“Cosa resta di noi” vince il Premio Scerbanenco – La Stampa 2015

La motivazione della Giuria. Il Premio ricevuto dalle mani di Maurizio De Giovanni, un grande autore e un grande amico. E le due parole che sono riuscito a mettere insieme giovedì sera, al Palanoir di Courmayeur. La clip è di Francesco Freddi (grazie!).

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In finale!

 

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La notizia è di oggi: Cosa resta di noi  è nella cinquina dei libri che si contenderanno il Premio Scerbanenco – La Stampa durante il prossimo Noir in Festival di Courmayeur. Appuntamento quindi a giovedì 10 dicembre assieme agli altri autori finalisti: Raul Montanari, Grazia Verasani, Marcello Fois, Romano De Marco. A loro va il mio “in bocca al lupo”,  alla giuria e ai lettori che mi hanno votato in rete il mio grazie.

Qui la pagina del Courmayeur Noir in Festival con i dettagli.

Le date di novembre

UmbriaLibri2015 pisa

Le brume di novembre non fermano il tour di Cosa resta di noi.

Ecco dove sarò prossimamente:

Venerdì 6 novembre, ore 18 – PisaAl Pisa Book Festival, parlo di “Cosa resta di noi” assieme a Fabio Galati e Gianluca Monastra nel quadro degli incontri di Repubblica Caffè.

Domenica 8 novembre, ore 12.00 – Pisa. Palazzo dei Congressi, conversazione con Vanni Santoni, Luca Ricci e Francesco Recami nell’ambito del Pisa Book Festival.

Domenica 15 novembre, ore 16  – Perugia. Centro Monumentale di San Pietro, presentazione nell’ambito di UmbriaLibri.

Lunedì 16 novembre, ore 17  – Terni. Incontro con i lettori alla Biblioteca Comunale.

Venerdì 27 novembre, ore 21, Sant’Ambrogio di Valpolicella (VR) – Incontro presso il club delle Accanite Lettrici.

Sabato 28 novembre, orario da definire  – Castelnuovo di Garfagnana. Alla Fortezza di Mont’Alfonso, incontro nell’ambito di Garfagnana in Giallo.

Rispetto

“Simi ha un estremo rispetto per il lettore, anche quando lo mette di fronte alle scelte spesso sbagliate dei suoi personaggi.” Simonetta Bitasi su “La Gazzetta di Mantova” e “La Nuova Ferrara”.Simi Cosa resta di noi Gazzetta Mantova 4 10 15

Le scarpe di Lippi / Marcello Lippi’s boots

Ho avuto occasione di leggere questo racconto diverse volte, in italiano o in inglese, dopo tornei e partite con la maglia dell’Osvaldo Soriano Football Club (vedi foto). Ne ricordo almeno quattro: a Losanna (2008) Haifa (2013), Oslo (2014), Malmoe (2015). Ho pensato che, dopo tanti chilometri, sia venuta l’ora di fargli trovare casa. Qui sul blog.

Read the english version (many thanks to Mark Chu)

haifa 1Una domenica mattina di sole di qualche anno fa, Marcello Lippi ha tagliato il nastro di un polveroso campetto della periferia della mia città, Viareggio.  Da come me lo ricordo io è sempre stato arido e sabbioso – fatta eccezione per le bandierine dei corner, regolarmente ingoiate da una vegetazione amazzonica. Di diverse giovani promesse avviatesi a battere un calcio d’angolo al dodicesimo di un secondo tempo qualsiasi si è persa qualsiasi notizia.

Quella domenica mattina il campo veniva intitolato a Ilario Niccoli detto il ‘Carrara’,  fondatore, presidente, allenatore e magazziniere della Stella Rossa, nella quale hanno militato futuri calciatori di successo come Marcello Lippi e ancor più numerosi brocchi come il sottoscritto.

Ilario Niccoli era un tipo magro e nervoso. Aveva la mano destra mutilata di tre dita e una parte del volto sfigurata, si dice per l’esplosione di una mina americana rimasta sepolta sulla spiaggia all’indomani della Seconda Guerra Mondiale.

