Una lunga estate calda

libri spezia

Alessandra Buccheri parla di “Cosa resta di noi” su The blog around the corner.

Cecilia Lavopa lo recensisce su Contorni di noir.

Questo è invece il podcast della puntata di Fahrenheit del 15 luglio.

Il romanzo è in ristampa e molte sono le presentazioni già in programma per agosto e settembre.

Davvero una lunga estate calda, per un libro ambientato d’inverno.

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Amici, nemici, semplici conoscenti

I 21 modi“Da dove vengono allora i libri che gli editori pubblicano? Da autori noti, anche se sono alla loro opera prima. Una casa editrice ti prende in considerazione solo se ti conosce già. (…) La letteratura, e l’attività culturale in genere, è una attività sociale. Non esiste l’autore solitario e ignoto. (…) Uno scrittore capisce che cosa fa se si misura con chi ha già fatto e ne ascolta i giudizi. Se qualcuno aveva qualcosa da dire si sarà messo alla prova su una rivista minore, avrà partecipato a qualche convegno, discussione, conferenza, riunione cenacolare, avrà degli amici con cui avrà discusso, polemizzato, fatto baruffa. E pian piano il suo nome avrà cominciato a circolare, e il redattore editoriale avrà iniziato a conoscerlo.”

Sono parole scritte da Umberto Eco venticinque anni fa, nell’introduzione a 21 modi di non pubblicare un libro di Fabio Mauri (edito da Il Mulino), esilarante pamphlet che non manco mai di leggere agli aspiranti scrittori. E che consiglierei oggi anche a tutti coloro che, all’indomani di ogni maledetto Premio Strega, saltano su sventolando l’organigramma segreto della Casta (lui è amico di quello che era il fidanzato di quell’altra…) e ululano contro gli Amici degli Amici della Domenica.

“La letteratura è un’attività sociale”. Io ci provo ogni volta, sottolineando che non solo è la mia esperienza personale, ma che lo dice anche Umberto Eco. Eppure mi rendo conto che il messaggio non passa. Ed è davvero singolare. Non capisco come mai tanti aspiranti scrittori smaniosi di scalare le classifiche di vendita (perché oggi solo di questo si parla, siamo onesti) rifiutino di fare quello che qualsiasi imprenditore o professionista fa per sviluppare la propria attività: farsi conoscere, intessere faticosamente relazioni, ottenere fiducia, acquisire informazioni sui competitor  e sulla natura della competizione.

È una sorta di schizofrenia generata dalla troppa letteratura dozzinale che  germoglia come erba infestante sulla figura stessa dell’autore. Perché per certi versi sopravvive un’immagine dello scrittore ancora ottocentesca, quella cioè di un genio assoluto, estraneo alla miope barbarie del mercato, che risponde solo alla propria ispirazione e il cui talento è destinato a essere riconosciuto in modo spontaneo. Già, ma quando, e da chi? Dai posteri, come è successo a tanti grandissimi autori che leggiamo ancora oggi? Ma diamine che no, non è affatto divertente e ci si perde un sacco di feste, buffet e inviti in ristoranti stellati. Lo scrittore che oggi tutti vorrebbero essere è schivo e solitario, crea solo a patto di abbracciare un certo un numero faggi ogni mattina, oppure fa l’anonimo tatuatore scrivendo a tempo perso nella dimora avita o in uno studio parigino, certo. Ma nonostante questo, poveretto, ogni tanto arcigni funzionari del Grande Editore lo vanno a prelevare di forza per condurlo davanti alle telecamere di Fabio Fazio o alle folle osannanti del Festival Letteratura di Mantova.

