Al Salone del Libro di Torino: dove e quando mi troverete

Simi cosa resta di noiVenerdì 15 maggio, alle ore 17,30, sarò allo Stand della Regione Toscana per un’intervista.

Sabato 16 maggio,  alle ore 10,30 sarò in campo con l’Osvaldo Soriano Football Club al Cit Turin, nel tradizionale derby contro la squadra degli editori, per una partita che ha come scopo la raccolta di libri per le biblioteche scolastiche.

Sabato 16 maggio, alle ore 19, c’è invece la presentazione de Il giorno perduto. Racconto di un viaggio all’Heysel, di Gian Luca Favetto e Anthony Cartwright Intervengo assieme a Paolo Verri e ad altri amici dell’Osvaldo Soriano football club.  Ci vediamo quindi all’Independents’ corner.

Sempre sabato, dalle 23 in poi, festeggeremo assieme a tutti gli amici dell’Osvaldo Soriano Football Club le nuove uscite dei nostri libri. Ci saranno sicuramente Gianluca Favetto e Francesco Forlani. Ci troviamo alla Libreria Il Ponte sulla Dora.

Domenica 17 maggio alle 12,00, nell’ambito del Salone del Libro di Torino, c’è un incontro dal titolo La banda giallacon Marco MalvaldiAntonio ManziniFrancesco RecamiAlessandro RobecchiGaetano Savatteri. Presenta Santo Piazzese e succede tutto alla Sala Gialla.

Il 14 maggio in libreria

Simi cosa resta di noiBuon primo maggio. Iniziamo il mese con le belle notizie.

Il mio nuovo romanzo si intitola Cosa resta di noi. Sarà in libreria per Sellerio, fra due settimane. La sua prima uscita ufficiale avverrà nell’ambito di un incontro collettivo al Salone del Libro di Torino. Sala gialla, domenica 17 alle 12. Sarò insieme ad altri autori Sellerio come Marco Malvaldi, Gaetano Savatteri, Antonio Manzini, Alessandro Robecchi, Francesco Recami, Santo Piazzese.

Qua intanto trovate la scheda sul sito dell’editore. A breve il calendario con le prime presentazioni. Io intanto vi aspetto lì, vicino alla battigia.

Le parole sono importanti (ultimo post sul Premio Camaiore di Letteratura Gialla)

Camaiore, agosto. Alla finale del Premio di Letteratura Gialla con Piergiorgio Pulixi.

Camaiore, 2013. Alla finale del Premio di Letteratura Gialla con Piergiorgio Pulixi.

Insomma, Il Premio Giallo tornerà nel 2015. “Sicuramente. Si tratta di uno ‘stop and go’. Ci fermiamo per un anno per ripartire con rinnovate energie e nuove collaborazioni per il 2015.”

Sono parole del Sindaco di Camaiore Alessandro Del Dotto in un’intervista a “Il Tirreno” del 14 giugno 2014. Nella stessa intervista annunciava imminenti sinergie con l’assessorato alla Cultura del Comune di Viareggio. Il 22 giugno Del Dotto scriveva allo stesso quotidiano di essersi confrontato con “amici, studiosi ed esperti del settore” per dare nuova linfa ai premi letterari di Camaiore. Concludeva la lettera dicendo che “l’attenzione per gli appassionati del giallo non sparirà” e che prendeva “il tempo necessario di capire meglio e formulare una proposta nuova” per ragioni di “serietà e onestà intellettuale”.

Oggi è il 26 aprile 2015. È il periodo dell’anno in cui il Premio Camaiore di Letteratura Gialla iniziava a mettersi in moto per decidere i propri finalisti. Da parte mia è arrivato il momento di chiudere anche formalmente questo capitolo. Dal 30 aprile non sarò più amministratore della pagina Facebook del Premio. Mi pareva giusto lasciarci mettendo di fronte il Sindaco Del Dotto alle sue parole di pochi mesi fa.
Ma prima di congedarmi, c’è anche qualcun altro che desidero mettere di fronte alle proprie parole. Si tratta della signora Rosanna Lupi. Vi chiederete chi è. Bene, la signora Rosanna Lupi è la moglie di Francesco Belluomini, Presidente del Premio Letterario Camaiore riservato alla Poesia, nonché segretaria del Premio stesso. Il Premio è giunto alla ventisettesima edizione e il sindaco Del Dotto lo ha definito “di tradizione consolidata”. Ecco nel 2011 come la signora Lupi commentava su un sito l’ufficializzazione della rosa dei nostri finalisti (fra cui due autori come Marco Malvaldi e Maurizio De Giovanni):

