on pensait. La mécanique qu’il déploie ensuite est un chef-d’œuvre à couper le souffler. » (Arnaud Gonzague – L’Obs)

« Avec ce roman à la construction magistrale, Giampaolo Simi entraîne le lecteur dans un engrenage diabolique où abondent les secrets inavouables, jusqu’au final… » Ouest France)

“… C’est une histoire tannée avec un savoir faire digne des plus grands. … Quelle construction du récit ! Une telle maîtrise dans l’art d’échafauder une histoire est tout bonnement diabolique.”  (Emotions)

“Être à ce point immergé dans les personnages est une expérience de lecture absolument marquante et dérangeante.” (Les Deblogueurs)

“Avec une écriture implacable, douce, ciblée et si bien réfléchie, l’auteur dresse un portrait tout en subtilité d’un homme fragile en quête de bonheur et de perfection.” (Paperblog)

“Faisant monter la tension, tandis que progressivement on s’attache aux personnages, l’auteur préserve le suspense avec une sacrée maîtrise. Captivant, ce polar de Giampaolo Simi ? C’est peu dire ! Une histoire intense par son sujet, remarquable par sa structure. (Action-Suspense)

“Sans oublier un sens du suspense parfaitement maîtrisé, doublé de personnages savoureux et d’un regard acéré, presque Chabrolien, sur la petite bourgeoisie de province, et vous avez là tous les ingrédients d’un excellent roman noir.” (Metronews)

“Avec La Nuit derrière moi, Simi signe l’un des meilleurs noirs transalpins de ces derniers temps.” (L’Italie à Paris)

“Simi domine son sujet, bâti un récit machiavélique sans en avoir l’air, avec une écriture parfois quasi documentaire mais qui n’oublie pas l’humour noir et le tragique.” (Quatresansquatre)

“Un bon thriller psychologique…” (Paris-Normandie)

“Un roman italien étonnant” (Actu du Noir)

“…Tout, du début à la fin, est incroyablement distillé, pesé, étudié pour que ça fasse mouche. Les alternances de rythmes sont les bonnes, la montée dramatique est redoutable, les zones d’ombre s’éclairent aux bons moments…”  (K-Libre)

“La nuit derrière moi”

imageEsce domani, 21 gennaio, l’edizione francese de “La notte alle mie spalle”. La pubblica Sonatine, un editore che in pochi anni ha saputo diventare un punto di riferimento per narrazioni intense ed eterodosse rispetto alle convenzioni del genere. L’ha tradotto con cura e passione Sophie Royère. La copertina, la vedete, è suggestiva. Qua (en français) trovate già le reazioni (devo dire lusinghiere) dei primi blogger. On y va!

Il libro-sveltina? Per me non è questo scandalo

Sono stati lanciati da pochi giorni i Distillati, collana di best seller (Giordano, Mazzantini, Grisham, Stieg Larsson fra i primi) proposti in versione sensibilmente ridotta (meno della metà delle pagine). La logica parrebbe quella degli “highlights” di una sintesi di Champions League, pensata per chi voglia gustarsi un libro famoso in un weekend senza perdersi niente dei momenti salienti e delle emozioni.
Vedremo quanti saranno i lettori amanti del libro-sveltina, ma intanto non pochi hanno gridato allo scandalo, paventando l’ennesimo passo verso il baratro della barbarie culturale, innalzando solenni o sdegnati lamenti funebri per la lettura.
Va detto che le versioni “abridged” (concise, ridotte) di un’opera letteraria non sono affatto una novità di questi nostri scellerati tempi. Sul Reader’s Digest, per esempio, l’idea che si potesse afferrare lo spirito e la forza di un grande libro tramite alcune pagine e tralasciandone altre, non è stata mai uno scandalo. Già nell’ultimo scorcio del millennio scorso, quando si trattava di letteratura sf, gialla o del fantastico destinata a collane economiche, i traduttori stessi avevano ampia licenza di tagliare, anche se gli autori si chiamavano Lovecraft, Matheson, Ballard. Insomma, se il problema è l’intangibilità del verbo autoriale, la sacralità del corpo-romanzo, i Distillati sono una novità soltanto da un punto di vista quantitativo. Qui, infatti, più che allo snellimento di un romanzo, siamo alla promessa di un testo quasi liofilizzato.