La Stella Rossa è stata una squadra forte e temuta. Alla fine degli anni Settanta ha avuto un’infornata di Allievi (gli under 16) capace di segnare in un campionato centoventiquattro goal subendone due (io ero ovviamente nell’annata successiva). La leggenda voleva che il portiere di quella squadra entrasse in campo con qualche albo di Alan Ford da tenere accanto al palo, per superare i momenti di solitudine più duri.

Penso ancora oggi che Ilario Niccoli coltivasse un feeling speciale e una sorta di sconsolata simpatia per noi brocchi. Anche quando, come faceva con me, ti urlava smanaccando dalla panchina “sei lento come la fame!”, un’informazione decisamente sensibile che l’ala sinistra avversaria, a mio modesto parere, avrebbe dovuto apprendere il più tardi possibile.

Se non eri uno bravo, potevi giocare solo in difesa. Ciononostante essere un buon difensore non era così facile. Ilario Niccoli aveva una terapia d’urto semplice ed efficace: tutta un’estate di preparazione atletica nella nostra pineta cittadina. Alla guida del suo vecchio Ciao, Ilario ci guidava per ore o ore di corsa, scatti e skip. Perché quando il tuo avversario è molto più bravo di te, la tua unica possibilità è che non arrivi mai sul pallone. E questo succederà solo se sul pallone ci arrivi prima tu.

Quelli bravi, invece, Ilario Niccoli sotto sotto li odiava. Un po’ perché, si sa, chi ha il dono immeritato del talento non lo sfrutta mai abbastanza. Un po’ perché tendevano a cazzeggiare agli allenamenti, a darsi delle arie, e in genere andavano molto male a scuola (succedeva invece che brocchi come me studiassero greco e latino, ragion sufficiente perché non mi venisse mai passato il pallone).

Certo, essere brocco aveva anche i suoi svantaggi. Oggi sento parlare di scooter regalati dalle società giovanili ai ragazzini talentuosi. Trent’anni fa ai talentuosi andavano i buoni per comprare gli scarpini, ai brocchi qualche volta le scarpe usate.

Fu così che un giorno Ilario Niccoli, dovendo rifilarmi un paio di Puma non esattamente di primo piede, mi disse che erano state appena smesse da Marcello Lippi. Forse era vero, forse era una bugia per non umiliarmi.

Io, ovviamente, non misi in dubbio la parola del mister. Altro che un paio di banali scarpe nuove. Io pensavo a tutti i campi importanti che avevano calcato, mi chiedevo se quei tacchetti avessero massaggiato anche le caviglie di Giancarlo Antognoni o Paolo Rossi.

Con quelle realizzai l’unico goal della mia carriera di terzino con visto di espatrio fino alla metà campo. Uno di quei goal che facevano i difensori di una volta. Si entrava in area avversaria di soppiatto, come in un salotto buono senza le pattine e, con l’aria di chi passa di lì per caso, si tentava la legnata di prima, senza cincischiare, con la fretta di uno che è uscito di casa senza aver chiuso la porta.

Una sera di pioggia riportai borsa e divisa alla sede della Stella Rossa, nient’altro che uno stanzino fumoso ricavato nel retro di un bar del centro. Per quattro anni ero rientrato presto il sabato sera perché la domenica mattina si giocava, spesso in orari che dovrebbero essere espressamente vietati dalla dichiarazione dei diritti universali dell’uomo. Sentivo che il sabato sera preferivo marcare stretto le mie compagne di Liceo, creature assai più imprevedibili di qualsiasi trequartista.

Quanto a Ilario Niccoli, un giorno arrivò, seduto di sbieco sulla sella del suo Ciao, davanti a un passaggio a livello. Dietro di lui sedeva un giovane portiere di dodici anni.

Il passaggio a livello era chiuso, ma lui volle passare lo stesso. Ancora oggi mi chiedo perché. E, purtroppo, non credo di essere il solo.

Qualcuno ha detto che non ci vedeva più da un occhio e che era diventato sordo.

Di sicuro quel treno gli arrivò addosso velocissimo. Non lento come certi terzini brocchi a cui solo lui era capace di insegnare almeno come si sta dignitosamente in campo.

House of Chigi

house of cards renzi spalla

Matteo Renzi: Frank, ho deciso di venire a New York a vedere la finale degli US Open.