24-06-2011 / ROSANNA LUPI
Che tristezza! Che squallore!!!
Il link: http://www.loschermo.it/articoli/view/35456

Pochi mesi dopo invece commentava la vittoria di Maurizio De Giovanni con “Il giorno dei morti”:

rosanna lupi
domenica 4 settembre 2011 alle 10:54:57
Il 2 settembre a Camaiore é stato battezzato come ‘Il giorno dei morti’. Anticipando di 2 mesi la ricorrenza storica! Altresì ripropongo oggi la rilettura di una grande opera quale: ‘I MISERABILI’…

Il link: http://www.viareggino.com/news/2011/09/03/maurizio-de-giovanni-vince-il-premio-camaiore-letteratura-gialla-2011/17865/1/

Ma il meglio lo raggiungeva nell’agosto del 2012, con questa veemente invettiva:

Simi caro, volevi il lecca lecca e lo hai avuto. contento? E’ facile vivere sugli allori di testate di respiro mondiale e di formule popolari gloriose con alle spalle la politica che ti sorregge e non solo. Nella tua malsana smania di protagonismo e di sgomitare, viaggiando sugli equivoci, cerca un attimino di riflettere, se ti é possibile. Mi spiace deluderti, so di darti un grande dolore, ma il prossimo anno anche un’altro Premio Camaiore, nello stesso Comune, festeggerà però 25 edizioni. Ora sicuramente manipolerai come sempre le situazioni e squinzaglierai i tuoi scagnozzi perché hai timore di non apparire te protagonista. […] Lavora, suda, guadagnati la gloria sul campo (senza vivere di luce riflessa) e vedrai che con il tuo lavoro, il tuo impegno, se portati avanti con onestà intellettuale, raggiungerai sicuramente quei traguardi a cui tanto ambisci! Rosanna Lupi segr. Premio Camaiore

Il link: http://www.viareggino.com/news/2012/08/23/al-via-la-nona-edizione-del-premio-camaiore-di-letteratura-gialla/25091/1/

Ricordo che per questa dichiarazione valutai l’idea di una querela, ma alla fine pensai che il Comune di Camaiore mi pagava per organizzare bene un’iniziativa culturale, non per perdere tempo in beghe che mi sembravano insensate e piuttosto inopportune.
Inopportune perché anche la signora Lupi e il marito Francesco Belluomini ricevevano (e ricevono) soldi pubblici dallo stesso Comune per organizzare il Premio Letterario di poesia. Ne hanno ricevuti (e ne riceveranno) molti più di me. Per darvi un’idea, l’indennità del Presidente Belluomini nell’anno 2014 è stata stabilita in 15.000 euro (Deliberazione della Giunta Municipale n.156 dell’8 maggio 2014), mentre il mio compenso era di 3.500. Per la scorsa edizione del Premio Letterario riservato alla poesia sono stati spesi 57.000 euro (Atto della Giunta Municipale n. 40 in data 14 febbraio 2014), per il 2015 ne sono appena stati stanziati 45.000 (deliberazione di Giunta Comunale n. 97 del 18/03/2015). L’intero budget del Premio Giallo si aggirava fra i 15.000 e i 17.000 euro.
Non ho quindi mai davvero capito, per dirla alla romana, cosa je rodeva a questi qua e come mai la segreteria di un Premio più ricco si mettesse a insolentire me e a gettare discredito sul Premio di Letteratura Gialla. Sono inoltre convinto che chi rappresenta un’iniziativa culturale “di consolidata tradizione” dovrebbe evitare certe dichiarazioni e certi toni – e se possibile evitare anche di sbagliare l’accento su “é”, di scrivere “squinzagliare” e di mettere l’apostrofo a “un’altro”.
Mi sono infine chiesto perché nessun assessore e nessun sindaco abbia mai invitato la signora Lupi a non denigrare pubblicamente una manifestazione organizzata dal Comune di Camaiore stesso.
Lascio a ognuno la possibilità di trovare le risposte a questi misteri poco gloriosi.
Qualche mese fa io ho scritto che sarei passato oltre e così ho fatto.
So che con tutti voi, amici del Premio Camaiore di Letteratura Gialla, avremo presto tante belle occasioni di rivederci in giro per l’Italia.