Ovvio che una raffigurazione così bizzarra generi reazioni scomposte e contraddittorie. Come nel caso dei commenti contro Nicola Lagioia, fresco vincitore del Premio Strega e ben conosciuto da anni per il suo lavoro come editor, curatore, traduttore. Il suo libro può piacere o meno, ma è davvero questo il punto? Da quando essere conosciuti e stimati nell’ambiente significa automaticamente far parte di una Casta? E davvero credete che invece i Mauro Corona e i Fabio Volo siano dei naif, dei dilettanti di genio, alieni piombati da un altrove per sparigliare le carte nel vecchio mausoleo dell’editoria? Davvero pensate che l’autore più iconoclasta e apocalittico non passi le sue giornate a triturare i genitali del proprio ufficio stampa per quella recensione che non esce mai?

Intessere relazioni non equivale a essere scrittori validi, ma non può essere una colpa imperdonabile. Lo diventa solo grazie a una visione infantilistica e arrogante dello scrittore e dell’editoria, quella di chi colpevolizza a prescindere l’“attività sociale” di cui parla Eco.

C’è, piuttosto, un modello familista (già ampiamente teorizzato) che impregna il nostro sistema di circolazione delle idee rendendolo lento, sclerotico e resistente alle novità, che elegge a supremi criteri la conoscenza pregressa, il senso di appartenenza e la diffidenza verso l’estraneo. Ma additarlo come un problema solo del Grande Editore o dell’autore affermato è inesatto, scorretto e decisamente troppo comodo. Siccome le parole sono importanti e di parole stiamo discutendo, faremmo meglio a lasciar perdere il termine Casta, concetto fumoso quanto e più delle scie chimiche, e a riflettere sul perché l’Italia, anche quella delle persone più colte e liberali, ha una continua tendenza a strutturarsi in Clan. Clan più o meno estesi, più o meno potenti, ma che hanno tutti caratteristiche formali simili, gerarchie precise, logiche di contrapposizione e di orgoglio ancora feudali che impediscono scambi e collaborazione in nome di superiori interessi comuni. Clan di cui tutti noi, troppo spesso, finiamo per sentirci orgogliosamente parte, magari anche in nome di buone cause, di stime o di affetti del tutto sinceri.

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Recensioni, recensioni, recensioni

Qua siamo al bagno Colombo Alessandro, a Viareggio, con Michele Boroni (grazie a Laura Rapuano per la foto)

Qua siamo al Bagno Colombo Alessandro, a Viareggio. Nella penombra del tramonto, Michele Boroni mi sta intervistando (grazie a Laura Rapuano per la foto),

Antonio Calabrò recensisce Cosa resta di noi fra i gialli dell’estate su Il Giorno, 

Alessandro Morbidelli ne parla a lungo sul blog Liberidiscrivere.

Furio Ombri dedica un post al romanzo sul suo La Linea d’Hombre (con tanto di florilegio di frasi scelte).

Sul Canale 3 della Radio Svizzera, una recensione in podcast a cura di Antonella Janett.

Accurato e bello il post che dedica al libro il blog Leggere a lume di candela (avvertenza: si racconta un po’ di trama).

E se vi interessa cosa ne pensano i lettori, c’è anche la pagina Facebook.

Ci vediamo, quest’estate, in giro per l’Italia.

 

Tre blog recensiscono “Cosa resta di noi”

Simi cosa resta di noiSi sta facendo caldo. In tutti i sensi. Tre blog letterari parlano di “Cosa resta di noi”.

Mangialibri a firma di Elena Torre

The Blog Around The corner, nella rubrica di Valerio Calzolaio

Diario di pensieri persi, con una recensione di Stefania Cima

Un grazie a tutti loro e un piccolo avvertimento: essendo recensioni vere, di gente che ha lo strano vizio di  leggere i romanzi di cui scrive, entrano nel merito della trama. Se qualcuno di voi non desidera neanche il più piccolo spoiler, vada avanti cauto, riga per riga.

Al Salone del Libro di Torino: dove e quando mi troverete

Simi cosa resta di noiVenerdì 15 maggio, alle ore 17,30, sarò allo Stand della Regione Toscana per un’intervista.