Frank Underwood: Sicuro?

MR: Sicuro. È un evento storico per lo sport italiano. Un traguardo ottenuto da due donne. E poi voglio anche dare un segnale forte: non esiste solo il calcio, in Italia.

FU: La trovo una grande idea. E dimmi, Matteo, come vieni negli Stati Uniti?

MR: Con un volo di Stato. La mia è una rappresentanza istituzionale. Come quella di Pertini al Mundial 1982.

FU: Spero tu non abbia intenzione anche di farti immortalare sul volo di ritorno a giocare a Ruzzle con la Pennetta e la Vinci.

MU: Cosa intendi dire?

FU: Intendo dire che Pertini era Presidente della Repubblica, Matteo, non fare il furbo. Tu sei Capo del Governo, è tutta un’altra storia. Anzi, controlla che nessuno dei tuoi se ne esca con un parallelo così idiota sui media, okay?

MR: Non ti sento convinto, Frank.

FU: Un volo di Stato a spese del contribuente. Lo sai che ti salteranno alla gola, no?

MR: Tanto i gufi lo fanno tutti i giorni, Frank, non vedo il problema.

FU: Lo so, sono talmente disperati che si attaccano a tutto. Ciononostante lo faranno. E con la bava alla bocca.

MR: Ma… quando era al governo il centrodestra usavano i voli di Stato per mandare le ganze dal pedicure… e quell’altro della Lega si è fatto pagare dal contribuente le mutande verdi. Glielo ricorderò!

FU: Andiamo, Matteo, non servirà a niente. Il passato in Italia non conta, lo sai, e il passato è l’altro ieri. E poi pensa ai Cinque Stelle, a quelli basta nulla e si sentono Robespierre. In Rete scateneranno l’inferno.

MR: Faranno la figura dei guastafeste.

FU: Vero, ma non è la figura che faranno loro che ci interessa, Matteo. A noi interessa quella che farai tu.

MR: Non capisco. Andrò al match, durante le ore di volo lavorerò e tornerò a Roma subito.

FU: Matteo, mi confermi che tua moglie si è appena fatta ritrarre in coda per l’assegnazione della cattedra, in mezzo a tanti insegnanti qualunque?

MR: Naturalmente.

FU: Mossa superba, lasciatelo dire. Ma vedi, Matteo, un insegnante qualunque non può decidere di salire su un aereo da un giorno all’altro e andare a vedere la finale degli US Open. Probabilmente lo stipendio di un mese non gli basterebbe. Ora capisci cosa ti voglio dire?

MR: Okay, allora andrò da solo, eviterò in tutte le maniere che sembri una gita di famiglia.

FU: Per carità, Matteo, hai appena detto che vai a rendere omaggio a due campionesse donne e che fai, lasci la moglie a casa? Così combini un disastro.

MR: Ma allora che devo fare?

FU: Considera solo una cosa, Matteo. La maggior parte degli italiani rischiava di non vederla neanche in tv, quella finale, se non a pagamento. E tu che fai? Prendi un volo di Stato, vieni negli Stati Uniti sollevando un polverone di polemiche che agli occhi della gente otterranno un solo risultato: rovinare la gioia per un momento storico per lo sport italiano.

MR: Non ti seguo.

FU: Seguimi, invece. Finirai per diventare anche tu il guastafeste. Invece devono sentirti uno di loro, Matteo. La trasmettono in tv? E allora fai un bel tweet con la tua famiglia davanti alla tv. Niente cravatta, camicia con maniche arrotolate. Deve sembrare una pausa di lavoro, adesso mi segui?

MR: Frank, ma a me piaceva andare a New York!

FU: Me ne sbatto di quello che piace a te, Matteo. Sei Presidente del Consiglio! Niente ti impediva di continuare a occuparti di distribuzione di giornali e  volantini con la ditta di famiglia.

MR: Posso avere almeno un maxischermo?

FU: Sì, ma non esagerare. 42 pollici. Mettiti su una sedia, non in poltrona. I tuoi figli seduti per terra non sarebbe male, deve sembrare una piccola riunione di famiglia improvvisata, atmosfera informale, d’accordo?