#ioleggoperché

Io leggo perché in un libro si incontrano pagine come questa.

lavversarioSembrava destinata a una vita come tante, una parabola tracciata a priori […]: studi superiori ma senza grosse pretese, nell’attesa di trovare un marito solido e simpatico come lei: due o tre bei bambini da crescere con saldi princìpi e in allegria; una villetta nella periferia residenziale, con una cucina ben attrezzata; grandi feste in occasione del Natale e dei compleanni, con nonni e nipotini; un gruppo di amici affiatati; un tenore di vita in progressione moderata ma costante; poi i figli che se ne vanno l’uno dopo l’altro, i loro matrimoni, la camera del maggiore trasformata in sala da musica, perché finalmente hai tempo di ricominciare a suonare il piano; tuo marito che va in pensione, e a un tratto ti accorgi che gli anni sono volati, cominci ad avere qualche momento di tristezza, a trovare la casa troppo grande, le giornate troppo lunghe, le visite dei figli troppo rare; ripensi a quel tizio con cui hai avuto una breve avventura, l’unica, appena passata la quarantina, i segreti, l’euforia, i sensi di colpa, allora ti senti uno schifo, e poi hai scoperto che anche tuo marito aveva avuto una relazione, aveva addirittura pensato al divorzio; quando arriva l’autunno cominci a rabbrividire, è già il giorno dei Morti; finché, facendo un esame di routine, scopri all’ìimprovviso di avere un cancro; ecco, è finita, nel giro di qualche mese sarai sottoterra.

Emmanuel Carrère, L’Avversario, Adelphi 2013, traduzione di Eliana Vicari Fabris

Writing with the Boss

Ho scoperto Bruce Springsteen una notte, sulla RAI. Anche se il giorno dopo avevo il compito di greco, tiravo tardi per vedere “Mister Fantasy” di Carlo Massarini. Erano gli albori del videoclip. In ogni puntata c’era qualcosa di nuovo e fantastico. Sarà stato il 1980 o giù di lì. Springsteen aveva già scritto dei capolavori, ma in Italia era sconosciuto al grande pubblico. Mandarono in onda una versione a dir poco epica di Thunder Road sottotitolata in italiano. Perché era rock’n roll puro, sì, ma c’era anche la storia, come in Guthrie e Dylan. In quel momento mi ritrovai davanti quello che uno psicologo definirebbe il mio eroe aspirazionale. A un certo punto Springsteen diceva alla sua Mary: “Non sei una bellezza, ma sei una giusta”. Ecco, io a quindici anni volevo essere capace di dire una frase del genere a una ragazza – per convincerla a fuggire insieme, ovvio. Non potevo sapere di aver davanti quello che oggi, a qualche decennio di distanza, considero un grande narratore e il mio intellettuale di riferimento. Lo dico perché ho appena finito di revisionare il mio nuovo romanzo. Ve lo ricordate Alta Fedeltà? In queste settimane, ogni volta che scrivevo o rileggevo una frase, mi immaginavo il boss, seduto accanto alll’ampli con la sua Telecaster che mi fissava e mi diceva: “ok, è buona” oppure “ci devi ancora lavorare”.