Sabato 16 maggio,  alle ore 10,30 sarò in campo con l’Osvaldo Soriano Football Club al Cit Turin, nel tradizionale derby contro la squadra degli editori, per una partita che ha come scopo la raccolta di libri per le biblioteche scolastiche.

Sabato 16 maggio, alle ore 19, c’è invece la presentazione de Il giorno perduto. Racconto di un viaggio all’Heysel, di Gian Luca Favetto e Anthony Cartwright Intervengo assieme a Paolo Verri e ad altri amici dell’Osvaldo Soriano football club.  Ci vediamo quindi all’Independents’ corner.

Sempre sabato, dalle 23 in poi, festeggeremo assieme a tutti gli amici dell’Osvaldo Soriano Football Club le nuove uscite dei nostri libri. Ci saranno sicuramente Gianluca Favetto e Francesco Forlani. Ci troviamo alla Libreria Il Ponte sulla Dora.

Domenica 17 maggio alle 12,00, nell’ambito del Salone del Libro di Torino, c’è un incontro dal titolo La banda giallacon Marco MalvaldiAntonio ManziniFrancesco RecamiAlessandro RobecchiGaetano Savatteri. Presenta Santo Piazzese e succede tutto alla Sala Gialla.

Il 14 maggio in libreria

Simi cosa resta di noiBuon primo maggio. Iniziamo il mese con le belle notizie.

Il mio nuovo romanzo si intitola Cosa resta di noi. Sarà in libreria per Sellerio, fra due settimane. La sua prima uscita ufficiale avverrà nell’ambito di un incontro collettivo al Salone del Libro di Torino. Sala gialla, domenica 17 alle 12. Sarò insieme ad altri autori Sellerio come Marco Malvaldi, Gaetano Savatteri, Antonio Manzini, Alessandro Robecchi, Francesco Recami, Santo Piazzese.

Qua intanto trovate la scheda sul sito dell’editore. A breve il calendario con le prime presentazioni. Io intanto vi aspetto lì, vicino alla battigia.

Le parole sono importanti (ultimo post sul Premio Camaiore di Letteratura Gialla)

Camaiore, agosto. Alla finale del Premio di Letteratura Gialla con Piergiorgio Pulixi.

Camaiore, 2013. Alla finale del Premio di Letteratura Gialla con Piergiorgio Pulixi.

Insomma, Il Premio Giallo tornerà nel 2015. “Sicuramente. Si tratta di uno ‘stop and go’. Ci fermiamo per un anno per ripartire con rinnovate energie e nuove collaborazioni per il 2015.”

Sono parole del Sindaco di Camaiore Alessandro Del Dotto in un’intervista a “Il Tirreno” del 14 giugno 2014. Nella stessa intervista annunciava imminenti sinergie con l’assessorato alla Cultura del Comune di Viareggio. Il 22 giugno Del Dotto scriveva allo stesso quotidiano di essersi confrontato con “amici, studiosi ed esperti del settore” per dare nuova linfa ai premi letterari di Camaiore. Concludeva la lettera dicendo che “l’attenzione per gli appassionati del giallo non sparirà” e che prendeva “il tempo necessario di capire meglio e formulare una proposta nuova” per ragioni di “serietà e onestà intellettuale”.

Oggi è il 26 aprile 2015. È il periodo dell’anno in cui il Premio Camaiore di Letteratura Gialla iniziava a mettersi in moto per decidere i propri finalisti. Da parte mia è arrivato il momento di chiudere anche formalmente questo capitolo. Dal 30 aprile non sarò più amministratore della pagina Facebook del Premio. Mi pareva giusto lasciarci mettendo di fronte il Sindaco Del Dotto alle sue parole di pochi mesi fa.
Ma prima di congedarmi, c’è anche qualcun altro che desidero mettere di fronte alle proprie parole. Si tratta della signora Rosanna Lupi. Vi chiederete chi è. Bene, la signora Rosanna Lupi è la moglie di Francesco Belluomini, Presidente del Premio Letterario Camaiore riservato alla Poesia, nonché segretaria del Premio stesso. Il Premio è giunto alla ventisettesima edizione e il sindaco Del Dotto lo ha definito “di tradizione consolidata”. Ecco nel 2011 come la signora Lupi commentava su un sito l’ufficializzazione della rosa dei nostri finalisti (fra cui due autori come Marco Malvaldi e Maurizio De Giovanni):

