Accendi la tele, c’è il feuilleton

Seconda parte

(segue dal post precedente)

Ricominciamo dalle domande del post precedente. Gli attori contano, è naturale, e uno scrittore non ha la classe di George Clooney che salva una battuta mediocre. Ma è anche vero che nessuno conosceva George Clooney e Hugh Laurie prima di E.R. e Doctor House, e che al cinema nessuno aveva dato a Steve Buscemi e Jeff Daniels ruoli da mattatori così complessi.

Le serie inguardabili? Ovvio ci sono. O perché venute male, o perché programmaticamente ripetitive e dozzinali. Ma quello che fu il pubblico delle soap è oggi ormai completamente assorbito dalle molteplici forme di reality. È un pubblico che non cerca il grande racconto e nessuno glielo propone più.

E invece proprio le grandi serie tv sono le eredi odierne dell’arte del racconto, di quei feuilleton ottocenteschi che uscivano a puntate su riviste o quotidiani. Scontato ma non inutile ricordare i momi di Sue, Dickens, Balzac o titoli che vanno da Pinocchio a Delitto e Castigo. C’era chi come Collodi scriveva più verticale, puntata per puntata, chi invece aveva una struttura orizzontale più solida. La stessa differenza che passa oggi fra una fiction come Lie to me (la storia di puntata è sempre quella prevalente) e una come Homeland (le puntate disegnano tutte insieme un arco narrativo completo di più plot intrecciati).

Esattamente come facevano i romanzi di appendice, le serie tv si giocano il tutto per tutto in avvio e devono poi saper fidelizzare il pubblico. Questo ha suoi pro e i suoi contro, sia chiaro. Da una parte l’esigenza salutare di tenere sempre alta la tensione narrativa spinge gli sceneggiatori a non giocare mai di rendita, dall’altra la tentazione di continui colpi di scena, anche a sprezzo della logica e del ridicolo, è sempre in agguato.

In editoria, invece, si conta invece troppo sul fatto che, vada come vada, una volta che “il romanzo dell’anno” te lo sei comprato, amen. Che ti sia piaciuto o meno, ormai è andata. Non c’è fidelizzazione, non ci sono meccanismi per verificare in tempo reale il gradimento. Se il best seller (o il libro successivo al best seller) è deludente rispetto alle fascette, ai blurb e alle recensioni, potrai punire l’autore al libro seguente, ma l’editore lo sa, lo mette in conto e si regola. È l’autore, casomai, a divenire una meteora a cui si è chiesto di bruciare tutto e subito.

Boardwalk-Empire-2

È giusto paragonare forme di racconto diverse? In queso caso, a mio parere, sì. Il feuilleton ottocentesco ha scritto una parte importante della storia del romanzo. E l’ha scritta pensando a un pubblico popolare, se è vero come è vero che, nell’epoca in cui pochi sapevano leggere e non tutti potevano permettersi di comprare i giornali, si allestivano punti di lettura ad alta voce per seguire le nuove peripezie di David Copperfield.

Le serie tv non prendono il posto della lettura di Foster Wallace, di Philip Roth o di Jonathan Franzen con cui, anzi, forse condividono parte del pubblico più esigente, quello che ha dato ragione alla politica editoriale ricercata e innovativa targata HBO. Le grandi serie tv prendono il posto dei Dickens e dei Sue che oggi non si trovano in libreria. Sembra infatti che la strada di un intrattenimento innovativo ma potenzialmente fruibile a un largo pubblico non sia oggi percorribile in editoria.

Che poi, alla fine, il punto è proprio questo: il largo pubblico. Cos’è? Un amico sceneggiatore, giusto l’altra sera, faceva due conti: una serie italiana con due milioni di spettatori a puntata chiude. Una serie americana su pay tv che ne fa uno è ritenuta di culto e va avanti perché quegli spettatori hanno pagato proprio per vedere quella serie lì. Le serie tv sanno raccontare storie diverse a tanti pubblici diversi, l’editoria (e nel nostro Paese, anche la tv) sembra invece strangolata dal dogma del “generalismo” figlio degenere del “mainstream”. Stare paralizzati nel mezzo per piacere a tutti, e non riuscire a affascinare più nessuno.

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5 pensieri su “Accendi la tele, c’è il feuilleton

  1. Tutto vero. Vorrà dire qualcosa, poi, se sempre più spesso autori letterari si occupano di serie televisive. Credo sia legato al fatto che la fruizione di una serie televisiva è molto simile a quella di un romanzo, soprattutto per uno che, come me, o compra il cofanetto o prima registra tutte le puntate per guardarle quando e quanto ha voglia senza dipendere dagli orari della programmazione televisiva, proprio come si fa quando si legge un libro. Questo avviene soprattutto per le serie che hanno uno sviluppo tendente all’orizzontale: tempi e strutture sono pienamente letterari e il gusto che ne deriva dalla visione stimola le stesse sinapsi di un buon libro. Ci sono state stagioni di Lost che ho visto in due o tre giorni di full immersion, come si fa quando un romanzo ti sequestra e non ti molla finché non hai letto la parola “Fine”. Sarà interessante vedere come l’ambiente letterario recepirà questi stimoli, come cioè si lascerà influenzare dall’incredibile fermento che è in atto nel mondo delle produzioni televisive. Chissà che la serialità trovi nuove forme anche per la narrativa, magari sfruttando il ritrovato gusto per il “breve a basso costo” del digitale.

  2. Credo che la chiave sia in quel “Stare paralizzati nel mezzo per piacere a tutti, e non riuscire a affascinare più nessuno”. In quello sta il bug. E nell’assenza di diversificazione editoriale, aggravata da un’insana vocazione censoria. Io credo nel principio dell’autoregolamentazione: cerca di scrivere solo cose che vorresti vedere. E non lasciare che pagare l’affitto si trasformi nella tua unica ragione per dedicarti alla narrazione audiovisiva.

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