Recentemente ho rivisto The Promise, il documentario che racconta come nacque Darkness on the edge of town, il suo LP che più di tutti si avvicina al concetto di “perfezione”. Ogni canzone è un racconto, tutte insieme fanno un romanzo. Dopo il successo di  Born to Run, l’America aspettava in gloria il nuovo disco di Springsteen, ma lui si era intignato in una disputa legale con il suo manager. Voleva essere padrone della sua musica e l’ebbe vinta a caro prezzo. Uscì, dopo mesi di lavoro estenuante, con un album asciutto, tagliente e a tratti desolato. L’opposto di quello che ci si aspettava da lui. Aveva registrato settanta pezzi e fra questi, si riconosceva subito, c’era anche il singolo che avrebbe spaccato in ogni radio. Springsteen però lo tenne fuori. Non voleva una canzone che oscurasse tutte le altre. Darkness on the edge of town era un romanzo e andava letto tutto insieme, o niente. La canzone non era un capitolo di quel romanzo e la fece ascoltare a Patti Smith perché la completasse e la incidesse lei. La canzone era Because the night. Non è perché riempie gli stadi. Non è perché a sessant’anni suonati fa ancora tre ore di concerto e si magna in un boccone gente di cui potrebbe essere il papà. Springsteen è il mio intellettuale di riferimento perché incarna la mia idea di rigore e onestà intellettuale.
Certe volte mi affeziono a una frase a effetto per puro narcisismo, o solo perché mi è comunque costata tempo e fatica, o perché penso che possa essere usata come hit single, finisca sulle bacheche di Facebook e possa così accreditarmi come scrittore figo. In quei momenti, tac, mi appare lui che sgrana un accordino con la Telecaster e sussurra: “sei proprio sicuro che sia essenziale?”. E io ci penso su, perché lui ebbe il coraggio di scartare un grande hit single che non faceva parte del suo discorso narrativo. Dai giorni, anzi, dalle notti di Mister Fantasy sono passati molti anni. Oggi gli scrittori sono parte integrante del circuito dell’intrattenimento come le popstar e i personaggi televisivi. Ma ne rappresentano l’anello debole. Salvini teme più un twit di Fedez che un pezzo di Gramellini, e per mettere in guardia Landini è più efficace un tackle scivolato di Lorenzo Jovanotti che un affondo di Francesco Piccolo. Gli scrittori si ritrovano allora a frugare nell’armamentario polveroso che fu delle pop star più controverse e litigiose. Finiscono per accettare qualsiasi polemica o contraddizione pur di tenere la testa fuori, sopra il baccano di fondo che minaccia ogni giorno di sommergerli. Ecco perché Busi spara sul Premio Strega con la stessa cazzimma con cui quaranta anni fa Keith Richards sfasciava una camera d’albergo. Ecco perché anche Erri De Luca non compie un capolavoro di stile quando definisce gli iintellettuali italiani pavidi e conformisti – ma dài, sul serio? – proprio il giorno in cui scopre che non si muovono per dare solidarietà a lui. E non è che all’estero siano più seri di noi. Dieci giorni fa James Ellroy ha mostrato a tutti come si promuove un romanzo in uscita: si rilasciano interviste infarcite di dichiarazioni provocatorie e di frasi a effetto. I giornali hanno bisogno di un buon titolo come le radio hanno bisogno dell’hit single da tre minuti e mezzo. Di fronte a tutto questo, qualsiasi intervista di Springsteen, il boss, l’animale da stadio, il jersey devil o come lo volte chiamare, suona limpida come un distillato di pacatezza, rigore e sana autoironia. Anche quest’ultima una virtù che gli scrittori costretti a imitare le popstar di quarant’anni fa non possono più permettersi.

La politica avvincente: c’è vita oltre “House of Cards”

Il mio scaffale su “il Tirreno” è ricominciato sull’onda dei fatti di Parigi e dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Nelle due settimane appena trascorse ho cercato romanzi che restituissero una dimensione emotiva e umana a una parola oggi sotto continuo attacco. Definiamo infatti “politica” una soluzione al ribasso o una decisione presa a dispetto del buon senso, rimproveriamo ai “politici” ogni disastro di un sistema in cui, a onor del vero, l’agenda è però dettata dagli analisti finanziari.

E allora vediamo se, da Danton a Pertini, dalla Rivoluzione Francese al mancato golpe spagnolo, il grande racconto di uomini alle prese con i propri ideali e le proprie debolezze proprio nel momento decisivo in cui si gioca il futuro di un intero popòlo, non possa far riemergere la parola “politica” da quella palude di mefitica e soffocante opacità in cui oggi galleggia mestamente.