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Qualcuno ci aveva già pensato…

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Va anche detto che un libro potente o fortunato non è sempre necessariamente perfetto e asciutto. Se Frankenstein possiede ancora un innegabile ritmo,  molti di noi hanno apprezzato Dracula su versioni decisamente tagliate. E davvero nessuno di noi ha saltato le lunghe pagine di Tolkien dedicate alle canzoni di Tom Bombadil, in un momento in cui l’avventura è iniziata e il lettore digrigna i denti in un poi però se Sauron vi piomba sul collo alla terza strofa, io dico che ve lo siete meritato? Il tempo non è sempre e solo galantuomo, anche con i romanzi importanti. I posteri possono trovarli in alcune parti inutilmente faticosi perché pensati per un interlocutore profondamente diverso da loro.
Ma i Distillati sono libri giovani, andati in classifica appena pochi anni fa e l’esperienza promessa non è un assaggio propedeutico, ma è lo stesso piacere di lettura condensato in minor tempo. Come dire: andiamo subito al sodo, al netto di smancerie e preliminari.
Questo dovrebbe far riflettere in primo luogo gli autori dei romanzi, ai quali la versione all’inpiedi contro il muro delle loro opere suggerisce, in buona sostanza: “a conti fatti, potevi dire le stesse cose e suscitare le stesse emozioni con centocinquanta pagine di meno”. Da scrittore, vi assicuro che non suona come un complimento. Da lettore, davanti alle pagine di Fabio Volo o di E.L. James ho in effetti provato la stessa cosa. Ti capisco, avevi un’ideuzza striminzita e un bell’assegno che ballava sul tavolo come un’odalisca ma, amico, stai davvero menando il torrone. Non voglio sindacare i gusti di nessuno, ma per pagine e pagine in molti libri di successo non succede (il calambour è casuale, ma ormai ce lo lascio) assolutamente niente di nuovo. Non crediate che sia imperizia o pigrizia (almeno, non solo). Per i lettori di bestseller di oggi, distratti dalle notifiche su What’sApp e con una memoria RAM inversamente proporzionale a quella dei loro device, è fondamentale che un testo sia ripetitivo, che permetta loro di non perdersi mai nella vicenda con una navigazione continuamente assistita. Lo scrittore di successo ha capito che ogni tot pagine deve ribadire, rammentare, fare piccoli riepiloghi. Alcuni libri arrivano nella top ten proprio perché concepiti per essere letti in pillole, dieci pagine al giorno, nei momenti di stanchezza della giornata. Se solo provi un’immersione continuativa, non resisti più di una mezz’oretta. La leggera velocità di un singolo paragrafo si trasforma, paradossalmente, in una faticosa lentezza.
E quindi si riducono in pillole libri già pensati in pillole, in unità narrative brevi e talvolta persino autoconclusive, studiati per non affaticare un lettore debole in perenne debito di ossigeno. Libri che poi, a causa di un editing ormai sempre più compresso dalla catena di montaggio editoriale, sono ancora disseminati di scorie superflue (quante imperdibili sequenze di “Buongiorno”, “Buongiorno a lei”, “Si segga”, “Dove?”, “Lì”, “Grazie…” siamo costretti a leggere in tanti bestseller).
I lettori forti ed esigenti diranno che un romanzo veramente buono non dovrebbe essere affatto distillabile. Non importa se di cento pagine o di trecento, un’opera data alle stampe dovrebbe già essere un’essenza ottenuta con tutto l’amore e la pazienza di cui le cose buone e preziose hanno bisogno. È vero. Nel migliore dei mondi, però. E il nostro, ultimamente, neanche ci si avvicina,
Vedremo quindi se il lettore debole di oggi lo si conquisterà promettendogli di risparmiare tempo, dicendogli che la lettura di un best-seller non vale l’investimento di una quindicina di ore, al massimo due o tre (e, per quanto ho scritto sopra su alcuni libri da top ten, non mi pare né scandaloso né illogico).
Casomai, chiederei al nostro lettore debole questo: caro, anzi, carissimo lettore debole che prenoti le vacanze in sette minuti su internet, compri scarpe e cucine componibili da casa, prendi treni ad alta velocità o eviti lunghi spostamenti grazie a Skype, tu che scegli il ristorante senza doverne visitare dieci grazie a TripAdvisor, che paghi l’assicurazione con un semplice clic, il giorno che potrai sciropparti “Guerra e Pace” in tre ore, sedici minuti e ventisette secondi netti, si può sapere cosa mai avrai da fare di più bello e interessante in tutto questo tempo che hai risparmiato?