24-06-2011 / ROSANNA LUPI
Che tristezza! Che squallore!!!
Il link: http://www.loschermo.it/articoli/view/35456

Pochi mesi dopo invece commentava la vittoria di Maurizio De Giovanni con “Il giorno dei morti”:

rosanna lupi
domenica 4 settembre 2011 alle 10:54:57
Il 2 settembre a Camaiore é stato battezzato come ‘Il giorno dei morti’. Anticipando di 2 mesi la ricorrenza storica! Altresì ripropongo oggi la rilettura di una grande opera quale: ‘I MISERABILI’…

Il link: http://www.viareggino.com/news/2011/09/03/maurizio-de-giovanni-vince-il-premio-camaiore-letteratura-gialla-2011/17865/1/

Ma il meglio lo raggiungeva nell’agosto del 2012, con questa veemente invettiva:

Simi caro, volevi il lecca lecca e lo hai avuto. contento? E’ facile vivere sugli allori di testate di respiro mondiale e di formule popolari gloriose con alle spalle la politica che ti sorregge e non solo. Nella tua malsana smania di protagonismo e di sgomitare, viaggiando sugli equivoci, cerca un attimino di riflettere, se ti é possibile. Mi spiace deluderti, so di darti un grande dolore, ma il prossimo anno anche un’altro Premio Camaiore, nello stesso Comune, festeggerà però 25 edizioni. Ora sicuramente manipolerai come sempre le situazioni e squinzaglierai i tuoi scagnozzi perché hai timore di non apparire te protagonista. […] Lavora, suda, guadagnati la gloria sul campo (senza vivere di luce riflessa) e vedrai che con il tuo lavoro, il tuo impegno, se portati avanti con onestà intellettuale, raggiungerai sicuramente quei traguardi a cui tanto ambisci! Rosanna Lupi segr. Premio Camaiore

Il link: http://www.viareggino.com/news/2012/08/23/al-via-la-nona-edizione-del-premio-camaiore-di-letteratura-gialla/25091/1/

Ricordo che per questa dichiarazione valutai l’idea di una querela, ma alla fine pensai che il Comune di Camaiore mi pagava per organizzare bene un’iniziativa culturale, non per perdere tempo in beghe che mi sembravano insensate e piuttosto inopportune.
Inopportune perché anche la signora Lupi e il marito Francesco Belluomini ricevevano (e ricevono) soldi pubblici dallo stesso Comune per organizzare il Premio Letterario di poesia. Ne hanno ricevuti (e ne riceveranno) molti più di me. Per darvi un’idea, l’indennità del Presidente Belluomini nell’anno 2014 è stata stabilita in 15.000 euro (Deliberazione della Giunta Municipale n.156 dell’8 maggio 2014), mentre il mio compenso era di 3.500. Per la scorsa edizione del Premio Letterario riservato alla poesia sono stati spesi 57.000 euro (Atto della Giunta Municipale n. 40 in data 14 febbraio 2014), per il 2015 ne sono appena stati stanziati 45.000 (deliberazione di Giunta Comunale n. 97 del 18/03/2015). L’intero budget del Premio Giallo si aggirava fra i 15.000 e i 17.000 euro.
Non ho quindi mai davvero capito, per dirla alla romana, cosa je rodeva a questi qua e come mai la segreteria di un Premio più ricco si mettesse a insolentire me e a gettare discredito sul Premio di Letteratura Gialla. Sono inoltre convinto che chi rappresenta un’iniziativa culturale “di consolidata tradizione” dovrebbe evitare certe dichiarazioni e certi toni – e se possibile evitare anche di sbagliare l’accento su “é”, di scrivere “squinzagliare” e di mettere l’apostrofo a “un’altro”.
Mi sono infine chiesto perché nessun assessore e nessun sindaco abbia mai invitato la signora Lupi a non denigrare pubblicamente una manifestazione organizzata dal Comune di Camaiore stesso.
Lascio a ognuno la possibilità di trovare le risposte a questi misteri poco gloriosi.
Qualche mese fa io ho scritto che sarei passato oltre e così ho fatto.
So che con tutti voi, amici del Premio Camaiore di Letteratura Gialla, avremo presto tante belle occasioni di rivederci in giro per l’Italia.