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Da “Il Tirreno” del 17 gennaio 2015:

In questi ultimi mesi il filone del romanzo storico ha portato in libreria almeno due romanzi interessanti sul medesimo, fondamentale momento storico. È successo senza che ci fossero particolari ricorrenze, poi la ricorrenza ce l’ha sbattuta in faccia la cronaca, con il massacro nella redazione di Charlie Hebdo a Parigi. Leggi tutto qui.

Da Il Tirreno del 31 gennaio 2015:

Sono giorni in cui la politica tiene banco, dalle elezioni in Grecia alla scelta del nuovo Presidente della Repubblica. E se per politica intendiamo solo l’arte di conquistare il potere, una serie tv come “House of Cards” è stata fra le dominatrici della stagione. Assai diverso è raccontare un politico, magari importante e realmente esistito. Leggi tutto qui.

Rasoio e sentimento

Prima constatazione: la maggior parte del pubblico dei lettori è oggi composto da donne. Seconda constatazione: le storie di indagine e di suspense continuano a trainare il mercato editoriale. Conseguenza logica: unite amore e suspense in una storia sola e avete fatto bingo. Il ragionamento non fa una grinza e già da qualche anno gli editori cercano storie che producano questa mirabile quadratura del cerchio. Purtroppo, sulla via dell’eldorado delle tirature sembra allungarsi ancora minacciosa l’ombra della terza regola di S.S. Van Dine per un buon romanzo poliziesco (qui le altre diciannove): Non ci dev’essere una storia d’amore troppo interessante. Lo scopo è di condurre un criminale davanti alla Giustizia, non due innamorati all’altare. Una regola che, seppure obsoleta in sé, sta però lì a ricordarci che navigare fra suspense e romance può essere arduo e pericoloso come passare fra Scilla e Cariddi. gone_girl_review_1.0Ne è una dimostrazione L’amore bugiardo (Gone girl) di Gillian Flynn portato al cinema da David Fincher. Romanzo scaltro se ce n’è mai stato uno, studiato a tavolino per intrigare il pubblico femminile e quello degli amanti della suspense, e non solo: anche la scelta dei due protagonisti cerca di tirar dentro sia l’America schietta del ragazzone provinciale del Missouri sia quella sofisticata della bella stronza newyorkese. Romanzo intelligente, ben costruito e anche scritto sopra la media di molta produzione mainstream. Il film è diretto con mano sicura, senza una sola sbavatura, da un signore che del resto ha all’attivo Seven, Fight Club e House of Cards. Eppure il bingo non è del tutto riuscito. Alcune debolezze imbarazzanti della trama rivelano che le due anime (il filo del rasoio e il filo emotivo dei sentimenti) vivono da separate in casa. Qual è il problema di queste storie? Ah, saperlo. Il principale potrebbe essere che detection e romance, action e love possono aver bisogno di registri molto diversi. I gadget di James Bond o i vezzi culturali di Hannibal Lecter non devono essere credibili rispetto alla nostra esperienza personale, anzi. Quanto più sono straordinari, meglio è. Pochissimi di noi (credo) hanno visto una vera giugulare schizzare fiotti di sangue, nessuno di noi (spero) ha mai sparato a qualcuno. È più facile giudicare quello che ci viene propinato dal punto di vista del puro spettacolo. Tarantino o Dario Argento piacciono se ci affascina il loro patrimonio di immagini, punto. Il vaglio dei sentimenti invece è assai più rigoroso. Quando vediamo due che si baciano per la prima volta, non dovrebbero solo risultare fighi (come probabilmente saranno, essendo due attori). Dovremmo riconoscere in loro qualcosa di noi che, invece, nella media tanto fighi non siamo. Se non succede (e ne L’amore bugiardo secondo me non succede) rimarremo lì, a leggere o a guardare, giusto per capire come va a finire. Che è già molto, si capisce. Ma non è quella magia, non è la quadratura del cerchio. Spero che l’esempio abbia reso l’idea. Perché L’amore bugiardo, alla fin della fiera, si rivela traballante come thriller senza farci immedesimare in una grande storia d’amore. Se le due anime all’inizio paiono convivere, con l’avanzare della vicenda si pestano i piedi e finiscono per farsi lo sgambetto. L’amore bugiardo ci dimostra come sia lunga la strada verso la terra promessa dove Hitchcock e Jane Austen camminano a braccetto.