MR: D’accordo.

FU: Qualche cartone di uno speedy pizza sarebbe perfetto.

MR: Speedy pizza, ok. Hai qualche consiglio anche sulle pizze?

FU: Niente di stravagante. Margherita e capricciosa, direi.

MR: Margherita e capricciosa, ok. Grazie, Frank, sei sempre prezioso.

FU: Non credere di sdebitarti con un “grazie”, Matteo. E goditi la partita.

Come ho capito il segreto del giallo scandinavo (e in soli tre giorni)

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Ebbene sì, a Malmoe un anonimo vandalo ha deturpato con scritte misteriose un salvagente. L’inquietante episodio sarà sicuramente l’inizio di un nuovo travolgente thriller a cavallo dell’Oresund.

Cari amici scandinavi,

che non avete idea di quanta epica salgariana ci sia nell’uscire di casa ogni mattina in auto senza sapere quando, come e se si raggiungerà una qualche destinazione

che non sapete cosa si prova a uscire di casa in bicicletta e rischiare la vita per come guidano tutti quelli che sono usciti di casa in auto e non sanno se, come e quando raggiungeranno una qualche destinazione

che non combattete per il privilegio di legare al palo la bicicletta, con due lucchetti per le ruote e uno per il sellino, perché qualcosa di nordico alla fine l’abbiamo importato: i ladri-ikea che rubano le bici a pezzi e se le rimontano comodamente a casa

che neppure controllate da lontano l’auto a noleggio che vi riconsegniamo, certi che il serbatoio sia pieno come quando l’abbiamo presa e sicuri che non abbiamo inciso i nomi delle nostre fidanzate sulla carrozzeria

che quando dovete costruire un quartiere nuovo prima di tutto chiamate degli urbanisti e degli architetti

che neanche quando bevete molto (e non di rado bevete come lavandini) siete capaci di devastare una piazza riducendola a un incrocio fra una latrina e una discarica

che siete del tutto indifferenti al piacere di sbarbare lampioni, rovesciare panchine e scrivere su ogni muro appena riverniciato cazzi vostri che nessuno capisce, per giunta con una sintassi da seconda elementare

che ricevete dallo stato prestazioni dignitose e in tempi ragionevoli, e non le considerate un colpo di culo, un privilegio strappato ad altri da festeggiare esultando nel segreto del vostro tinello

che avete avuto bisogno di Kierkegaard per scoprire l’angoscia e la disperazione connaturati all’esistenza umana, mentre qua basta tentare di prendere un treno regionale per andare al lavoro

Cari amici scandinavi, adesso finalmente credo di avervi capito.

Nelle vostre vite di tutti i giorni mancano tante, troppe occasioni per piccole suspense e grandi batticuori. Ecco perché avete passato gli ultimi quindici anni a scrivere centinaia di romanzi in cui nei sobborghi residenziali di Oslo si tagliano gole come neanche nella favela di Rocinha, storie che descrivono la torbida Norkoepping come crocevia di innominabili traffici, in cui ogni laghetto della Scania rigurgita di cadaveri e dove pure le alci risultano, dopo accurate indagini, parte di un oscuro complotto teso a distruggere l’umanità senza lasciare una sola cartaccia sul marciapiede.

Quando ascoltando “Thunder road” sognavo Viareggio come il New Jersey

A quarant’anni dall’uscita di Born to run mi va di riproporre un mio intervento apparso su Repubblica in occasione di un concerto di Bruce Springsteen a Firenze. Era il 2012 e nel video qui sotto vedete un saggio di cosa  successe quella sera allo Stadio Artemio Franchi.