#ioleggoperché

Io leggo perché in un libro si incontrano pagine come questa.

lavversarioSembrava destinata a una vita come tante, una parabola tracciata a priori […]: studi superiori ma senza grosse pretese, nell’attesa di trovare un marito solido e simpatico come lei: due o tre bei bambini da crescere con saldi princìpi e in allegria; una villetta nella periferia residenziale, con una cucina ben attrezzata; grandi feste in occasione del Natale e dei compleanni, con nonni e nipotini; un gruppo di amici affiatati; un tenore di vita in progressione moderata ma costante; poi i figli che se ne vanno l’uno dopo l’altro, i loro matrimoni, la camera del maggiore trasformata in sala da musica, perché finalmente hai tempo di ricominciare a suonare il piano; tuo marito che va in pensione, e a un tratto ti accorgi che gli anni sono volati, cominci ad avere qualche momento di tristezza, a trovare la casa troppo grande, le giornate troppo lunghe, le visite dei figli troppo rare; ripensi a quel tizio con cui hai avuto una breve avventura, l’unica, appena passata la quarantina, i segreti, l’euforia, i sensi di colpa, allora ti senti uno schifo, e poi hai scoperto che anche tuo marito aveva avuto una relazione, aveva addirittura pensato al divorzio; quando arriva l’autunno cominci a rabbrividire, è già il giorno dei Morti; finché, facendo un esame di routine, scopri all’ìimprovviso di avere un cancro; ecco, è finita, nel giro di qualche mese sarai sottoterra.

Emmanuel Carrère, L’Avversario, Adelphi 2013, traduzione di Eliana Vicari Fabris

Writing with the Boss

Ho scoperto Bruce Springsteen una notte, sulla RAI. Anche se il giorno dopo avevo il compito di greco, tiravo tardi per vedere “Mister Fantasy” di Carlo Massarini. Erano gli albori del videoclip. In ogni puntata c’era qualcosa di nuovo e fantastico. Sarà stato il 1980 o giù di lì. Springsteen aveva già scritto dei capolavori, ma in Italia era sconosciuto al grande pubblico. Mandarono in onda una versione a dir poco epica di Thunder Road sottotitolata in italiano. Perché era rock’n roll puro, sì, ma c’era anche la storia, come in Guthrie e Dylan. In quel momento mi ritrovai davanti quello che uno psicologo definirebbe il mio eroe aspirazionale. A un certo punto Springsteen diceva alla sua Mary: “Non sei una bellezza, ma sei una giusta”. Ecco, io a quindici anni volevo essere capace di dire una frase del genere a una ragazza – per convincerla a fuggire insieme, ovvio. Non potevo sapere di aver davanti quello che oggi, a qualche decennio di distanza, considero un grande narratore e il mio intellettuale di riferimento. Lo dico perché ho appena finito di revisionare il mio nuovo romanzo. Ve lo ricordate Alta Fedeltà? In queste settimane, ogni volta che scrivevo o rileggevo una frase, mi immaginavo il boss, seduto accanto alll’ampli con la sua Telecaster che mi fissava e mi diceva: “ok, è buona” oppure “ci devi ancora lavorare”.