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Lo William Irish del cartellone, sotto il titolo, è uno pseudonimo di Cornell Woolrich.

Forse qualche utile lezione si può prendere da romanzi del passato, come il già ampiamente citato qui I diabolici di Boileau e Narcejac. O dai noir decadenti e sentimentali di Cornell Woolrich (capostipite del thriller psicologico che seppe ispirare sia Hitchcock sia Truffaut). Si tratta di opere in cui il procedere inesorabile dell’azione – leggi i casini in cui si ficca il protagonista – è scandagliato con una credibilità che ne L’amore bugiardo si finisce per smarrire. Per venire a tempi più recenti, anche in Italia ci sono due buoni esempi di equilibrismo fra mélo e suspense. Penso a La doppia ora di Capotondi o all’ultimo Tornatore de La migliore offerta. Se invece usciamo dall’ambito strettamente erotico-sentimentale, c’è un film di qualche anno fa dove autenticità emotiva e la più classica delle detection sono sinfonicamente perfette. È Nella Valle di Elah di Paul Haggis, meraviglioso film poco acclamato perché smonta certo patriottismo americano con la forza dei sentimenti, mostrando le mutilazioni invisibili che la cosiddetta guerra al terrorismo infligge ai vincitori e ai vinti, ai Davide e ai Golia. Tanto per tornare, purtroppo, alla cronaca di questi giorni.

Cinque frasi che non si possono più sentire alla presentazione di un giallo (ma non solo)

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Rights: Copyright Leslie Jones. Credit: Courtesy of the Boston Public Library, Leslie Jones Collection.

1. La trama gialla è solo un pretesto per raccontare altro.

È come dire: “sto mangiando carciofini perché in realtà adoro le capesante” o anche “gioco a tennis onde evocare la mia grande passione per l’acquerello”. Perché ci sia sempre da tirare in ballo questo famigerato altro io, vi giuro, lo devo ancora capire. In un giallo classico qualcuno muore nelle prime pagine, si indaga per un certo numero di capitoli e nelle ultime pagine si scopre il colpevole. Rassegniamoci: non c’è niente di tremendamente sbagliato in tutto questo. Ce ne fossero, di storie del genere con un mistero intrigante, la giusta tensione e un finale sorprendente. E invece quelle buone sono poche, perché non sono facili da scrivere. Quindi, perché spendere energie anche in altro? E cosa mai sarebbe, questo altro? Ipotesi a): una visione del mondo. Poffarbacco, anche la più dozzinale delle barzellette, a suo modo, ne esprime una. C’è bisogno di ribadirlo ogni volta o addirittura di spiegarla, perché evidentemente questa sontuosa weltanschauung non la si desume dalla storia? Ipotesi b): un contesto. E anche qui: che siano i segreti della Casalpusterlengo più torbida o gli impensabili retroscena criminogeni del curling, qualsiasi storia d’amore o di guerra che sia descriverà sempre un contesto. Ma non mi risulta che nessuno abbia mai definito “Il Signore degli Anelli” come un pretesto per raccontare la Terra di Mezzo. Cosa voleva veramente dire: Io sono un intellettuale raffinato, i miei modelli spaziano da Flaubert a Musil, ma ho dovuto scrivere un giallo sennò col cazzo che mi pubblicavano.

2. In fondo anche la storia di Edipo è un noir.

Sì, va bene, e allora Caino che ammazza Abele è l’inizio del family crime. Da sempre, le storie che ci raccontiamo sono piene di persone che muoiono e, talvolta, di gente che disgraziatamente le uccide. Ma i grandi filoni della suspense e dell’indagine, per come li conosciamo oggi, sono figli della rivoluzione borghese e della società di massa. Sono filoni che non hanno bisogno di cercarsi antenati alti, molto illustri solo perché più remoti nel tempo. Chi pronuncia frasi del genere desidera, in realtà, solo nobilitare se stesso perché è ancora convinto che “scrivere solo un giallo” non renda il dovuto merito al proprio spessore letterario. E, poco mai sicuro, ne ha scritto uno mediocre. Cosa voleva veramente dire: trattandosi della variante speculare del punto 1, voleva dire esattamente come sopra.