Ogni volta che becco Thunder Road sull’autoradio, io la canto a squarciagola dall’inizio alla fine come se fossi sul palco del Madison Square Garden. So bene che a chi mi guarda da fuori sembro una specie di posseduto aggrappato a un volante, ma è più forte di me. Provo a spiegare perché scegliendo alcune parole. Poche.
Le prime tre sono: “Dusty beach road”.
Il “polveroso viale a mare” è nel New Jersey, dove fra le carcasse bruciate di vecchie Chevrolet aleggiano i fantasmi di tutti i ragazzi che Mary ha rifiutato. È la Mary che il giovane Springsteen di Thunder Road cerca di convincere a farsi un giro con lui grazie a geniali complimenti tipo: “Non sei una bellezza però, ehi, sei giusta.”
Io sono di Viareggio e in Versilia, almeno quanto a viali a mare, possiamo dire la nostra. E certe notti d’inverno, con il vento che solleva ondate di sabbia e senza un’anima in giro, l’atmosfera è più che spettrale. Per le carcasse di Chevrolet, il discorso è diverso. Quando ascoltai per la prima volta Thunder Road ci incrociavo al massimo qualche Panda smarmittata. Ma a diciotto anni questi sono dettagli di fronte alla possibilità di dare una dimensione epica a quella volta che la Mary di turno mi aveva dato il due di picche.
L’epica. Altra parola chiave. Quella del Boss è un’epica rock n’ roll, certo, ma pur sempre ingombrante, perché nell’epica le dimensioni contano. L’epica impone poi che tutto sia sempre una questione di vita o di morte. Solo dove l’oscurità avvolge sobborghi senza fine e le Interstate vanno via diritte per centinaia di miglia, si gioca ogni notte una finale senza rivincite. Ed è chiaro che per gli sconfitti non ci sarà altro destino che il nulla e il buio. Prendiamo invece Ligabue. Lui balla sul mondo dall’Atlantico all’Everest, poi però chiude con: C’è chi vince e c’è chi perde, noi balliamo casomai. Ma come casomai? Casomai è l’alzata di spalle che sbriciola qualsiasi epica, casomai è la parola che stabilisce oggi una insanabile differenza di orizzonti fra la via Emilia e la Route 66.
Per il resto, anche i concerti del Boss sono epici, senza per altro essere un luna park di laser e megaschermi. Sono epici perché, al di là delle tre ore in cui Springsteen suda e urla, sono ogni volta una storia, ogni volta diversa, densa e articolata.
La storia. Ultima parola chiave.
Ora che raccontare è anche il mio mestiere riconosco bene in Springsteen le zampate che solo i veri narratori sanno dare. E il suo modo di raccontare è maturato, come il Boss stesso dichiara, solo dopo la lettura dei romanzi della grande Flannery O’Connor. È dunque a romanzi come Il cielo è dei violenti  che dobbiamo l’asciutto e meraviglioso Darkness on the edge of town. O quella vera e propria antologia di racconti che è Nebraska, il disco cupo e solitario che precedette del muscolare successo di Born in the USA.
Per fare un esempio, prendo proprio Nebraska. Lì c’è la storia di uno che sta nei guai fino al collo dopo aver tentato la fortuna ai tavoli di Atlantic City, la Las Vegas della costa orientale. Dice alla sua donna di fidarsi, di farsi bella e le promette che presto fuggiranno assieme al caldo, là dove “la sabbia si fa d’oro”.
Ma dopo il secondo ritornello, mentre la chitarra e il mandolino si perdono in lontananza, si lascia sfuggire una raccomandazione dolcissima e terribilmente profetica.
“Mettiti le calze”, le sussurra, “la notte comincia a fare freddo”.

Da: La Repubblica.it
(26 maggio 2012) © RIPRODUZIONE RISERVATA

Chi moltiplica la fuffa?

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Kipple.

Si chiama così una delle grandi intuizioni di Philip K. Dick nel romanzo Gli androidi sognano le pecore elettriche?. Il kipple è tecnicamente spazzatura, ma è un tipo di spazzatura che cresce in continuazione, in modo spontaneo e del tutto misterioso. Non si tratta solo di rifiuti, ma anche di oggetti concepiti per una vita meno che effimera o destinati fin dall’origine alla più completa inutilità. Cose prodotte per il semplice scopo di essere prodotte e che, una volta buttate, continuano a ri-prodursi da sole, come se nel loro DNA avessero inglobato una sorta di trigger.

Kipple è dunque in parte traducibile anche come fuffa.