Recentemente ho rivisto The Promise, il documentario che racconta come nacque Darkness on the edge of town, il suo LP che più di tutti si avvicina al concetto di “perfezione”. Ogni canzone è un racconto, tutte insieme fanno un romanzo. Dopo il successo di  Born to Run, l’America aspettava in gloria il nuovo disco di Springsteen, ma lui si era intignato in una disputa legale con il suo manager. Voleva essere padrone della sua musica e l’ebbe vinta a caro prezzo. Uscì, dopo mesi di lavoro estenuante, con un album asciutto, tagliente e a tratti desolato. L’opposto di quello che ci si aspettava da lui. Aveva registrato settanta pezzi e fra questi, si riconosceva subito, c’era anche il singolo che avrebbe spaccato in ogni radio. Springsteen però lo tenne fuori. Non voleva una canzone che oscurasse tutte le altre. Darkness on the edge of town era un romanzo e andava letto tutto insieme, o niente. La canzone non era un capitolo di quel romanzo e la fece ascoltare a Patti Smith perché la completasse e la incidesse lei. La canzone era Because the night. Non è perché riempie gli stadi. Non è perché a sessant’anni suonati fa ancora tre ore di concerto e si magna in un boccone gente di cui potrebbe essere il papà. Springsteen è il mio intellettuale di riferimento perché incarna la mia idea di rigore e onestà intellettuale.
Certe volte mi affeziono a una frase a effetto per puro narcisismo, o solo perché mi è comunque costata tempo e fatica, o perché penso che possa essere usata come hit single, finisca sulle bacheche di Facebook e possa così accreditarmi come scrittore figo. In quei momenti, tac, mi appare lui che sgrana un accordino con la Telecaster e sussurra: “sei proprio sicuro che sia essenziale?”. E io ci penso su, perché lui ebbe il coraggio di scartare un grande hit single che non faceva parte del suo discorso narrativo. Dai giorni, anzi, dalle notti di Mister Fantasy sono passati molti anni. Oggi gli scrittori sono parte integrante del circuito dell’intrattenimento come le popstar e i personaggi televisivi. Ma ne rappresentano l’anello debole. Salvini teme più un twit di Fedez che un pezzo di Gramellini, e per mettere in guardia Landini è più efficace un tackle scivolato di Lorenzo Jovanotti che un affondo di Francesco Piccolo. Gli scrittori si ritrovano allora a frugare nell’armamentario polveroso che fu delle pop star più controverse e litigiose. Finiscono per accettare qualsiasi polemica o contraddizione pur di tenere la testa fuori, sopra il baccano di fondo che minaccia ogni giorno di sommergerli. Ecco perché Busi spara sul Premio Strega con la stessa cazzimma con cui quaranta anni fa Keith Richards sfasciava una camera d’albergo. Ecco perché anche Erri De Luca non compie un capolavoro di stile quando definisce gli iintellettuali italiani pavidi e conformisti – ma dài, sul serio? – proprio il giorno in cui scopre che non si muovono per dare solidarietà a lui. E non è che all’estero siano più seri di noi. Dieci giorni fa James Ellroy ha mostrato a tutti come si promuove un romanzo in uscita: si rilasciano interviste infarcite di dichiarazioni provocatorie e di frasi a effetto. I giornali hanno bisogno di un buon titolo come le radio hanno bisogno dell’hit single da tre minuti e mezzo. Di fronte a tutto questo, qualsiasi intervista di Springsteen, il boss, l’animale da stadio, il jersey devil o come lo volte chiamare, suona limpida come un distillato di pacatezza, rigore e sana autoironia. Anche quest’ultima una virtù che gli scrittori costretti a imitare le popstar di quarant’anni fa non possono più permettersi.