3. Il mio investigatore è un cinquantenne solitario e disilluso…

Ve lo chiedo come favore personale: qualcuno scriva un giallo con un investigatore giovane, ottimista, erotomane e così figo che deve indagare imbustato da capo a piedi dentro un sacco di juta sennò pure la morta gli fa l’occhiolino. Sul serio. Già Philip Marlowe è un solitario anche troppo “pensato”, una figura letteraria che secondo alcuni studi proverrebbe addirittura dal ciclo arturiano. Montalbán l’ha riportato in Europa nei primi anni ’90, per smitizzarlo e modernizzarlo. La figura si è evoluta con il Fabio Montale di Izzo e con l’Alligatore di Carlotto. Nel 2014 abbiamo davvero bisogno di cavalieri solitari, senza macchia soprattutto perché mammà ancora gli fa il bucato? Possibili variazioni ad accumulo modulare: Il mio investigatore è un cinquantenne solitario e disilluso, divorziato e amante del free jazz. Il mio investigatore è un cinquantenne solitario e disilluso, divorziato, amante del free jazz, ironico, con una sua particolare idea della giustizia e le transaminasi fuori controllo. Il mio investigatore è un cinquantenne solitario e disilluso,  divorziato, amante del free jazz, ironico,  con una sua particolare idea della giustizia e le transaminasi fuori controllo, che ha letto tutto Heidegger e detesta ogni attività fisica… (prosegue, a piacere).

4. A un certo punto i personaggi decidono da soli cosa fare.

Certo, e la prima passata di editing l’ha fatta il coniglio bianco alto un metro e ottanta con cui divido la mia casina in cima alla pianta dei fagioli magici. Che i personaggi di un libro debbano avere per uno scrittore una concretezza reale è indispensabile. Ma frasi del genere mi hanno sempre insospettito. Sono le classiche baggianate pseudo-romanticistiche che finiscono per confondere le idee soprattutto di chi vorrebbe provare a scrivere. Fanno pensare che a un certo punto la scrittura debba andare avanti da sola, senza alcuno sforzo. Se questo non succede (e di media non succede), le persone si scoraggiano e abbandonano pensando di non avere quel particolare “potere” quasi medianico. Quando i personaggi agiscono in modo naturale è perché la storia è impostata bene tramite alcuni, anche semplici, accorgimenti di architettura narrativa. Quando i personaggi ci appaiono tridimensionali è perché sono ispirati a persone, luoghi o sensazioni che lo scrittore ha conosciuto in profondità. Cosa voleva veramente dire/1: a un certo punto ho perso letteralmente il controllo della storia e sono andato avanti un po’ così. Cosa voleva veramente dire/2: sapevo esattamente fin dall’inizio dove andare a parare, ma fa più molto più figo dire così. Cosa voleva veramente dire/3: se davvero volete sapere come si fa, scordatevi che ve lo dica gratis. Potete sempre iscrivervi a un mio corso di scrittura.

5. Poi magari parleremo della differenza fra “giallo” e “noir”.

Basta, vi prego, pietà. L’Italia è il luogo dove dentro il calderone del “giallo” sono finite storie che nei paesi anglosassoni sono imparentate fra loro, ma alla lontana. Ormai è inutile tornare indietro a sbrogliare la matassa. Il confronto è a mio parere anche improprio perché il giallo è in effetti un “genere” con delle caratteristiche ricorrenti, mentre il “noir” è più spesso un retrogusto amaro, uno stato d’animo, un timbro di stile che influenza e avvolge alcune narrazioni in maniera anche imprevedibile. Dobbiamo discettare ancora su una distinzione soporifera per la maggior parte dei lettori italiani? Secondo me, anche no. Ma nel caso qualcuno pronunci la frase letale nel bel mezzo di una presentazione, non vi voglio lasciare senza una… possibile risposta sintetica: nel giallo c’è un morto solo, all’inizio; nel noir va di lusso se c’è rimasto uno vivo, alla fine.