Philip Dick, lo sapete, non era proprio un ottimista. Uno dei personaggi del romanzo dichiara infatti che la guerra contro il kipple è una guerra persa. Per quanto uno possa fuggirla o arginarla, la fuffa è dunque destinata a vincere. Perché la fuffa è la perdita di senso, è il grado zero dell’energia, è l’entropia verso cui tende inesorabilmente l’universo intero. È esattamente la stessa paura che provo ormai ogni mattina accendendo il pc e ritrovandomi in mezzo a una mole spaventosa e variegata di fuffa.

Per fuffa intendo in primo luogo la quantità di dati senza fonte e senza uno straccio di verifica che ognuno di noi posta e ritwitta, convinto di fare un servizio di informazione alla comunità. Ma poi anche tutto quello produciamo in rete soltanto per esserci, per non far passare un giorno senza un nostro post, perché temiamo che i nostri amici virtuali si preoccupino o si dimentichino della nostra esistenza.

Accanto a tutte quelle imperdibili notizie che spaziano da “mi si è appena scheggiata un’unghia” a “il cielo sopra Bisceglie, ora!”, c’è infine la categoria dell’indignazione a pronta presa. Come resistere alla tentazione della standing ovation di quando uno commenta aspramente l’ultima dichiarazione di Salvini? Di quando si stigmatizza il libro pubblicato dal comandante della Concordia o le pensioni  a cinque zeri dei grand commis di Stato? O persino di quando si infierisce sulla performance di Tea Falco in “1992”?

In rete l’indignazione paga. Ed è pure emotivamente a gratis: molte delle cose che scriviamo nei nostri status, comodamente seduti nel nostro tinello, difficilmente avremmo il coraggio di ripeterle de visu all’interessato. Che sia uno pseudo-black bloc dai neuroni costipati, un senatore folkloristico, un monsignore oscurantista o un complottista patentato non importa, sui social abbiamo continuamente la ghiotta occasione di sentirci più umani di Salvini, più colti di Razzi, più progressisti di un alto prelato vicino all’Opus Dei. E capirai.

Sarà per questo che l’edizione on line di un grande quotidiano dedica una rubrica al “peggio della settimana”  – e non “al meglio”, per dire. Ma anche in ambito editoriale il kipple prolifera. Circolano spesso paragrafi di libri (anche di autori finalisti allo Strega, per dire) additati al pubblico ludibrio per una sintassi acrobatica che assume, estrapolata dal contesto, l’inconfondibile sapore della supercazzola. L’ho fatto anche io, lo ammetto. Mi è capitato di leggere cose che voi umani e non ho resistito. Pensavo di elevare una specie di disperato appello alla pubblica decenza, a non scaraventare sul mercato dei semilavorati sciatti e per giunta tronfi di velleità letterarie.

L’ho fatto, ma non lo farò mai più. Non serve allo scopo.

Questo gioco al massacro è solo un mostruoso ibrido fra Paperissima, i giochi del Colosseo e una gogna medievale.  Un gioco che riproduce e amplifica solo il peggio: gaffe, cadute di gusto, infortuni o estemporanee puttanate. È insomma il fattore secondo cui si moltiplica la fuffa. Perché poi, se quell’attrice è oggettivamente indifendibile, proprio continuare a bersagliarla la salverà (paradossalmente) dal trovarsi un’altra occupazione. Il rumore mediatico spingerà qualcuno a prendere le sue parti, per snobismo o per umana empatia verso la vittima di un linciaggio. Alla fine arriverà un regista che, per sfida o per presunzione,  le darà un ruolo da assoluta protagonista, contando in realtà proprio sull’effetto-Colosseo: migliaia di persone ansiose di vedere la disgraziata di turno fuggire inutilmente nell’arena, solo per avere conferma delle loro comode opinioni, e cioè che il leone del ridicolo e la tigre del fallimento la raggiungeranno e la sbraneranno.

E così, grazie ai nostri furibondi anatemi, colui che additiamo convintamente come pirla di turno oscurerà tutti coloro che sanno fare bene la propria arte o il proprio mestiere, di cui invece si parla sempre meno. La fuffa dunque ci seppellirà? Può darsi. Ma, a differenza del kipple, il meccanismo di moltiplicazione, seppur diabolico e forse incontrastabile, non è per niente misterioso.

I produttori di fuffa siamo noi.